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Wildhearts – Quando una stella nasce morta!

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Renaissance Men è il nuovo disco dei Wildhearts, pubblicato da Graphite Records, nel 2019.

Gli Wildhearts avrebbero voluto, potuto e probabilmente dovuto diventare grandi rockstar. Era la prima metà degli anni ’90, epoca mobile e tumultuosa che dava una chance a chiunque proponesse una formula fresca e personale.

In Inghilterra alla fine prevalse però il brit-pop, che riprendeva i Beatles in modo ben più addomesticato che nella versione anabolizzata dalle chitarre di Ginger e CJ gli Wildhearts restarono con qualche sprazzo di successo, grandi canzoni, un po’ di storie da rock Babilonia, la fama di genio e sregolatezza e il classico status di cult band.

Da allora per gli Wildhearts solo periodiche reunion salutate con affetto crescente. Loro erano beautiful losers sommati a vecchi bucanieri sopravvissuti a mille battaglie. L’efficacia di questo immaginario non è mai stata però così alta come in questa occasione. Vediamo la formazione di venticinque anni prima col rientro al basso di Danny McCormack addirittura amputato di una gamba, e con l’evocativo titolo di Renaissance Men.

Siamo in zona di “miglior album dai tempi di”.

La title-track esprime questa consapevolezza da You can’t keep a good band down in modo trionfale. Anche troppo forse, con tutti quegli Arriba da feel good hit of the summer. Il pezzo più tipicamente Wildhearts è però l’iniziale Dislocated. Quasi sei minuti di abbacinanti aperture melodiche incastonate in mezzo ad asprezze chitarristiche che si prolungano più del dovuto.

La mia unica personale riserva verso gli Wildhearts è sempre stata a questo frequente parossismo metallaro che allungava il brodo delle loro splendenti gemme pop-punk. Della serie ma che cazzo distorci il riff qui? E servivano proprio questi due minuti di casino in coda?

Ma del resto anche questo è stato loro elemento distintivo ai tempi d’oro: killer songs un po’ diluite. Negli sporadici dischi del nuovo millennio però lo hanno generalmente attenuato. E anche qui la maggior parte dei pezzi si mantiene su minutaggio basso e linearità di struttura.

Ma le Killer Songs alla Wildhearts ?

Ci sono le killer songs, quelle che continui a canticchiare anche dopo vent’anni che non le ascolti? Difficile dirlo. Da un lato alcuni dei pezzi migliori hanno melodie valide ma oblique e poco orecchiabili (Diagnosis, Fine Art Of Deception).

Dall’altro i pezzi più diretti come My Kinda Movie o lo street-punk quasi Oi! di Let ‘Em Go sono divertenti ma non molto personali. Notevoli sono invece gli ultimi due pezzi: la schizoide Pilo Erection e My Side Of The Bed. Quest’ultima è una wildheartsianissima escursione tra distorsioni e melodie pop particolarmente soffici.

Per tirare le somme, il disco in giro piace tanto, in Inghilterra sono tornati in classifica. Magari è la volta buona. Se trovassero un po’ di stabilità potrebbe essere l’inizio di una nuova vita da classic rock band con regolare alternanza disco-tour.

Non so neppure se sia auspicabile, però per l’ormai 55enne Ginger sarebbe un modo assai gradevole di mettere la testa a posto. E per me la possibilità di trovare qualche data in cui andare sotto il palco a cantare My Baby Is A Headfuck e I Wanna Go Where The People Go.

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