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The Hole In The Ground tra dolore e paura!

the hole in the ground

The Hole In The Ground è un film di Lee Cronin uscito nel 2019. – Diciamolo subito, The Hole In The Ground non è uno di quei titoli imperdibili che ridefiniscono il genere. L’ho trovato molto rassicurante. Un horror rassicurante? Esatto. Molti di quelli che escono lo sono. Quando vedete un film “de paura” dove i buh! e le ambiguità sono sempre nel punto in cui vi aspettate che siano, beh… la cosa vi fa sentire a casa, no? L’horror che vale davvero deve togliervi la sedia da sotto il culo, afferrarvi per i capelli e urlarvi contro parole come manciate di vermi.The Hole In The Ground vi offre un paio di pacche gelide sulla spalla. Tutto qui. Però quelle due pacche non sono malaccio. Il film infatti ha qualcosa che lo salva dall’oblio.

Ma prego con la trama di The Hole In The Ground

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Sarah è una gustosa ragazza irlandese in fuga con il suo bambino da un ex violento. Decide di ripartire da una vecchia casa ai margini del bosco. All’arrivo incontra un’anziana signora dall’aria confusa e spettrale. Questa la mette in guardia in modo confuso su qualcosa che riguarda suo figlio. Dopo un giorno dal trasferimento Sarah perde di vista il piccolo Chris. Lo ritrova dopo aver scovato una specie di gigantesco cratere nel bosco. Da quel momento la donna inizierà ad avere dei sospetti sul suo bambino. E la stramba vicina tornerà a dirle cose inquietanti sulla cosa che finge di essere suo figlio. Da qui morti, violenze, funerali e tanta terra nei capelli.

Le ragioni genetiche di The Hole In The Ground

ammazza la vecchia

The Hole In The Ground è il primo lungometraggio di Lee Cronin. L’ha scritto insieme a un amico, Stephen Shields, autore televisivo. Cosa li abbia spinti a scegliere il tema dei bimbi alieni non si sa. Magari sono genitori di fresco. Oppure hanno fatto un calcolo che poi gli si è ritorto contro. L’horror con i figli di un altro pianeta va un casino. Facciamone uno anche noi.

Se va tanto un determinato filone, una ragione ci sarà. Forse gli adulti nutrono un gran senso di colpa per aver permesso all’oscura tecnologia internettara di fagocitare i propri figli. La stessa cosa capitò con la televisione ai tempi di Poltergeist. Papà e mamma anni 80 lasciavano così tanto i bimbi davanti alla babysitter catodica che ELLA un giorno li inghiottì.

I bambini ci cambiano

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Non c’è ancora, mi pare, un film dove un figlio viene sostituito da un ologramma youtube diabolico. Di sicuro però vedere i nostri bambini alle prese con i tablet è abbastanza inquietante. Io ho osservato mio figlio per venti minuti. Lui non ha fatto che seguire un video di un tipo che giocava con dei pupazzi. E la sera, mentre lo metto a letto e gli sto per dare il bacio della buonanotte, il senso di estraneità trova conferme. Gli propongo una fiaba che vorrei leggergli e lui mi chiede se è una continuity o un autoconclusivo.

Quale che sia la ragione dei film sui bimbi alieni, Cronin l’ha fatto The Hole In The Ground unendo L’invasione degli ultracorpi + Il villaggio dei dannati. Deve aver pensato all’esempio di Mike Flanagan e il suo ritorno alla tradizione. Il problema è che cimentarsi con vecchi topoi del genere è difficilissimo. Non ci si può mica appellare alla scarsa memoria storica delle nuove generazioni. Occorre di più. Il regista di Oculus mette nei suoi film un pathos che era estraneo al genere. Io mi sono commosso a vedere la serie di Hill House. Ma quello che in apparenza sembra semplice, riesce solo a Flanagan. Questo perché la gente crede che i suoi film funzionino grazie ai buh! e basta.

La scena geniale che salva The Hole In The Ground

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In The Hole In The Ground le cose iniziano davvero a prendervi per il collo quando il regista la smette di farvi buh! e vi mette finalmente davanti a qualcosa che fa male sul serio e voi, con i vostri pop-corn non vi aspettereste mai. Mi riferisco a una scena decisiva. Nel momento in cui Sarah ha la certezza che suo figlio non è suo figlio (non ditemi che è uno spoiler???) lui la picchia. Ora, sappiamo che la donna è sfuggita alle grinfie di un marito sadico e violento. Il bambino deve aver assistito alle atroci colluttazioni tra il padre e la madre. La genialata di Cronin è stata dare a noi del pubblico il punto di vista del bimbo. Non l’alieno, il bimbo che è in noi.

Poteva farci vedere il ragazzino che afferra l’adulta e la fa volare addosso al muro. E invece no. Al confronto decisivo tra i due, Chris capisce. La madre sa che non è lui. Il mostro lo caspice e la smette di fingere. Avanza piano, con lo sguardo cattivo. La donna inizia ad arretrare. Si capisce che il panico in lei è antico. Conosce già il copione. Sa che è arrivato ancora il momento di prenderle. Solo che non è un adulto di un metro e ottanta ma un pischellino di 68 centimetri che si dirige verso di lei.

La donna scivola dietro il muro della cucina e lui la raggiunge. La cinepresa resta ferma lì. Sentiamo i colpi terribili e i gemiti della donna fuori campo. E siamo mollati indietro, come degli inermi infantili a immaginare cosa succede di orrendo alla mamma.

Istinto materno e le catene del dolore

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Il piccolo Chris è un alieno millenario ed è perfido il modo che usa per domare la povera donna. Le vomita addosso le botte del marito dalle mani di suo figlio. Non è infrequente nella realtà, che se un padre mena la moglie, poi finisca per farlo anche il figlio. E dopo di lei, il ragazzo, diventato adulto, farà del male anche alle fidanzate che arriveranno dopo. Sono catene del dolore quasi infallibili.

L’horror di Cronin si basa su questi assunti psicologici. Un altro è quello un po’ più superstizioso che una madre capisce cose di un figlio che la scienza non può spiegare. Un alieno non può fregare l’istinto materno. In fondo non è vero, ma al cinema certe scemenze si perpetuano. Ci sono madri che hanno scoperto cose tremende sui figli, solo dopo i giornalisti e la polizia. Ma va beh…

Ancora due cose…

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Se poi dobbiamo fare l’inventario di che altro funzioni in The Hole In The Ground io direi solo due cose.

Seána Kerslake nella parte di Sarah; ma il mio apprezzamento è viziato dal fatto che la trovo dolce e sexy. Sono pur sempre un critico con un pene, abbiate pazienza.

E poi c’è la canzone che si sente all’inizio dei titoli di coda. Potete non vedere il film ma quella non dovete perdervela. Si tratta di un brano cantato da Lisa Hannigan, Weile Waile. Lo trovo una perfetta sintesi di angoscia e bellezza. Il pezzo è un tradizionale irlandese riarrangiato dalla cantautrice. Ascoltatelo al tramonto, in loop, a luci spente. Seguite il testo e ditemi se non è questo che cercate davvero in un horror.

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