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Tool a bocce ferme – Riflessioni a un mese dall’uscita di Fear Inoculum!

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LA FUNZIONE TOOL (SUPERFICIALE)

Una volta, a inizio millennio, parlavo con un mio coinquilino che, quando seppe che scrivevo per una rivista metal, mi disse che lui amava molto OPIATE (pronunciato come si scrive) dei Tool. Penso di poter dire che quella persona non aveva particolari interessi musicali né in senso lato culturali, dato che la sola altra cosa che ricordo di lui è che mi sottoponeva a estenuanti serate televisive davanti a Zelig su Italia 1. Perché un prodotto di popular music high-brow come i Tool, allora? Quale funzione svolgevano per lui? Scomodando i padri della sociologia e i primi tra i meme che ci accompagneranno in questo longform, presumibilmente quella di consumo distintivo, autocertificazione di gusto più raffinato di quelli della massa.

Come rilevato da Padrecavallotool, è altrimenti difficilmente comprensibile la popolarità di massa di una proposta musicale così complessa e volutamente ostica. I Tool sono popolari proprio in quanto ostici e complessi, non il contrario.

Il fan dei Tool li accetta in blocco, non ama distinguo tra momenti più o meno buoni della loro produzione. Il fan dei Tool è di provenienza eterogenea e spesso inaspettata: conosco cinici di professione che ancora passano il tempo a sfottere Yes e Genesis ma adorano le suite dei Tool; punkettoni che solitamente iniziano ad agitarsi quando un pezzo supera i tre minuti ma sono pronti a dare la vita per difendere Reflection o Right In Two.

I Tool però non sono ecumenici, cioè non piacciono a tutti. Specularmente ai fan, i detrattori considerano i Tool come un blocco unico da rifiutare in quanto incomprensibile (alcuni) o in quanto kitsch (alcuni altri) nel senso di menzogna nell’arte, ovvero un prodotto di largo consumo che della vera arte mantiene solo l’effetto superficiale, l’apparenza.

La parossistica attesa dal 2006 a oggi e la contemporanea ascesa dei social network hanno contribuito a esasperare la polarizzazione tra fans e haters, tanto che è diventato sempre più difficile assumere una posizione intermedia nel sempiterno dilemma “mi si nota di più se ne parlo bene per far vedere che conosco la musica o se li stronco per far vedere che la conosco ancora meglio quindi sotto Stockhausen non mi abbasso?”

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Io come indole critica sono invece un sostenitore delle posizioni intermedie: dove tutti scrivono bianco o nero io tendo a vedere perlopiù grigio, non in senso dispregiativo ma in quello di sfumature tra zone d’ombra e di luce. Difficilmente riesco ad essere tranchant in un senso o nell’altro, anche quando mi piacerebbe esserlo.

All’uscita di 10.000 Days scrivevo ancora su Flash. Ricevetti in promo il CD, chissà perché addirittura già la versione poi in commercio, quella con gli occhiali 3D. Mi sentivo un figo ad ascoltarlo in anteprima ed ero pronto a scriverne un elogio incondizionato, ma poi finii per pubblicarne uno con diversi distinguo. Stavolta per darmi una botta di vita avrei voluto scrivere una stroncatura militante, di quelle brillanti e scritte bene, e invece finirò di nuovo per mettere in evidenza i pregi tanto quanto i difetti di Fear Inoculum.

UNA QUESTIONE DI QUALITÀ

La redazione (ah! ah!) di Sdangher mi aveva fatto avere le tracce in anticipo anche stavolta. Avremmo potuto pubblicare la recensione il giorno stesso dell’uscita come i siti professionali, ma la mia tendenza alla procrastinazione ha avuto il sopravvento e siamo qui dopo un mese che comprensibilmente mi si chiede di fare un bilancio a bocce ferme sulle reazioni al disco, più che una presentazione di canzoni che tutti ormai avranno già ascoltato.

Io però un po’ voglio parlarne lo stesso del disco, anche perché se lo avessi fatto subito sarebbe venuta fuori una recensione del tutto diversa, vicina alla solenne stroncatura auspicata preventivamente per la caratteristica improntitudine con la quale i Tool presentavano una tracklist che sembrava una autocaricatura: 86 minuti, con pezzi sopra i dieci minuti e qualche intermezzo di riempitivo accomunati dai titoli enigmatici.

Che è come se gli Iron Maiden iniziassero ogni canzone con tre minuti di arpeggini malprodotti o i Dream Theater infarcissero i loro dischi di suite di venti minuti con quindici inutili cambi di tempo. Cose che effettivamente i suddetti fanno, ma che per le quali vengono infatti maltrattati. I Tool invece si crogiolano negli aspetti più controversi del loro stile e ne escono relativamente indenni. Perché?

Perché è una questione di qualità, come diceva quello. Una qualità di scrittura e di esecuzione che, pur con tutte le cattive pregiudiziali, non si può ignorare.

Ma una qualità che emerge solo con ascolti ripetuti, giacché esiste un Fear Inoculum per i primi 2-3 ascolti e uno per i successivi tredici anni di approfondimenti.

FEAR INOCULUM 1 E 2

Ciò che emerge dal primo Fear Inoculum sono uno strumentale e tre superflui intermezzi ambient interposti a sei pezzi lunghi e sfinenti, costruiti in modo troppo simile tra loro con lunga parte lenta/soffusa e finale in crescendo (unica eccezione 7empest, più tesa e movimentata per tutta la durata).

Quello che notiamo sono un batterista sborone che al confronto Carl Palmer è Phil Rudd e un chitarrista che sembra disinteressarsi di quanto accade nei primi sette-otto minuti di ogni pezzo; le uniche linee vocali che ricordiamo sono un paio di INDIGNIATII1! “Shame On You! Shame On You”!

I fattori che ti spingono a non demordere con gli ascolti sono due: il primo è il dubbio che il problema sei tu che non capisci, perché dietro quella noiosa coltre di accordi strani e ripetitivi probabilmente si nasconde qualche diavoleria tipo quella di Fibonacci in Lateralus, e già ti immagini l’amico con gli occhiali che poi ti viene a squadernare davanti la tua ignoranza musicale e già che ci siamo anche matematica.

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La seconda è il suono. Parte del successo dei Tool è stata aver sempre dato una perfetta veste sonora ai propri lavori in studio, riproducendola nei limiti del possibile anche dal vivo. Stavolta il combinato disposto tra l’enorme tempo a disposizione, un budget presumibilmente molto alto e il rinnovo della collaborazione con l’ottimo Joe Barresi hanno creato un impasto davvero splendente, in cui ciascuno strumento (synth spaziali compresi) ti arriva distinto in cuffia coi suoi timbri e le sue risonanze. Quando le chitarre si fanno heavy vengono messe in risalto tanto che sembra a tratti di sentire Diamond Darrell in 4D, e vi assicuro che è una bella sensazione.

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Quindi sì, come dice il meme qui sopra il suono dei Tool è veramente più profondo di quello di tutti gli altri, che alla profondità privilegiano il volume in ossequio alla loudness war. La differenza si percepisce a un livello presumo neurologico.

La magnificenza della forma è la guida fedele che ti prende per mano e attraverso gli ascolti ti porta pazientemente a scoprire i pregi del contenuto. Pian piano i contorni annebbiati dei pezzi lasciano scoprire le sapienti costruzioni ricorsive che li sorreggono. Dico ricorsive, attenzione, non iterative come nella matrice principale del post metal alla NeurosisIsis o di drone-doom e shoegaze-black. Si tratta di una distinzione strutturale che si ritrova anche nelle diverse linee della musica elettronica.

IL MOMENTO JONES

I primi due terzi di ogni canzone sembrano menare il can per l’aia finché non ti accorgi che in realtà sono costruiti su un sottile gioco di riprese e variazioni, e che la staticità è solo apparente, perché lo scenario cambia impercettibilmente con evoluzioni continue. Il che costituisce un principio simile a composizioni come erano quelle degli Sleep, ma con quanta maggiore facondia ritmica e timbrica lo fanno i ricchi e virtuosi Tool!

Questi lenti movimenti seguono generalmente la regola del crescendo secondo il modello già perfezionato in Wings Of Marie/10.000 Days finché non si arriva al momento Jones. Cos’è il momento Jones? Quello in cui il chitarrista, dopo essersene stato paziente a tessere la sua tela nascosto dietro le poliritmie di Carey (ma non dimentichiamo il ruolo fondamentale di Chancellor, che compie bene il dovere di ogni bassista, cioè legare il suono in una situazione anomala che vede un chitarrista minimalista e un batterista esibizionista) sale in primo piano e semplicemente fa QUALCOSA. Qualcosa che si nota. Può essere un assolo con effetto simil-wah wah, un riff percussivo, un solo più disteso con variazioni melodiche, un semplice breve solo dissonante e pieno di effettistica. Solitamente il momento Jones non arriva prima dei sette minuti, nella title-track è addirittura confinato all’ultimo minuto, 9.30 circa. Ma quando si prende la scena poi Jones non la lascia più: alcuni pezzi finiscono con i suoi soli, ma anche quando si riprendono i temi vocali della prima parte il centro dell’attenzione si è spostato irreversibilmente sulla chitarra. E si sarà capito come queste parti finali siano le più intense e memorabili di ogni canzone.

Che magnifico chitarrista Adam Jones! E quanto frustrante per noi metallari. Abituati a scale su scale di note, e cresciuti con l’idea che un chitarrista deve esibire tutto il suo potenziale tecnico nel modo più scenografico possibile, non concepiamo se non quasi come una posa l’understatement stilistico di Jones, che perlopiù si dedica a un certosino lavoro di textures non comprensibile ai più, mentre dà l’impressione che se volesse potrebbe sciorinare uno shredding da incenerire Petrucci e Malmsteen messi insieme. Davvero Jones è rimasto figlio della generazione slacker dei primi anni novanta in cui è cresciuto: guitar hero suo malgrado così come Kurt era diventato rockstar suo malgrado.

SÌ, MA LE CANZONI?

Se parliamo di canzoni, per quanto sui generis come quelle dei Tool, non possiamo dimenticare che a caratterizzarle in quanto tali siano principalmente melodie e armonie vocali. Già, come siamo messi su questo piano? Come se la cava coso lì, mister Simpatia Keenan? Molto male, verrebbe da dire dopo i famigerati primi ascolti. Non benissimo ma un po’ meglio, dopo. Le melodie ci sono, ma talmente tenui che ti entrano dentro pian piano. Così fanno quelle di Fear Inoculum e Pneuma, con le iterazioni rispettivamente dei termini “Exhale” e “Breath” che confermano anche sul piano semantico delle liriche la loro appartenenza al campo dell’immateriale, del diafano, dell’etereo. Sono melodie che arrivano dal folk più che dal rock, come ben evidente in Culling Voices, il pezzo meno monumentale, quello con le trame ritmiche più rilassate e lineari, il cui indurimento della seconda parte si ferma a un riffing abbastanza canonicamente post-grunge.

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Queste melodie non costituiscono veri e propri hook; anche quelle più corpose di Invincible e 7empest vi si avvicinano ma non riescono o non vogliono arrivare sul terreno della memorabilità e immediata riconoscibilità, come pure in passato alcuni pezzi dei Tool avevano fatto. Chiaro che ascoltando i Tool non si cerca il sing-a-long ma – parliamoci chiaro – i mattoni di dieci minuti li hanno sempre fatti, però c’erano anche canzoni relativamente più lineari quali Stinkfist, Schism, Vicarious a fare da contrappunto e rendere più completi e modellati i loro lavori. Canzoni stupefacenti, che portavano il concetto di prog metal a livelli irraggiungibili anche dai migliori concorrenti.

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Stavolta restano solo i mattoni, ché anche 7empest, il pezzo che per tensione più si avvicina ai modelli suddetti, scavalca i quindici minuti e quindi no, su Virgin Radio non la passano.

LA FUNZIONE TOOL (PROFONDA)

Tornando quindi a un concetto già espresso, i Tool hanno voluto essere più tooliani che mai, love it or leave it. Questa scelta autarchica mi sembra essere il nocciolo di significato su cui impostare il dibattito sul disco, a partire dall’abnorme attesa che lo ha preceduto.

Già, perché così tanto? C’è chi dice per una strategia di marketing, tesa a far salire alle stelle la domanda del bene-musica dei Tool per poi venderlo al suo massimo. Oppure l’attesa è stata semplicemente dovuta alla sprezzatura aristocratica di un gruppo che ha sempre voluto comunicare l’impressione di concedersi controvoglia.

E se invece fosse stata una questione di insicurezza? Una quasi patologica ossessione di perfezionismo che li ha portati a pensare lungamente ogni singolo passaggio? L’aggancio autobiografico per questa interpretazione ci sarebbe nel refrain di Invincible, col personaggio del guerriero che lotta per restare “relevant” e “consequential”. Se così fosse scopriremmo un lato umano vulnerabile dietro le maschere da stronzetti snob da sempre sfoderate nelle foto promozionali. In questa prospettiva la cosa giusta da fare ai quattro deve essere parsa portare al massimo livello di perfezione formale quello che sentono di saper fare meglio: i Tool.

Il principale limite del pur ottimo Fear Inoculum è infatti quello di non sorprendere mai. Può sembrare paradossale dirlo per chi sottopone il malcapitato ascoltatore a un tour de force di 86 minuti, ma i Tool non sono stati coraggiosi. L’evoluzione stilistica del gruppo ha conosciuto salti quantici strabilianti fino a Lateralus, ma si è fermata nei due dischi dei vent’anni successivi, nei quali i quattro musicisti si sono dedicati a solidificare la costruzione del proprio tempio protetto da un alto muro. Un tempio magnifico e molto grande, in grado di tenere dentro milioni di fedeli, ma pur sempre conchiuso, inaccessibile per chi non abbia mai voluto farne parte in passato.

Con tutto questo i Tool sono necessari, come dicono i critici cinematografici autoriali. Perché? Perché il loro tempio resta pieno di tesori, ma soprattutto perché al suo interno i tesori vanno cercati con pazienza, e in epoca di streaming serve un gruppo di larga popolarità che richiede un ascolto prolungato e concentrato, non di sottofondo. Servono dischi attesi come un evento, in un panorama rock sempre più asfittico e bucherellato. Servono gruppi rock con un aura di inaccessibilità e con status di classici. Questa è – forse banale, ma non superficiale – la vera funzione dei Tool.

 

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