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Once Upon A Time In Hollywood – La recensione di Sdangher.com

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Once Upon A Time In Hollywood è un film di Quentin Tarantino del 2019. Gli omicidi di Sharon Tate e dei suoi amici a Cielo Drive risalgono al 9 agosto del 1969. Cinquant’anni fa. Il cinema ha sempre flirtato con le vicende di Charles Manson. Di adattamenti sugli omicidi della Family ce ne sono stati parecchi ma solo quest’anno si è registrato un decisivo affondo da parte di Hollywood.Abbiamo avuto The Haunting Of Sharon Tate di Daniel Ferrands, Charlie Says di Mary Harron. A breve uscirà la nuova stagione di Mindhunter su Netflix e anche lì avremo a che fare con Manson. A interpretarlo nella serie è il medesimo attore che lo fa in Once Upon A Time In Hollywood di Tarantino: Damon Herriman. Qui si vede tipo un minuto in tutto. Ecco spiegato perché la scelta di farlo ancora in un altro contesto narrativo.

Insomma, il regista de Le Iene ha pensato bene di rivisitare i fatti di Cielo Drive in questo 2019 e costruirci attorno un film molto particolare. Non che l’abbia fatto apposta. Sono due anni che Quentin ci lavora. Era vivo Luke Perry. Il povero Dylan di Beverly Hills qui fa una particina. E al posto di Bruce Dern doveva esserci un altro scomparso di recente, Burt Reynolds.

Cosa è esattamente Once Upon A Time In Hollywood?

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Once Upon A Time In Hollywood non è una trasposizione fedele degli efferati omicidi della Family. Non si tratta dell’horror di Tarantino (anche se nel finale ricorda Suspiria). Se vi aspettate Helter Skelter vs. Pulp Fiction lasciate perdere. Charles Manson e i suoi sono soltanto alcuni personaggi di un film che mette in fila l’intera fauna vip del jet-set hollywoodiano nel 1969. L’anno fatidico dove tutto finì e tutto ricominciò e bla bla bla. Tarantino però non parla del movimento hippie, il flower power e quella roba lì. Per lui finì un modo di fare il cinema. Di questo vuole dirci. Troverete quindi Bruce Lee, Steve McQueen, Mama Cass, Roman Polanski e un’infinità di altri personaggi medi e piccoli della fauna della Hollywood di allora.

La lettera d’amore per quel cinema è il reale intento di Tarantino. A lui importano le vicende dell’attore fallito Rick Dalton (Leo DiCaprio) e del suo stuntman di fiducia Cliff Booth (Brad Pitt) ma la vera sfida è proprio quella di immergere i fatti immaginari, per quanto attendibili di due personaggi inesistenti, in un contesto storicamente molto definito e rappresentato in modo piuttosto fedele.

E la cosa inizia a funzionare verso la metà del film, a mio avviso. Ci vuole un’oretta ma a quel punto ogni microstoria decolla sullo stesso aereoplano. E noi spettatori la smettiamo di fare il gioco del vero o falso. La finiamo di tenere sotto esame gli esiti del lavoro di rappresentazione e ci godiamo le vicende di Dalton e Booth, che in questa dimensione parallela del mondo da noi conosciuto, finiscono per intercettare le traiettorie di Sharon Tate e la Family di Manson, con esiti molto meno prevedibili di quanto possiate aspettarvi.

Il gioco di Tarantino

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Il gioco di Tarantino è sempre lo stesso. Citazioni, rigurgiti culturali e l’uso della cultura pop per raccontare se stesso. Forse Once Upon A Time In Hollywood, con molta probabilità sarà il titolo meno capito e apprezzato. Intanto è una commedia con Charles Manson. Ditemi voi come si possa venir fuori vivi da una cosa del genere.

E poi, anche se apparentemente si muove sui territori di Pulp Fiction, in realtà è molto più vicino a Jackie Brown. Non sto dicendo che i due film hanno qualcosa in comune a livello di trama o di scelte artistiche, ma sono entrambi fatti da un regista che si leva l’armatura del pulp ed entra nell’Agone in mutande. Se attaccate Once Upon A Time In Hollywood voi ferite Tarantino nel profondo, perché in questo suo lavoro c’è un cuore grande così. Dappertutto.

Ma dubito che il grande pubblico arriverà a scorgerlo, questo cuore, e per quanto possa riuscirci, non basterà a perdonare al regista un film che lui ha realizzato più per se stesso che per la gran quantità di gente che smania di vederlo.

Ma come è la versione Tarantiniana della Family di Charles Manson?

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Che Family viene fuori con Tarantino? Direi molto attendibile. Non c’è il sentimento che ci mette la Harron e tantomeno la truculenza di Ferrands. Il film di Tarantino per molti versi si avvicina comunque a The Haunting Of Sharon Tate, detto per inciso. E Quentin resiste alla tentazione di rendere la Famiglia più pulp di quel che è. Di sicuro ce la mostra in una fase ostile. L’arrivo di Cliff Booth allo Spahn Ranch è un po’ come immaginare cosa sarebbe successo se Clint Eastwood o Lee Marvin avessero fatto una puntatina nel covo di Manson. Più della Famiglia, credo che a Tarantino interessasse il ranch.

Lo Spahn Ranch di Once Upon A Time In Hollywood

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Lo Spahn Ranch era un ex set cinematrografico in rovina e in quello che ormai pareva un villaggio western fantasma, nel 1969 si aggiravano questi hippie sanguinari. Il proprietario, George Spahn, era un povero cowboy cieco che Charles Manson, per tenerlo buono, faceva coccolare da una delle sue ancelle, Squeaky. Spesso Manson e i suoi usavano lo Spahn, oltre che viverci e gestire i propri traffici per l’attuazione dell’Apocalisse, anche per “giocare”. Fingevano di essere cowboys, fuorilegge, sceriffi e pistoleri solitari. Realizzavano i loro psicodrammi usando il vecchio set western dello Spahn Ranch.

E il ranch era una specie di passaggio dimensionale tra il mondo della realtà e quello della fantasia. Solo Tarantino ha capito fino in fondo l’opportunità che una location simile offriva al cinema. E in Once Upon A Time In Hollywood fa raccontare a quel luogo tutta la storia della Family. Vi basta guardare come appare nel film, mentre Cliff ci si aggira in cerca del vecchio George Spahn. Ci sono le moto dei Satan’s Slaves, le Dune Buggy, i cavalli e i turisti sporadici. E basta un pugno e poi un altro a quel matto di Clem a trasformare il set decaduto in un film incandescente.

Tarantino prende Manson a calci in culo

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Tarantino non fa altro che prendere Manson per i capelli e trascinarlo nel mondo di Booth e Dalton, un posto in cui i tipi come Charlie e i suoi seguaci ricevono un sacco di calci nel culo. Che poi è quello che succede agli schiavisti e i nazisti in Django Unchained e Bastardi senza gloria. Essere davvero esistiti non mette al sicuro dalla fantasia, nel mondo di Tarantino. Per lui questo è il Cinema, un luogo in cui le cose possono andare per il verso “giusto”, con i cattivi fatti a pezzi e i buoni che se la spassano tra battute e qualche drink.

In un certo senso al tempo de Le Iene e di Pulp Fiction, passando per Jackie Brown, la realtà creata da questo regista era fatta di sangue e momenti estremi in cui le cose andavano come potevano andare. A partire da Django Unchained Tarantino invece se ne frega della vita vera e, come un bambino, usa i film di genere con cui è cresciuto per dominarla e sconfiggerla negli aspetti più prevaricanti e minacciosi.

Di più non dico. Vedetelo. Ah, una curiosità. La parte di Linda Kasabian è interpretata da Maya Hawke. La figlia di Uma Thurman.

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