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The HU – Mongol Metal is the new black

Hu

Gli HU e l’ora di crescere

Una delle cose belle del metal e dei suoi derivati è che risultano meno ridicoli di altri generi musicali in quei casi in cui a qualcuno viene in mente di cantarli in una lingua diversa dall’inglese.

O comunque non più ridicoli di quanto risultino quando invece rimangono obbedientemente dentro i canoni classici imposti dalla perfida Albione.

Non sto pensando solo al tedesco dei Rammstein, ma anche alle giapponesi Babymetal, ai Kvelertak che la buttano sul norvegese, allo spanish metal dei Mägo de Oz, ai Mass Hysteria che lo fanno addirittura in francese. La lista è più lunga di quello che il buon senso spererebbe, passa anche dalle nostre parti (Malnàtt, Strana Officina, Gli Atroci) e si conclude con la menzione d’onore che sicuramente va a Ozzy Osbourne. Ozzy è uno che non si sa bene quale lingua parli e quindi porta il dibattito proprio su un altro livello. Come dimostra questo video.

Nel caso specifico, “metal mongolo” fa già ridere così. Sembra uno scherzo creato ad hoc da un copywriter undicenne, giusto per esser preso per il culo e coperto dagli sghignazzi sguaiati che inevitabilmente montano intorno al tavolone della pizzata del sabato sera, quella con i compagni di classe delle medie.

Dopo che i fumi della terza coca-cola hanno ormai annebbiato qualunque spirito critico, intendo.

Aspettando i barbari

In due parole contiene già il brutalismo intrinseco del ferro infuocato da brandire a mani nude, mischiato alla curiosità morbosa di un Marco Polo qualunque nei confronti dell’idea di una perlustrazione più o meno pacifica di un ipotetico Oriente. A tutto questo aggiungiamo la ridicola paura del diverso che comporterebbe un eventuale rovescio della medaglia, qui evocato nell’immaginario collettivo da un Diego Abatantuono con gli occhi a mandorla e la maglietta dei Manowar. Immaginatelo mentre cavalca verso il Sol Ponente sulla groppa senza sella di un cavallo inselvatichito, alla guida di un’orda di barbari venuti da un posto che fino a ieri si pensava esistesse solo sulla mappa di Risiko.

Per non contare le battutine idiote sui tentativi di cimentarsi nell’antica arte dell’headbanging da parte della povera gente affetta dalla sindrome di Down. Tutto questo ci portano dritti al nocciolo della questione riassumibile in un sincero: Cristo santo, sarebbe l’ora di crescere, no?

The HU - close up

The Hu – Uno spettro si aggira per l’Eurasia

Anche perché la cosa è tremendamente seria.

Lo dicono Billboard, YouTube e tutti gli esperti di flussi migratori che fino a oggi sono passati dallo studio di Lilli Gruber a Otto e mezzo.

Un branco di probabili scappati di casa, praticamente sconosciuti fino a nemmeno un anno fa, segna sul borsino di Streaming Street quasi 30 milioni di visualizzazioni. Questo in poco più di dieci mesi con gli unici due video che ha in catalogo. Da lì ecco che la band firma un contratto discografico con l’etichetta dei Mötley Crüe, schizza al n.1 delle classifiche specializzate, finisce a farsi intervistare da GQ e vi buca quella maledetta bolla di Facebook dalla quale sembra non abbiate nessuna intenzione di uscire.

Niente di nuovo sotto il sole della nuova comunicazione virale, se il fenomeno in questione avesse la forma di una boy-band trap pompata da Spotify o le fattezze di un vlogger che coverizza canzoni di Natale scorreggiando con le ascelle. Decisamente più sorprendente se la casa di cui sopra in realtà tecnicamente prende il nome di yurta e i suoi inquilini sono scappati non da una banca di sample in free download via Torrent, ma dalla sacra e severa terra di Gengis Khan.

Anzi, peggio. Ancora non son nemmeno scappati. Son sempre là, visto che tutto ciò lo hanno ottenuto ben prima che partisse il loro tour d’esordio.

E ora voglio proprio vedere chi ha il coraggio di negare le straordinarie doti di trend-forecaster di Giovanni Lindo Ferretti.

The HU - rock back

Così vanno le cose e così devono andare

Sì, perché prima che i CSI perdessero la brocca e partissero per quel famoso viaggio in Mongolia — che sarà l’inizio della loro fine, visto che ispirerà Tabula Rasa Elettrificata, l’album che porterà anche loro in vetta a una classifica, quella di TV Sorrisi e Canzoni. E per una band con un minimo di dignità non può che essere vista come l’ultimo stadio prima dello scioglimento — Ulan Bator era nota se va bene agli iscritti a Viaggi Avventure nel Mondo, ovvero una ristretta nicchia di estremisti equi e solidali del turismo low-budget.

Il resto degli informati sui fatti — soprattutto se limitiamo il sondaggio agli appassionati di musica — si contava sulle dita della mano destra di Tony Iommi e si riduceva così a quei tre fan che negli anni ‘90 avevano preso, con troppo anticipo, una sbandata pre-indie per il gruppo di Amaury Cambuzat (guarda caso, anche quello proveniente dal giro del Consorzio Produttori Indipendenti).

Oggi invece la capitale dell’impero del Khan — placidamente collocata tra il parco nazionale Gorkhi Terelj e il suo stesso nulla, sperduta tra la vastità della terra che dorme e il deserto del Gobi, schiacciata tra due superpotenze leggermente ingombranti come la Cina e la Russia — è sulla bocca di chiunque.

Il merito — se di merito vogliamo parlare — è tutto degli HU, al secolo Gala, Jaya, Temka e Enkush, a cui si aggiunge (vero e proprio quinto membro del gruppo) il super-produttore Dashka, vecchia volpe e guru rispettatissimo, soprattutto quando si tratta di fare scouting nel secchio di quello che può genericamente definirsi “rock” al di là degli Urali.

Yesterday

Mi rendo conto che quella appena partorita possa sembrare una boutade. Nel senso, alzi la mano chi si è chiesto, almeno una volta nella vita: c’è del rock, oltre il lago Baikal?

Eppure la risposta è sì.

E se andiamo a scavare ancora più a fondo? Se volessimo indagare un dubbio del tipo: ah davvero? E da quando?

Da sempre.
La Mongolia ha partorito rock band da quando esistono le rock band.

Come primogeniti amiamo ricordare i folk-rocker Soyol Erdene, che nacquero nel 1971 in risposta al successo dei Beatles nel lontano West. Se guardiamo le vendite, i risultati non furono certo paragonabili, anche perché i ragazzi ogni due per tre venivano puntualmente censurati in quanto accusati di “promuovere atteggiamenti, idee e mode troppo occidentali”, capo di imputazione un popporno che facciamo fatica a immaginare fondato, leggendo titoletti ingenui come Song of My Happiness, She Loved Us o Let’s Sing Together.

Quindi di cosa stiamo parlando quando parliamo di The Hu ?

Dove sta il particolare che ha fatto scattare l’interruttore e scaraventato gli HU verso un verosimile metal stardom nel giro di un maggese?

Il punto è che non c’era niente di mongolo, nella musica dei Soyol Erdene e dei loro colleghi del tempo: non suonavano strumenti tipici locali, scimmiottavano gli artisti stranieri e cantavano come dei Bob Dylan o delle Joan Baez qualunque.

Le cose sono cominciate a cambiare alla fine degli anni ‘80, quando l’Unione Sovietica è collassata sotto il recinto che si era costruita attorno. Tutto il bene e il male che stava oltre la cortina di ferro è tracimato nelle sconfinate lande dell’est portando con sé usanze, costumi, pseudo libertà e gente ben poco raccomandabile come Toto Cutugno, Pupo o i Ricchi e Poveri.

I Mongoli sono gente orgogliosamente truce, intelligentemente pratica e saggiamente previdente. E per tutta risposta, anche in campo musicale, hanno deciso di invertire la tendenza e provare a preservare la propria identità culturale, innestandola con pazienza addosso al nuovo che stava avanzando.

Ci erano quasi riusciti gli Yat-Kha, band geolocalizzata (si fa per dire — immagino che laggiù non si prenda troppe responsabilità nemmeno GoogleMaps) a Tuva, minuscola repubblica di confine vicino all’uscita Siberia-Sud. Il sapiente miscuglio di suoni dell’Asia centrale e rock’n’roll dell’ovest che sono stati in grado di mettere in piedi è valso loro il World Music Award della BBC nel 2003. Purtroppo, in termini di appeal verso le masse, non si è mai spinto oltre gli spettatori del WOMAD che, come sappiamo, altro non è che la versione di Viaggi Avventure nel Mondo fatta festival.

Qualcosa che non avete mai sentito

Gli HU invece — forse memori degli errori dei loro predecessori o semplicemente facilitati dalle contingenze esterne — hanno fatto centro su tutto il fronte. Sono riusciti a scalciare sia il cerchio che la botte, e pure l’oste che avrebbe dovuto servire il vino.

Una musica che è, senza troppi giri di parole, musica tradizionale mongola, suonata con aggeggi tradizionali mongoli e cantata secondo i dettami della tecnica gutturale tradizionale mongola. Si tratta di una specie di soft growl che va a rimbombare in quel vuoto equidistante da Johnny Cash a Phil Anselmo. Uno stile che però sfoggia un tiro, delle linee melodiche e dei ritornelli semplici e d’impatto, già pronti e confezionati per una distesa di mani alzate dentro uno stadio americano.

Video con riprese aeree di paesaggi mozzafiato che farebbero invidia a uno spot del Touring Club e una fotografia a metà tra il La principessa e l’aquila e sette stagioni di Sons of Anarchy. Ritmi sciamanici battuti con strumenti a due corde dalle palette di legno adornate di teste di cavallo intarsiate, gilet di cammello battriano e monili di corna di argali abbinati a felpe col cappuccio, bandana e occhialoni da sole, per una Route 66(6) poco asfaltata sull’altopiano.

Suona grottesca, messa così. Ma la verità è che è qualcosa che non avete mai sentito.

The Hu – nnu Rock

Il risultato si manifesta in un’avventurosa narrativa che fa da base solida per una propulsione sonora energica, eccitante e intensa. Una cosa moderna, ma allo stesso tempo profondamente radicata in una tradizione etnica millenaria di rituali e litanìe potenti, espressive ed emozionali.

Non è musica rock o metal suonata da dei Mongoli. È rock mongolo (o metal mongolo, se preferite) a tutti gli effetti e ha un nome ben preciso: hunnu rock.

Deriva dalla radice fonetica che nella loro lingua indica l’essere umano (hu-) e gli esseri umani in questione sono tutt’altro che dei dilettanti allo sbaraglio. Tutti diplomati al conservatorio di stato hanno l’ambizione di proporsi come nuovi ambasciatori della cultura del loro paese nel resto del globo terracqueo e l’ossessione di fare le cose per bene. Non a caso gli HU hanno impiegato sette anni a mettere insieme il loro primo album, che vedrà la luce dopo l’estate. Non a caso l’hanno intitolato The Gereg, ovvero come il passaporto diplomatico usato proprio ai tempi di Gengis Khan. Una decisione tanto simbolica quanto scaramantica, nel momento in cui cercano di attraversare di slancio la frontiera di un successo che li vede quasi come dei predestinati.

Predestinati che non stanno sbagliando un colpo. Forti di un cocktail composto da un quarto di ottime idee, una buona metà di sana coerenza e un pezzetto non trascurabile di botte di culo. Se preferite, abilità nel non lasciarsi sfuggire il treno giusto. Approfittare di tutta una serie di fortunate coincidenze che hanno fatto maturare l’ambiente e il pubblico stesso nell’attesa del loro ingresso in scena.

Il progresso

Prima fra tutte un gigantesco fraintendimento, e cioè la calligrafia grossolana e distorta con cui la storia della Mongolia è stata vista (e scritta) da ovest. Laddove il romanticismo e la mitizzazione della vita nomade a cavallo, l’enfasi sulla libertà, sugli eroi del cielo in terra che rendono sacro il legame tra mito e pastorizia, tra leggenda e natura incontaminata, sono da sempre parte fondante dello stereotipo disegnato attorno al fan heavy metal caucasico.

E poi la diffusione della banda larga oltre il Mar Nero e il Mar Caspio, la possibilità di usare i droni con una GoPro attaccata senza che la VKS te li tiri giù con un Vympel R-37, i nuovi pneumatici per le Harley accuratamente testati per resistere anche alle affilate spine della steppa.

Non puoi fermare il progresso, baby.

Resistance is futile!

Come spesso accade, i commenti online danno il polso della situazione. E il responso med(iat)ico è che i battiti stanno aumentando vertiginosamente.

“This makes me want to ride a horse and shoot people with a bow.”
“I never knew I needed Mongolia folk metal in my life, until now.”
“Sounds like ancient mongol rock of 1000 b.c. Really badass!”
“In a world full of Taylor Swifts, be a Mongolian Metal Band.”

And so on.

Sono molteplici gli indizi che testimoniano il fatto che il mondo sia ormai pronto per gli HU. Sarà solo questione di tempo e poi anche Fender, Gibson e Ibanez dovranno fare i conti con la chitarra mongola (tovshuur). I maestri di musica correranno ai ripari cercando corsi di aggiornamento online per horsehead fiddle (morin khuur) e Jew’s harp (tumur khuur). Questo perché i ragazzini non vorranno più imparare l’arpeggio di Nothing Else Matters, ma i riff di Yuve Yuve Yu, di Wolf Totem o di Shoog Shoog.

Sarà un’invasione pacifica e cadenzata e non basterà chiudere i porti perché questi arriveranno in moto. Potrete barricarvi in garage, ma vi si accamperanno in giardino. Vi resterà la scelta (quasi obbligata) tra accogliere gli HU, imparare qualcosa, od opporre una strenua quanto inutile resistenza. Perché il finale è già scritto, ma non necessariamente è un male. Anzi. Sarà indolore, quasi piacevole. Porterà con sé un retrogusto genuino e verace che dalle nostre parti, ormai da anni, manca come il pane fresco e croccante, appena uscito dal forno.

Soprattutto, non sarà una cosa passeggera. Non sarà un vezzo esotico. Non sarà la moda di un’estate.

Il metal mongolo è qui, ed è venuto per restare.

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