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Celtic Frost – Dalle viscere dell’Inferno agli abissi ghiacciati di Cold Lake!

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CAPITOLO 1 – LE COSE FATTE KVLTO (O VOLENDO COL KVLTO)

Sorprende come gli artisti che furono dei punti di riferimento per la rinascita black degli anni 90, Quorton e Tom G. Warrior (so che ormai va di moda chiamarlo Gabriel Fisher ma io provo dei sentimenti verso quel nome originario e intendo chiamarlo ancora e per sempre così), dicevo, Quorton e Tom Warrior è curioso come abbiano sempre minimizzato e addirittura sminuito i dischi che secondo gente come Mayhem o Emperor hanno fatto la storia del black metal. Il primo giustifica l’orribile produzione e il sound indegno dell’esordio dei suoi Bathory, poi diventati manifesto programmatico di Burzum, Satyricon e Dimmu Borgir, come un totale fallimento dovuto alla mancanza di soldi e all’inesperienza di chi ci mise le mani. Per quanto riguarda gli Hellhammer, Tom non è da meno: se oggi gli si domanda degli Hellhammer ovvero quell’incarnazione primordiale dei suoi Celtic Frost (tale viene considerata da tanti) lui si affretta a scindere le due esperienze e poi definisce tutta la paccottiglia amatoriale venuta prima dell’infame EP Apocalyptic Raids come un tentativo maldestro di fare il verso ai Venom e anche quel disco non è mai stato un granché.

Oltre a questo, aggiunge sempre Tom, gli Hellhammer nel corso degli anni in cui i Celtic Frost incisero i dischi imprescindibili che tutti conosciamo, ne subirono la cattiva fama postima che quella band insulsa ancora suscitava nei giornalisti e i fans. Nonostante il nuovo percorso artistico avesse solo Tom come legame con gli Hellhammer è sempre stato così. Poi bisogna dirlo, Hellhammer e Frost furono distinti per un paio di cose decisive: i primi sapevano suonare (uno… e due) avevano ormai inquadrato un obbiettivo immaginifico personale e distinto dalla boria luciferina dei Venom. Ma è chiaro che se gli Hellhammer avessero mostrato la stessa padronanza tecnica e una personalità così spiccata non sarebbero mai diventati quello che sono oggi per tanti metallari. Ma questo lo rivedremo poi.

I Frost apparvero subito come qualcosa di assai più sofisticato e intellettuale rispetto a quello che avevano sia gli Hellhammer che Cronos, Abaddon e Mantas. E oggi nessuno se la sentirebbe di caricare Warrior di un debito artistico da saldare ai Venom. Sono tutti visti come giganti alla pari della storia del metal. Il motivo però che spinse gli Hellhammer a chiudere baracca dopo Apocalyptic Raids non fu la valanga di recensioni pessime che subirono, gli insulti che gli arrivavano quotidianamente dagli stessi fans e la totale mancanza di soldi, bensì una faccenda molto più spinosa: erano diventati simpatici a certi gruppi di nazistoidi satanisti che iniziarono a turnicare intorno alla sala prove della band e si facevano vivi ai concerti.

Questo eliminò una volta per sempre ogni progetto. Ufficialmente Tom (che al tempo si faceva chiamare Satanic Slaughter) non volle avere nulla a che fare con quei tipi, capì che il gioco stava diventando troppo serio e pose fine alla storia del gruppo più bistrattato e sottovalutato di sempre dopo Screamin’ Jay Hawkins.

In effetti gli Hellhammer facevano abbastanza schifo, ma in fondo il metal non dovrebbe per principio badare all’aspetto, anzi. Seguendo la filosofia dell’estremo, che sia musicale, visiva o concettuale, più produce ripugnanza e odio e meglio è. Questo a chiacchiere. Nella realtà i critici di Enfer, Kerrang e tutte le altre rivistine specializzate di quegli anni, già non accettavano i Venom e avevano certe pretese ormonali dal metal: ottima tecnica e soprattutto belle canzoni da cantare e accompagnare con il capoccio. Per gli Hellhammer c’erano invece il rumore, la volgarità e il caos.

Questo però produsse una tale ondata di scherno nei loro confronti da trasformare uno scalcagnato trio svizzero (i cui demo sono ancora oggi un’esperienza sonora alla Abu Ghraib) in un piccolo fenomeno da scoprire. Ecco quindi che torna l’idea che fu proprio questo responso da Corrida di Corrado ad attirare molte attenzioni sul gruppo. Tutti volevano sentire i peggiori, i più schifosi. Da lì a prenderli nel cuore e trasformarli in un nuovo avamposto estetico dell’arte oscura il passo fu breve.

Poiché gli Hellhammer rappresentavano il significato più nero dell’heavy metal, ne erano il sentimento materico, il prinpipio di osticità sociale: nessuno deve amarci, siamo per pochi e contro tutti. Magari Apocalyptic Raids non rappresenta un capolavoro musicale, per quanto abbia ispirato decine di grandi artisti, ma oggi come ieri sprigiona un grande fascino e ha una copertina meravigliosa. Inoltre, è vero che negli anni 80 pesò sul possibile successo dei Frost, ma allo stesso modo oggi non possiamo evitare di giudicare canzoni come Third Of The Storm, Horus/Aggressor o Messiah in vista delle squisitezze indigeribili che successivamente Tom Warrior avrebbe realizzato con la sua band più famosa.

CAPITOLO DUE: LE COSE FATTE… BENE (VERSO THERION, LA SECONDA A DESTRA DOPO LA ROTONDA)

celtic frostLo sdangherato collega ha riassunto in maniera eccelsa il momento del passaggio fra Hellhammer e Celtic Frost: c’era bisogno di cambiare nome, giro, mutande e possibilmente anche raffinare la proposta musicale. Il giochino degli “incapaci che comunque piacciono” non era l’obiettivo di Tom Warrior e Martin Ain e aspettare ancora sarebbe stato un problema: prima di tutto era già andata bene ai Venom e ciao ciao all’effetto sorpresa; secondo, si era già in pieno conto alla rovescia per il type-casting.

Stavano per diventare “Hellhammer for life”: i peggiori bar di Caracas per suonare, pubblico entusiasta ma ridotto, scarsa visibilità, praticamente il sogno di uno zillione di black o death metal di dieci/venti/trenta anni dopo, ma di sicuro non il loro. Da parte dei Frost c’era voglia di appartenere al metallo, estremo possibilmente, ma di fare le cose semplicemente… bene. Tipo scrivere pezzi ragionati, tipo registrarli in maniera decente, tipo proporli davanti ad un pubblico più vasto, tipo scrivere sì di diavoli, crudeltà e oscurità ma con un minimo di stile.

Ma soprattutto, l’idea di fondo era quella di creare una propria arte musicale e diffonderla il più possibile, magari venendo pure presi un minimo sul serio. Ricordiamoci che questi sono ancora gli anni in cui i dischi vendono “fisicamente” e se si vale qualcosa, ci si può campare anche abbastanza bene sfondando in mercati “strutturati” come per esempio quello tedesco. Detto, fatto: Tom e Martin si mettono sotto e il risultato di quegli sforzi sono i due ep “Morbid Tales” e “Emperor’s Return”, oltre ovviamente a “To Mega Therion”, capolavoro riconosciuto da tutti che sventola uno degli artwork più belli di sempre (sì, di quell’altro svizzero appena appena famoso. Già, quello là).

Retroattivamente parlando, in questi dischi la bestia Celtic Frost tanto 666 poi non è, per tutta una serie di sfumature più o meno filosofiche, ma soprattutto perché la musica in quanto tale così eccessiva poi non è. Né allora né adesso. E, voglio dire, non c’è assolutamente niente di male, ma è bene ricordarlo: se nell’analisi si parte dai millemila figli (scandinavi, sudamericani o meramente europei, fate vobis) e si riscoprono i padri, tutta questa aggressione fisica nei Celtic Frost non c’è. Non c’è mai stata. Punto. Ci si trova invece davanti ad un metal oscuro, a volte thrasheggiante, a volte un po’ sabbathiano, ma sempre di heavy metal si tratta. E quindi? E quindi sotto poco fumo, c’è tantissimo arrosto.

Andiamo per ordine: “Morbid Tales”. Lascio ai più pipparoli la questione ep o full con tutto il suo corollario di edizioni ammeregane ed europee. Partiamo invece proprio dall’impatto della title-track: se dissezionata, non è tanto lontana da una versione incupita e imbastardita dell’heavy classico, su cui troneggia la vociaccia di Tom Warrior, peraltro capibile e molto lontana da qualsiasi semi-growl del tempo che verrà (il primo Max Cavalera suona come una blasfemia a confronto, giusto per).

Si diceva: le velocità furiosissime di “Into the Crypt of Rays” o “Nocturnal Fear” fanno un po’ sorridere, nel mondo post-Marduk, Immortal (o Bestial Warlust, Defleshed o chi volete voi) e scorrendo velocemente un po’ tutta la tracklist tutta questa violenza, malvagità o budella non emergono. E i tempi medi, di ascendenza Venom – prendi una “Procreation of the Wicked”- sono di un luciferino fin troppo ordinato. Se siamo ancora qui a parlarne, ovviamente c’è dell’altro, e credetemi, è tutto quello che conta. Già dal debutto siamo quindi davanti a canzoni strutturate, con riff definiti e nitidi, strofe, ponti e ritornelli perfino canticchiabili. Scapocciamento moderato ma continuo.

La ricerca musicale dei Frost è partita e fin dai primi step “Morbid Tales” non fa altro che confermare che c’è già un’idea-canzone solidissima (tra l’altro passi da gigante fatti in pochissimo, se ripensiamo al periodo cantina-Hellhammer), che c’è una tecnica al servizio della musica, ma soprattutto che c’è un concept vero. I Frost sono tutti lì: musica lugubre e penetrante ma al tempo stesso signorile e translucida. Le composizioni dei Celtic Frost sono una forma di rock corroso ma non decomposto, deviato ma non capovolto. E’ musica liminare, in direzione inferno, ma al massimo con un piede dentro la soglia, non di più.

Il resto lo si lascia all’immaginazione di chi ascolta. Quantitativamente parlando, la violenza non esce dai solchi per prenderti a calci in culo come potrebbe farlo in un “Bonded By Blood” (arriverà un anno dopo), non è asfissiante come in un “Seven Churches” (un anno dopo pure lui). Eppure “Morbid Tales” impregna l’aria della stanza e lì rimane. Ascolto dopo ascolto, si insinua. E in questo i Celtic Frost vincono su tutta la linea. Mai come nel primo uno-due discografico, la band svizzera si muove ordinatamente verso la musica estrema, senza mai esserlo veramente da un lato, ed incarnandone una forma sublimata ed intellettuale. Oltre le borchie, ancora esibite come d’uopo, c’è moltissimo altro che bolle in pentola.

Passa un solo anno e ai due ep si impone “To Mega Therion”. I Frost ci prendono gusto, la vena compositiva è al massimo (e per ora rimane su binari sequenziali che alzano il tiro uno dopo l’altro, regalando ai fan più attenti una bellissima stairway to hell) e su una tela nuova di zecca prima disegnano forme note, quasi rassicuranti, per poi dare pennellate che sembrano non appartenervi più.

I Frost sono al passo due, ma si intravede già il passo tre: ricordiamoci che già erano apparse delle voci femminili narranti (“Return to the eve”, che Dani Filth poi ha copiato e ricopiato fino alla noia) ed un pezzo rumoristico/cinematografico densissimo (“Danse Macabre”) che si ricollegano immediatamente a quanto c’è in “To Mega Therion”. Il disco in sè è plumbeo concettualmente, ma mai soffocante acusticamente. Ancora una volta è l’idea di fondo ad essere estrema: “To Mega Therion” è pomposo, ordinato, ma è anche metallico al punto giusto.

Dopo la bombastica intro “Innocence and Wrath”, “The Usurper” è straordinaria: alza il tiro delle composizioni di “Morbid Tales”, partendo dallo stesso modello metallico ma spostandosi un paio di step più in alto. Il suono è nuovamente, fortunatamente razionale e geometrico e permette di infilare tutta una serie di finezze come l’improvviso controcanto femminile che tanto interesserà mr. Therion ed epigoni (minuto uno e cinquanta e rotti, sono queste le veloci pennellate decostruttive di cui sto blaterando). Ma attenzione,  questo non è ancora “Into the Pandemonium” e perciò nessuno è in grado di negare la preponderante metallosità del rifferama, delle vocals ed in generale dell’attitudine della band.

Il metal classico, nella sua forma Frost, è liminarmente thrasheggiante, ma mai caotico: un brano più classico come “Circle of the Tyrants” resta comunque e sempre forgiato su una struttura equilibrata, mai troppo estrema. Il sinfonismo riemerge nei fiati di “Dawn of Megiddo” (siamo nell’85, ricordiamocelo), ripresi nella seconda parte del disco in un simbolico crescendo. Song dopo song, si ha l’impressione che la voce di Tom Warrior ormai sia un modus operandi pressoché perfetto: ridotta in termini di performance, non rimane sminuita in quanto talmente particolare e a proprio agio da divenire vera e propria voce narrante, una guida nelle complesse morbid tales dei nostri.

Di “To Mega Therion” si potrebbe parlare per giorni, per quanto fondamentale è stato e ancora è, perfetto bilanciamento tra metallico e artistico, perfetto disco-atmosfera, perfetta concezione tematica, perfetto artwork. Senza dilungarsi troppo, per me rimane semplicemente allo stesso tempo il disco estremo “meno estremo di tutti i tempi” salvo poi rivelarsi uno dei più “intrinsecamente estremi”: non sono i decibel, il face-painting o le lyrics sulfuree, ma è piuttosto la quadratura di un cerchio metal realmente pe(n)sante, inattaccabile sono ogni punto di vista. Ovviamente, accontentarsi di replicare in serie sarebbe stato troppo facile, peccare di hybris troppo semplice: la mela di “Into The Pandemonium” è pronta ad essere colta.

3 –  LE COSE FATTE STRANE: INTO THE PANDEMONIUM

Riprendo la parola per dire che come mela possiamo paragonarla a quella colta dal fellone Adamo nel vecchio Eden. Da lì Eva iniziò a partorire (con dolore). E non c’è disco più fertilizzante di questo. Alcune idee erano state già anticipate nei precedenti lavori. In effetti Tom Warrior ha creato mondi quasi a ogni canzone dal giorno in cui iniziò a inciderne ma l’album che più di tutti testimonia la sua incredibile funzione deitica è Pande. Chi è che per primo ha sposato gli archi e gli ottoni al metal pesante?

I Celtic Frost. Chi ha inserito voci femminili? Loro. Chi ha pasticciato con l’elettronica, rubando idee alla New Wave inglese? Inutile rispondervi ancora. La risposta è sempre la stessa. In pratica con Into The Pandemonium i Frost hanno scritto gli anni 90. Hanno steso la ricetta che decine di band europee si sono provate, con esiti altalenanti, ad applicare. Gente come i Paradise Lost sono nate e morte negli ultimi cinquanta secondi di To Mega Therion e alla metà di Mesmerized. Persino l’idea di fregare direttamente i testi ai poeti e metterli in musica (metal), poi sviluppata alla grande dai nostrani Malnàtt, venne prima a Warrior in questo disco (Baudelaire, Bronte). E non ci si capacita nemmeno oggi di come i puzzoso metalhead di metà anni 80 abbia potuto prendere un lavoro del genere, immaginiamo tipo le notizie su Chernobyl.

Pandemonium comincia con una cover di pop intellettuale rifatta a chitarre pesanti, prosegue con delle irritanti clean vocals melensamente folli alternate a parti più dure ma in uno stile che è Paul Di’Anno con la raucedine. Inner Sanctum e soprattutto Babylon Fell illudono che i capricci siano tutti alle spalle ma eccoti una crognolata di dub degno dei primi Depeche Mode. Anche il singolo I Won’t Dance ha un ritornello davvero troppo melodico e orecchiabile per un fissato con la metallurgia sodissima. Sembra tutto un grande scherzo e forse lo è ma la gente finì per accettarlo come una roba serissima (e forse lo è).

Tom Warrior ricorda che la vera riconciliazione con la gente avvenne dal vivo, quando i sostenitori capirono dalla pesantezza del sound e l’attitudine brutale sul palco, che la band non aveva cambiato granché in fondo. I dolori sarebbero venuti più tardi. In effetti Into The Pandemonium sortì un effetto opposto ai vecchi demo degli Hellhammer. Quelli avevano spinto il mondo a sottovalutare il gruppo più geniale della storia del metal e questo a sopravvalutarlo. Al punto che quando uscì Cold Lake ci fu chi lo prese a occhi chiusi come una nuova provocazione culturale di grande finezza quando invece fu, per ammissione della stessa band, un passo falsissimo, realizzato quasi per soddisfare un amor proprio che Into The Pandemonium e tutti i dischi precedenti avevano affamato.

Trasformarsi in Motley Crue però fu davvero la cosa più scema del mondo e ancora oggi questo autogol lascia perplessi. Al di là dei meriti effettivi di un lavoro che ancora fa discutere quasi al pari di Load, Cold Lake diede il via a tutta una serie di delusioni, tra cui una prona retromarcia con Vanity/Nemesis. Certo, quando i Paradise Lost, tanto per tirarli in ballo ancora una volta, con Host si camuffarono definitivamente da Depeche Mode, il mondo non si mise a ridere e loro non sono mai stati costretti ad ammettere di aver compiuto un azzardo simile a Cold Lake ma con più cognizione. La scelta di Tom Warrior (e solo sua, visto che il resto della formazione storica aveva mollato) poteva anche essere dettata da un sano desiderio di esplorazione artistica ma anche da un bisogno puramente umano di calarsi in un’esperienza anomala come rapinare una banca per vedere quanto fosse facile e redimibile.

CAPITOLO 4 – LE COSE FATTE MBE’?: COLD LAKE

cold lakeDopo un paio di volte che rischi e ti va dritta, ci prendi gusto. E’ la legge del gioco d’azzardo, e anche i migliori cedono. Per Tom Warrior (solo lui, Ain se l’era già battuta da un po’ per le solite beghe fra amichetti che lascio ai biografi) non è nemmeno questa grossa colpa, se non mettiamo in conto qualche migliaio di fans inferociti. Niente di che, solo un (bel) po’ di gente che si ricorda ancora i primi giorni di Settembre del 1988: le lacrime, le sensazioni brucianti, le posizioni fetali e i dondolii autistici durante l’ascolto del nuovo Frost.

Niente di ché. Di conseguenza, negli anni, si sono sprecati fiumi di inchiostro su “Cold Lake”: varianti più o meno educate della critica, feroce hate speech, qualche entusiasta, ma soprattutto emerge prepotente ogni tanto l’homo veltronianus, quello del “beh, dai, è un interessante esperimento, magari non completamente riuscito ma…”. Per non accodarsi, partiamo da dei dati oggettivi: “Cold Lake” è definito a tutt’oggi da Tom come un “absolute worst I could do in my lifetime”, oppure “an utter piece of shit”. Googlate gente, googlate. E’ tutt’ora l’unico disco dei Frost escluso dalle ristampe degli anni 2000, quando si è tornati a parlare di Celtic Frost con conseguente reunion. E perciò? Probabilmente la realtà è piuttosto semplice, per una volta, e non ha bisogno di tante esegesi: al di là di perché sia bruttino, “Cold Lake” è un disco non riuscito.

Se invece vogliamo discuterne, che è il punto per cui alla fine si scrive e si legge nei blogghe, posso fornirvi le mie modestissime opinioni. Primo: nessuno è in grado di scrivere TUTTI i generi di musica, come nessuno è bravo in tutti gli sport, pure Jordan ha dovuto adattarsi. E’ la vita. Tom Warrior non eccelle se scrive (o contribuisce a scrivere) pezzi hard rock/glam, plain and simple, e l’unica colpa che possiamo addossargli è quell’evidente hybris che gli ha fatto credere, dopo “To Mega Therion” e “Into The Pandemonium” (che contengono semi per sette/otto generi di metal diversi), di essere in grado di cambiare ancora. So long for the omnipotence.

Secondo: un buon 30% dell’hate speech viene dalle foto. E’ sbagliato, ma non è nemmeno così inconcepibile. Le foto glam del retrocopertina di “Cold Lake” sono francamente inguardabili per un fan del metal estremo di quegli anni. Eravamo in un contesto che si nutriva proprio della faida thrash/glam et similia e improvvisamente dei riconosciuti padrini dell’oscurità (tra l’altro quella “colta”, come ho avuto modo di dire in precedenza), si esibiscono conciati come una band del boulevard, camicia aperta e pacco in fuori. Fa incazzare, non si può far finta di niente.

Volendo, è un po’ tutta la shitstorm che si riversò sui Metallica nel periodo in cui Lars Ulrich criticava chi suonava ancora metal anni ’80: i “Load” vari non erano capolavori, ma l’atteggiamento li faceva sembrare molto peggio. Terzo, ma non ultimo: due note biografiche. Tom Warrior ricorda sempre come per la prima volta che per quel disco gli fu assegnato un produttore di fama, Tony Platt. Non l’avevano mai ottenuto dalla Noise, rifiutare in quel momento sarebbe stato “weird”. Peccato che “di fama” non volesse dire “adeguato”, ma questa è un’altra storia. Infine, Tom Warrior era particolarmente felice con la propria ragazza, che a quanto sembra è anche la responsabile del funesto servizio fotografico a là Poison.

Sì insomma: se Tom Warrior scopa regolarmente e gli dai troppi soldi, non ha più gli occhi della tigre. Vallo a raccontare a Rocky Balboa o ad Apollo Creed. Quarto, e ultimo: ma allora “Cold Lake” cos’è, musicalmente parlando? Semplice: un pugno di pezzi a struttura hard rock, appena appena glam, che possono ricordare alla lontana quel glam più pesantiello stile Motley o W.A.S.P.; le strutture dei pezzi sono ipersemplicistiche, mentre il suono è troppo spesso per essere adeguato a ritornelli esplosivi o a memorabili riff unici (che infatti non ci sono quasi mai). Mettici l’aggravante dei testi scemi, con Tom Warrior che ci dice “Seduce Me Tonight”, e la frittata è fatta. So long for the ego.

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