Pascolando

I No che aiutano a crescere e i No che ci danneggiano

Salve equinidi e buona domenica. Oggi vorrei rendervi partecipi di una recente scoperta che ha messo la mia vita sotto una diversa prospettiva. Sapete, io pubblico libri, scrivo un sacco, compongo pure canzoni, testi e musica, faccio figli e li tiro su, sono un buon chitarrista, alcune firme del panorama metallaro giornalistico italiano sostengono che sono l’unica vera novità degli ultimi anni, in questo campo. Ho gestito una famiglia per dieci anni (che di questi tempi non è poco) e ora gestisco alla grande la separazione. Mando avanti questo blog e a letto non sono niente male, faccio tutto questo a dispetto di una voce interna che mi dice con solerte puntualità che: “non combinerò mai nulla di buono nella vita”; “che sono una persona ingenua e sciocca e spesso idiota”; “e che faccio schifo”. Non importa in cosa. A prescindere. Io faccio schifo.

Ora, c’è di sicuro gente che a leggere le mie cose penserà che la mia voce interiore abbia effettivamente ragione, non sono stato sempre una bella persona con tutti e c’è chi non mi trova piacevole, ma il punto non è questo. Io dovrei trovarmi piacevole! E sapete perché? Non c’è una ragione plausibile per cui io faccia davvero schifo. E soprattutto neanche voi dovreste mai pensarlo, a menoché non siate pedofili o cose del genere.

Insomma, il nostro sistema biologico non lo pensa. Se lo pensasse anche un solo secondo moriremmo. Le arterie, il cuore, l’intestino sono tutti concordi nel ritenere assolutamente necessaria la vostra esistenza. Solo il cervello talvolta ha da ridire. Ma se quello che il cervello pensa fosse davvero influente sul resto del corpo, sareste morti.

Beh, in effetti il cervello una certa influenza sull’organismo ce l’ha. Alla lunga distanza, pensieri negativi reiterati conducono alla malattia fisica. Lo stress uccide. E lo stress si genera dall’insoddisfazione e la frustrazione personale.

Ma torniamo a me, se permettete. Io e la mia voce squalificante. Bisogna ammettere che oltre quella c’è una voce un po’ meno crudele, più dolce e affettuosa. Talvolta io sono l’amicone di me stesso. Se così non fosse, ora non sareste qui a leggermi. La verità quindi è che in me esistono due grandi forze in lotta. Una vuole che io mi realizzi con la scrittura e l’arte, la creatività in generale o qualsiasi cosa io ami fare. E una che pensa io sia destinato al fallimento in genere e nello specifico, proprio in quelle cose che amo fare di più.

Ora, seguitemi un attimo con attenzione. Queste due forze in realtà provengono dalla stessa matrice. Matrice o madre, chiamatela anche così. Perché la causa è proprio la mia mamma.

Niente di nuovo. Addirittura c’è chi pensa che sia roba così vecchia da essere superata. Freud e l’invidia del pene, il complesso di Edipo, la castrazione materna, tutte quelle cose lì, sembra siano state ripudiate dalla moderna psicologia. Ma io non sono uno specialista e la penso come mi pare.

Di fatto quando siamo piccoli riceviamo un sacco di no. Dovremmo, per lo meno riceverne, non vi pare? Ci aiutano a crescere e a diventare persone in gamba. Ci dicono che non siamo despoti della nostra realtà. Purtroppo a volte i no sono dannosi. Primo perché spesso ci sviliscono al punto di toglierci anche l’effettiva sovranità di noi stessi e secondo perché talvolta sono dei no raddoppiati. Io la chiamo la catena dei no. E quello che io ricevetti anni fa, un fatidico giorno, ha determinato la mia natura di scrittore tormentato e inconcludente.

Un bambino di fronte ai no reagisce con odio, dolore, rabbia. Se la mamma vi dice, questo carrarmato telecomandato non possiamo comprarlo, riportalo sullo scaffale da cui l’hai preso, come reagireste? Io ricordo che fui talmente d’accordo con lei che cercai di rubarlo. Ecco, per dire. I no, per un bambino sono violenza, sono muri improvvisi che vorrebbe buttar giù con la sua Ariete narcisistica.

Di solito c’è un no con cui facciamo i conti tutti quanti. Quello che riguarda la direzione che dovremmo prendere nell’esistenza. Un bel giorno, vi sarà capitato di andare dalla mamma e dirle col cuore gonfio di emozione: “ho capito cosa voglio essere nella vita…” (essere, non fare, badate bene) Metteteci quello che volete. Di sicuro, tranne qualche eccezione rara, saranno mestieri eccitanti, arditi, al punto da impressionare un bimbo e spingerlo a fargli dire “anche io!” Il calciatore, l’astronauta, la rockstar, il becchino che vede i morti…

Ovviamente sono tutti mestieri che nascondono un lato terribile, realistico, di fallimento e di dolore. La nostra mamma sa che non si diventa centravanti della Juventus senza grandissimo talento, una buona dose di culo e tanta abnegazione. Il culo si fa ma si riceve anche, se si vuole raggiungere un risultato. Quando ci dicono che è tutta una questione di culo, tralasciano di specificare che ne dobbiamo ricevere ma anche farcelo da noi.

Comunque, la mamma sa come è dura la vita. L’ha scoperto lei stessa sulla propria pelle e davanti a un figlio che le dice: sarò una rockstar, all’inizio ci ride su e mormora sì, caro, che bello! Poi pensa “è piccolo, crescerà”. Purtroppo succede che questa previsione spesso non significhi cambiare idea. Magari si cresce e si continua a dire alla mamma la stessa cosa: voglio fare la rockstar. E arriva il momento in cui una madre finisce per non sorridere più al proprio figlio di 12 anni e che un giorno alle soglie della propria menopausa lo prenda da parte e gli riveli cosa pensa davvero in proposito ai suoi piani di conquista del mondo: non è facile, cerca altre vie per realizzarti! Che ne diresti di fare il carabiniere come papà? Una volta volevi essere come lui, no?”

“Sono pochi”, dice la mamma, “quelli che possono arrivare a fare le rockstar”. Ecco, queste parole e lo sguardo dubbioso e dispiaciuto insieme della mamma sono un No gigantesco. Significano, “tu non puoi, tu non ce la farai. Tu non sei abbastanza in gamba per diventare in quel modo. Quindi smettila di fare sogni e datti da fare in qualche cosa di meno ambizioso e più alla tua portata”.

Prima di dire che la mamma è stronza teniamo a mente tre motivazioni che la spingono a dire così a un figlio.

Una madre parla così perché:

1) proietta sul figlio le sue insicurezze. Vale a dire che forse qualcuno ha detto a lei la stessa cosa da piccola, in una catena di smerdamento che avanza dalla notte dei tempi di un’intera stirpe.

2) parla così perché viene da un mondo in cui non c’era spazio per certi sogni a occhi aperti. La mia ha iniziato a mandare avanti la casa di famiglia da sola a quindici anni. Sua madre era pazza e sorda e il padre malato grave. Con un trascorso simile che tipo di idee può farsi una bambina in merito alle rockstar e i calciatori? E cosa può dire a un figlio che invece ha avuto tempo di sognare e fantasticare quale eroe essere nella vita?

3) sostanzialmente una madre dice al figlio di lasciar perdere non perché pensa che non sia in grado di realizzare cose creativamente valide, ma per proteggerlo dalle illusioni. Solo per quello. Mia madre mi disse NO perché voleva solo evitarmi il dolore di una vita dura, frustrante e priva di certezze. Quella dell’artista. Come fargliene una colpa? Nessun genitore si augurerebbe un figlio creativo. Magari direbbe di sì, perché è bello che un figlio sia scrittore, musicista, pittore… però dovrebbe anche essere qualcosa di più concreto e non puntare tutto sull’arte. La scrittura è il tuo hobby, studia e pedala. Ma sapete quanto ci vuole per maturare creativamente? Ogni atomo del proprio essere. Uno non può essere scrittore a tempo perso e poi vivere da Ragioniere. Può farlo ma sviluppando una sorta di blanda schizofrenia.

Tornando a me, ricevetti il mio NO. Che era già farcito del NO che ricevette la mamma, che era il NO che ricevettero a suo tempo i miei nonni materni… e così via. La catena dei No.

Alcuni figli, davanti a un NO simile reagiscono sviluppando una rabbia eterna verso il genitore e votandosi al fallimento professionale per fargli dispetto. Altri un po’ meno sventurati, introiettano quel NO come una sfida e vanno avanti, cercando un compromesso tra quello che vuole la mamma e quello che vuole il figlio. Il mio caso. Quel NO della mamma per me fu una sfida. “Te la faccio vedere io! Ve la faccio vedere a tutti” pensai un giorno in cui ero Leone. Poi mi trasformai in pecora depressa e nevrotica per il resto della mia esistenza, ma va beh.

Dura ignorare la voce di una mamma che ti dice NO. Quel NO torna in tanti modi, finché non lo ascolti. E così dato che non potevo vincere quel NO, non mi riusciva proprio, ho finito per conviverci. Perseguendo un piano che al confronto il patto Atlantico è una passeggiata. Ho associato il sogno di scrivere e creare, con il riconoscimento sociale, economico. Tanto per dire: mamma, diventerò non solo uno scrittore, che era la mia personale concezione della rockstar da adolescente, ma verrò pagato per questo. Potrò essere un uomo felice, a dispetto delle tue previsioni del cazzo e proteggerti quando sarai anziana e non avrai di che vivere.

Potete immaginare che merda di vita abbia fatto fino qui. Ho pubblicato il mio primo romanzo, sono finito sui giornali nazionali con recensioni piene di complimenti ma dentro il NO si ripeteva incessante. Non averci guadagnato granché ha solo dato ulteriore forza a quel NO, ma non sarebbe stata la soluzione. I soldi non li avrei meritati, secondo la voce del NO. Sarei stato solo un usurpatore di denaro. Come lo ero di buone recensioni. Il mio libro era una merda, possibile che non se ne accorgesse nessuno?

E come per il primo successo fu per il resto. Sempre. Ho pubblicato 7-8 libri, neanche ricordo di preciso. Ho firmato articoli finiti sulle copertine delle mie riviste preferite… eppure eccomi lì a darmi del fesso.

Ma quel NO di mia madre non voleva essere così crudele e bastardo. E ora l’ho compreso. Tenetevi forte. Io ho realizzato che quel NO era la cosa più tenera che mia madre mi potesse dire. Temeva per il mio futuro. Pensò di uccidere i miei sogni per salvarmi da un mondo di lacrime e delusioni. Voleva una vita felice per me. La sua idea di vita felice era una merda e io la rifiutai. Pagando caro questa mia insubordinazione. Ma mia madre non poteva reagire altrimenti. Aveva le sue idee e principi. E basandosi su quelli e il profondo affetto che nutriva per me, tentò di salvarmi dalle illusioni. Il NO tenero di mia madre io l’ho preso e trasformato in una peste interna. Sapere che dietro c’è una mamma premurosa e non una strega, lo rende meno NO, e quindi gli leva potere.

Ora, badate. Non è che se adesso ho capito ‘sta cosa sono salvo e cambierò vita. Le cose che abbiamo in profondità restano lì e ci fanno agire inconsciamente sempre allo stesso modo. Occorre tempo e un gran lavoro per trasformare i NO in SIì. Ma il punto di partenza è quello giusto. Capire che quel No era dettato dall’affetto e condizionato da una visione tarpata a sua volta, un qualche piccolo cambiamento riesce a farmelo cominciare. O almeno spero.

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