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The Summoning dei Bloody Hammers è un flop

the summoning

The Summoning è il nuovo album dei Bloody Hammers, via Napalm Records, 2019.

Chi segue Sdangher sa che ho una particolare predilizione per i Bloody Hammers. Mi piacciono i loro dischi, i rimandi ai vecchi horror anni 70, garbati e mai banali, più la mistura di synth-wave e metal. Quindi immaginate con quale smania stessi aspettando l’uscita di The Summoning.

Ehm, non tantissima. Sono un ascoltatore stanco. Di solito non amo le nuove uscite. Credo che il mondo discografico dovrebbe sospendere le produzioni a tempo indeterminato. Ma questa è una mia idea. Parliamo del nuovo Bloody Hammers, che è meglio.

Trovo che The Summoning sia il disco meno riuscito della band. Viene da chiedersi perché vadano avanti nonostante la carenza di mezzi e l’evidente deperimento dell’ambizione. Anders Manga si fa un vanto proprio del suo artigianato spicciolo. Dice che questo non è un business e non si guadagnano molti soldi. Di conseguenza non ce ne sono per pagare un produttore e nemmeno per dei turnisti.

Sogno The Summoning con Bob Ezrin

Immagino cosa verrebbe fuori se al fianco di Manga ci fosse uno come Bob Ezrin. E penso alla riuscita dei pezzi se la batteria la concepisse un batterista, il basso un bassista e magari ci fosse pure un chitarrista vero.

Io gli voglio bene, ad Anders, ma qualcuno dovrà dirlo: lui non è un vero chitarrista. Direi più un tastierista e un compositore che sonicchia un po’ di tutto. Sa strimpellare la chitarra e per questo pensa che possa suonarla lui. E anche il basso. Tanto da sei a quattro corde, che ci vuole? La batteria si può realizzare al pc, certo. Ma si sente che è tutto meccanico e finto. E non è un album industrial.

Anders vorrebbe darci la ciccia che solo una vera band sarebbe in grado di offrire. Almeno riducesse tutto al Moog, qualche campionamento, due riff e tanta atmosfera, un lavoro così autarchico potrebbe anche funzionare. The Summoning per certi versi invece è l’album più classic metal dei Bloody Hammers. E non puoi fare metallo tradizionale senza il sangue e il sudore di più persone. Credo fortemente a questa cosa.

Bloody Fucking Hammers

La cosa più zombie di tutto l’album The Summoning è la sezione ritmica. Mi vengono i brividi a sentirla. Sembra di fare l’amore con un cadavere. E nel caso di un disco dei Bloody Hammers può anche starci. Il problema credo non sia la pochezza di mezzi. Immagino che Manga abbia un amore e una dedizione senza pari per la propria musica.

La sua concezione alla Jesus Franco però non mi piace. Vorrebbe farmi credere che dietro ogni suo intento ci sia la passione innocente di un regista di B Movie anni 60. 2(Sai, non avevano i soldi e facevano lo stesso del cinema”). Ok, ma speravano di ricavarne un sacco di soldi spendendo nulla. A volte ci riuscivano pure.

I Bloody Hammers sanno già che non ce la faranno. Neanche i Metallica ci riusciranno più, a far soldi con i dischi. Questo però porta gli artisti a realizzare dei piccoli orticelli e non qualcosa di grandioso. Manga non sta lamentandosi che farebbe di più se il mercato dei dischi esistesse ancora. Lui non vorrebbe comunque riuscirci. Non gli piacerebbe l’idea di essere a capo di una grossa macchina commerciale. Sapete, con i roadie, gli agenti, i turnisti…

Lui dice che se la band fosse tra le big del rock sarebbe costretto a riprodurre sempre lo stesso lavoro per garantirsi i medesimi guadagni. Con i Bloody Hammers invece lui si alza la mattina e se gli va di fare un album con lo scacciapensieri e i latrati di un cane potrebbe farlo. Ma dubito che Napalm Records lo accetterebbe.

The Summoning e il non mercato discografico

The Summoning è la cosa più scontata che ci si potesse attendere dai Bloody Hammers. Quindi tutta questa sfrenata libertà a cosa serve?

Qui la dico grossa. Secondo me non esiste una crescita, un’evoluzione artistica, senza l’elemento economico. L’arte ha sempre realizzato le cose più grandi dove poteva guadagnare soldi. E per crescere ha avuto bisogno di investimenti. Senza la grana, qualsiasi forma espressiva si riduce a un monologo, sciatto, noioso e autistico.

Non sto dicendo che i soldi sono l’ideale da perseguire per un artista. I soldi generano un movimento di persone, di tendenze, di idee. Le più grandi menti affollano i settori dove si guadagna. Non è un caso che le serie televisive oggi siano il top (ci sarebbe da discutere ma di fatto le cifre sono innegabili). Le menti brillanti si buttano su quel mercato.

Ditemi perché un genio del mixer o un producer illuminato dovrebbe fare la fame col metal. Dite che non ne avete bisogno? Bugiardi. L’assenza di grandi professionisti è la causa del decadimento generale di questo genere.

Tutte le grandi band che oggi rimpiangete tanto si muovevano in un sistema discografico sano dal punto di vista commerciale. Non c’era lo strano consumismo-zombie in cui uno realizza cose e poi non le vende. Lo sa che è così ma le realizza lo stesso.

Seguitemi un momento, è semplice

Non ci sono più i soldi. Di conseguenza si estinguono le etichette discografiche. Ancora compaiono ma la loro funzione è sempre più apparente. Se non ci fosse scritto Napalm Records, ancora meno gente sentirebbe il nuovo dei Bloody Hammers. Di fatto il lavoro è pagato e realizzato tutto da Manga. Per la distribuzione e la pubblicità la Napalm spenderà due spicci.

Gli artisti fanno da soli. E gli artisti sono pessimi uomini d’affari. Sono come i morti di Romero. Vanno al centro commerciale e ciondolano. Il loro apparato digerente è fottuto ma si cibano lo stesso. Quindi i musicisti metal fanno dischi. Non li vendono. E loro si lamentano. Come gli zombie. Uaaaaaaaah, aahaaaaaaaaaah… spotufyyyy, streaming, death of aaaaaart e continuano a fare spazzolini da denti per gli uccellini.

L’deale artistico di Anders Manga è non trasformare i Bloody Hammers in un business.

Saggio? Realista? Sognatore e un po’ ipocrita, direi. Non potrebbe anche se volesse. La fa passare per una scelta ma non lo è. Sarebbe come se Quasimodo dicesse, “ho deciso che non voglio l’amore di una bella donna. Se l’avessi poi dovrei lottare per esso e io voglio solo suonare le mie campane”. Io credo che questa filosofia minima non faccia bene a nessuno. The Summoning è un lavoro modesto, privo d’atmosfera e zeppo di trovate poco fantasiose.

La realtà è che ora gli artisti avrebbero davvero la libertà di fare ciò che amano. Ma non lo fanno mica. La libertà non funziona senza le catene. Prima le catene erano le mode, le vendite, i contratti discografici. Adesso gli artisti guardano la porta aperta della cella ma non si muovono.

Penso che The Summoning sia l’emblema di una situazione discografica al collasso. Album spenti, micragna e totale assenza di una direzione creativa da parte di chiunque. E va bene così. Le cose sono talmente immobili che i Darkthrone passano per i conducenti della scena.

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