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In Fabric – Non fidatevi di questo film!

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Probabilmente è solo un riflesso condizionato del regista Patrick Strickland, così legato e devoto all’estetica del cinema italiano di genere, ma In Fabric mi ha fatto pensare molto a Suspiria. Per certi versi le commesse della boutique da cui esce fuori il vestito assassino, somigliano alle megere della versione di Guadagnino, più che a quella di Dario. Mi riferisco alla loro meccanicità di manichini, alla loro funzionalità disumanizzata, come le ballerine della scuola Tanzen. Invece il rosso del vestito, le forbici, le evidenti tresche sacrileghe di queste donne a carico dei clienti, rimandano al capolavoro Argentiano per direttissima. E non solo a quello, ovvio. C’è anche Profondo Rosso.

inVolete la trama prima che continui? Ok, trama: Una donna in crisi esistenziale compra un vestito per un appuntamento al buio. L’abito la perseguiterà fino alla morte. E non solo lei.

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Suspiria ma anche Profondo Rosso, eh?

Diciamo due cose su In Fabric. Ha una sceneggiatura caotica e a tratti scontata. Sembra un episodio di un vecchio film di Freddie Francis o Kevin Connor sognato da Giorgio Armani durante una indigestione di cozze. Eppure (seconda cosa) il film mantiene il suo potere. C’è una innegabile energia che sottrae il film di Strickland al trash in cui lo avrebbero catapultato certe situazioni, se a girarlo fosse stato un Micha Gallo qualsiasi. Un esempio? La scena della masturbazione del manichino, con in controcampo i primi piani infoiati del capo-negozio alchimista (Richard Brenner). Invece di una patetica tresca intellettuale Bertolucciana tra plastica e carne diventa un rivoltante stupro da espressionismo tedesco a colori.

In Fabric fa paura

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Eppure, dicevo, In Fabric fa paura. E parte di questa inquietudine è data dalla sua inaffidabilità, dovuta proprio all’intreccio rapsodico e la sua dispettosità. A tratti sembra una commedia, finge di far ridere per fotterci meglio. E non ci riesce perché non possiamo fidarci di Strickland. Non ci rilassiamo mai con lui. Dietro ogni ordinaria situazione goffa o paradossale, può nascondersi il meraviglioso, l’impossibile e soptrattutto il sadico.

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In Fabric è un film che morde. Sgradevole, finto tonto e terribile. Non prendetelo sottogamba. E non perdetevi la possibilità di gustarvi l’androgina gigantessa Brienne The Tarth (Gwendoline Christie) in una inedita veste fatalona e molto hot.

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