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Slob di Rex Miller – Un intramontabile dello Splatterpunk

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Per prima cosa ne avverti la presenza, il fetore. La tua vita sta per defluire via in un grosso cesso di violenza e malvagità e l’ultima cosa che vedrai sarà il volto burroso e infantile di Daniel Edward Bunkowski. Lui è un serial killer alto più di due metri per duecento chili di peso, una montagna di ciccia cancrenosa e superintellingente. È stato addestrato a uccidere e ha un gran gusto per la tortura e i cuori ancora caldi. In Vietnam lo chiamavano “Chaingang”, come un gruppo di detenuti legati insieme da una grossa catena, solo che lui si muoveva da solo nell’oscurità fitta della giungla e brutalizzava indiscriminatamente qualsiasi forma di vita umana incontrasse. La catena è la sua arma preferita, ne ha una da traino per trattori nel grosso zaino che porta sempre con se, tanto grossa e pesante che un essere umano non riuscirebbe a sollevarla per più di qualche minuto, mentre Daniel la abbatte sulle sue vittime con rapidità e scioltezza.

Adesso che è tornato nella civiltà, Bunkowski è un enorme predatore che ammazza uomini, donne e bambini senza alcuna pietà. La prima scena in cui vediamo di cosa è capace ferma una ragazza per strada, la rapisce, la lega a un albero, la costringe a succhiarglielo prima di spezzarle il collo con un manrovescio e continuare poi a masturbarsi, schizzandole sperma sul viso cadaverico.

Tante nefandezze dovremo sopportare prima che il tenente di polizia Jack Eichord riesca a fermarlo ma sarà solo un’illusione perché Bunkowski, diventato un’icona dell’horror viene riesumato a forza dal suo creatore in una serie di romanzi ancora più violenti e selvaggi del primo.

“Slob” resta comunque il migliore. È l’esordio letterario di Rex Miller, reduce dal Vietnam, ex dj di successo che comincia tardi la sua carriera di romanziere. I suoi modelli sono Hemingway e un pugno di eroi hard boiled della vecchia scuola pulp. “Slob” stilisticamente è infatti una mistura di realismo fonetico, onomatopee, minimalismo e linguaggio spicciolo, lercio e truce. Ha un successo enorme, nonostante sia un libro imperfetto perché il protagonista mette comunque troppa paura e non si dimentica.

Miller infatti cucina il suo pasticcio venefico usando i peggiori incubi moderni della cronaca nera. Fonde la prestanza fisica gigantesca di Ed Kemper, l’aria pacioccona di John Gacy, il nomadismo di Henry Lee Lucas, l’intelligenza di Ted Bundy. Sono infatti questi gli aspetti dei serial killer più celebri ad aver impressionato la gente, non gli omicidi efferati ma l’elemento “umano” e rassicurante che ha fatto cadere in trappola centinaia di persone.

E tutti questi segmenti confluiscono in un solo essere pazzesco, elefantiaco, fiabesco e iperrealistico, flaccido e possente, idiota e genio, crudele assassino e amante degli animali. Bunkowski è un sublime groviglio di contraddizioni. Peccato che Miller ritenga necessario impiegare circa la metà del suo libro per tentare di renderlo credibile. La trama ne risente e di sicuro non era necessario. L’invenzione di questo mostro umano avrebbe funzionato meglio senza troppe spiegazioni psicologiche da manuale di criminologia e soprattutto senza farne un moralistico Rambo extra-large e tumore intestino degli Stati Uniti d’America.

Il suo avversario, Jack Eichord, poliziotto specializzato nella cattura degli assassini seriali, finisce per avere la meglio con uno stratagemma assai crudele e che disturberà molto la fitta schiera di animalisti in agguato nei social network, ma un horror riuscito, e “Slob” lo è, deve offendere, disturbare, nauseare e soprattutto non esitare essere scorretto pur di riuscirci.

L’alternarsi di sequenze oniriche nella giungla vietnamita e altre di “caccia” nella metropoli, creano un effetto molto coinvolgente e suggestivo. Immaginare Chaingang che si eiacula sulla piccola voragine in mezzo al petto di un soldato ucciso mentre con l’altra mano si caccia in bocca il suo cuore ancora bollente, non è così inverosimile. Vengono in mente le confessioni di Shawcross, serial killer che durante il suo servizio in Vietnam uccideva e mangiava le vittime dei suoi agguati e una divisa militare lo poteva far apparire quasi come un soldato troppo zelante anziché il mostro che era.

Daniel e la sua immagine felliniana, purulenta e sardonica rappresenta ancora oggi una delle più riuscite creazioni da incubo dell’horror moderno. Le sue dimensioni conducono al fiabesco quasi, ma la gratuità delle sue azioni, la spitatezza che lo guida in una casa, legare tutta una graziosa famigliola e costringerla a guardare mentre lui sodomizza mammina è reale e purtroppo assai plausibile.

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