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Pay to Play – Ultima spiaggia del Music Biz?

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Pay To Play: una storia vecchia

Il “pay to play” è un fenomeno presente in diversi ambiti e che ha dato vita a ramificazioni piuttosto complesse da analizzare. Oggi ci vogliamo occupare di quello musicale, che tanto sta facendo parlare di sé e che esisteva già in una sua forma nella scena rock losangelina degli anni ’80. Funzionava così: consapevoli dell’esplosione della musica rock e della presenza di molte giovani band vogliose di sfondare, parecchi locali lasciavano utilizzare la propria venue per concerti rock. Questo avveniva a patto che i rocker in erba, di solito alla ricerca di un contratto discografico, fossero in grado di trasformarsi in una sorta di piccoli promoter del proprio gruppo. Se il complesso vendeva o faceva piazzare un numero minimo di biglietti, la data nel locale, più o meno prestigioso, andava in scena e per il reciproco interesse.
pay to playI gestori dei locali, gli agenti intermediari e i gruppi emergenti, avevano tutti la loro fetta della torta ma la ricompensa della band era la visibilità, una “exposure” che, negli anni ’80, a Los Angeles, aveva un senso e prospettive ben diverse da quelle attuali. Allora c’erano davvero gli scout delle major a sondare sul campo i nuovi talenti su cui investire. Era un po’ come nel calcio, quando i nostri dirigenti dei club di Serie A (che lo fanno ancora ndA) andavano in Sudamerica a seguire le partite minori del campionato brasiliano per scovare i nuovi Zico e Falcao. Peccato che gli scout delle label (e i dirigenti sportivi) non fossero sotto il palco (o sugli spalti nei piccoli stadi) per ogni concerto (o partitella di calcio), frantumando così i sogni di molti giovani artisti (o calciatori) di belle speranze. I gestori dei locali ovviamente facevano il loro interesse e ce li immaginiamo come dei volponi a raccontare la fiaba del film Rock Of Ages (il sogno americano dei rocker) a ogni aspirante stella del firmamento musicale.

Dalle stelle alle stalle

Nell’attuale mercato discografico, e non stiamo di certo scoprendo l’acqua calda, i dischi vendono pochissimo, il music biz è dominato dalle vendite digitali e, di norma, gli album si ascoltano grazie ai servizi di streaming come Spotify, attraverso il download illegale o su YouTube, canali che tolgono altri soldi a quello che una volta era un mercato piuttosto florido. Sono rimasti un po’ di “old schooler”, che comprano ancora gli album su supporto fisico, dei più elitari “audiophiles” e quelli del cosiddetto “ritorno del vinile”, ma non sono che una piccola fetta della torta stando alle ultime statistiche sulle vendite in ambito musicale suddivise per supporto o piattaforma. Anche nel “music biz” contemporaneo resiste ancora la citata forma di “pay to play”, particolarmente diffusa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma la più discussa e per molti versi discutibile versione di questo fenomeno la cominciamo ad analizzare insieme dal prossimo segmento.

La pietra dello scandalo

La più controversa, criticata e famosa versione di “pay to play” è quella per cui un gruppo decide di investire una somma di denaro più o meno alta, di norma dai tre ai quattro zeri, a seconda dell’ambizione e delle possibilità economiche della band, per suonare in un prestigioso tour o solo per qualche concerto di supporto ad artisti di un certo nome della scena musicale. A un buon amico nonchè talentuoso chitarrista con una passione per il metal estremo, qualche anno fa, una piccola label europea aveva proposto un deal con cui pubblicare un disco e imbarcarsi in un tour europeo a seguito di un gruppo storico della scena death. Il costo? Poche migliaia di euro. Un deal rifiutato. Il mio amico ha realizzato con un suo gruppo (ora sciolto) un paio di pregevoli EP autoprodotti ma per adesso la sua carriera non ha ancora spiccato il volo. Per una cifra più alta, un gruppo italiano di hard rock, una decina d’anni fa, ha suonato in un tour europeo nei club a supporto di una band americana che, alla fine degli anni ’80, pubblicò due album poi diventati dischi di platino negli States (un milione di copie all’epoca) e grandi successi un po’ ovunque.

Il grande dilemma

Siamo al nocciolo della questione. Il “pay to play”, questa sorta di investimento sul proprio talento, è così da demonizzare? E’ evidente che, in un mondo perfetto, non ci dovrebbero essere gruppi che pagano per suonare dal vivo. E’ ancor più ovvio che oggi NON viviamo in un mondo perfetto. Il mondo non è mai stato perfetto ma oggi è più difficile che mai farsi largo tra le migliaia di gruppi che affollano il mercato nonostante la crisi in cui versa da anni il settore discografico. Di questi tempi, le etichette di un certo livello, a meno che tu non sia un grande nome, non fanno più girare cifre importanti e i contratti sono spesso firmati per avere in cambio un po’ di pubblicità, una produzione dignitosa e soprattutto una migliore distribuzione della propria musica. Le label più oculate sono quelle in grado di battezzare con maggior precisione possibile le tirature limitate di dischi da stampare per ridurre le rimanenze di supporti fisici che, nel caso del cd, si deprezza in poco tempo come i capi di abbigliamento in saldo. Il tour e il merchandising, come sanno anche i sassi ormai, rimangono i canali in cui girano ancora un po’ di soldi e spesso solo per i gruppi più affermati. Sui tour, l’affluenza è però in drastico calo per molte band, complice il passare del tempo che, inesorabile, invecchia tutto e tutti, spazza via interi generi musicali e sbiadisce anche i loro gruppi di punta. Con i tanti precedenti degli ultimi anni di concerti molto interessanti disertati dal pubblico (spesso sotto i cento spettatori anche per nomi storici, ndA), i promoter non possono più permettersi di pagare cachet importanti per gruppi di valore non in grado di attirare un’audience. L’eccezione potrebbe essere rappresentata da certi “preventivati piccoli fiaschi” che potrebbero far parte di un piano più ampio e sostenibile (che comprenda anche concerti di altri artisti), di cui forse parleremo in un articolo “ad hoc” sull’intrigante e rischiosa attività del promoter. E allora come fare a mandare avanti questo carrozzone?

“Il carrozzone va avanti da sè”

C’è bisogno di soldi per mandare avanti questo carrozzone. Molte migliaia di euro per ogni tour di gruppi medio-piccoli. C’è qualcuno disposto a tirar fuori dei soldi per assicurare una certa stabilità economica a tour che partono con un cielo coperto da nubi nerissime e minacciose? Sì, ci sono musicisti disposti a fare questo sacrificio, sanno che ora il mercato discografico è avaro di soddisfazioni per i giovani artisti, e questo vale soprattutto per la musica rock/heavy, ma credono ancora nel proprio talento. Insomma questi giovani hanno voglia di vivere il loro sogno, forse pure di vantarsi con gli amici o con i potenziali nuovi fan della loro avventura musicale, della loro carriera discografica sulla rampa di lancio, del loro tour di supporto ai famosi… e poi ci sono le foto del gruppo scattate al termine di ogni show con l’audience alle spalle che alza al cielo le “metal horns”, da postare con fierezza sui social, come se quel pubblico fosse tutto lì per loro…

Piaga d’abbattere?

Il Pay To Play è odioso. Se, come molti, hai una band e non ti sei mai potuto permettere questa pratica o non l’avresti mai utilizzata perché sei contrario/a a questo modo di farsi largo nella scena (se ne vedete una), è comprensibile che tu sia schifato davanti alla faccia tosta di giovani artisti che si fanno belli per aver suonato prima dei (metteteci il nome grosso che vi pare…) in Europa o addirittura negli States. C’è il gruppo che si dà il tono di chi ha spostato le montagne con la forza del proprio talento quando in realtà ha solo spostato denaro da un conto corrente a un altro. Ok, fin qui abbiamo criticato con forza il Pay To Play e prima di passare a guardare anche dall’altra parte del fiume vogliamo citare pure un gran personaggio, il frontman della black metal padana Malnatt, il famigerato Porz, che descrivendo il “Pay To Play” in un recente commento sui social, ha usato l’espressione “mercificazione della merda”. Comprendo ma dissento. Il Pay To Play sarà pure un’antipatica scorciatoia ma ci sono anche gruppi che pagano per suonare ma che una volta sul palco mostrano una professionalità innegabile, talento vero, e questo perché esiste anche un altro lato della medaglia, su cui quasi tutti sorvoliamo, così attirati dalla “Dark Side”, dalla voglia di criticare a prescindere, perchè sparare sul mucchio è sempre più facile (per molti anche più divertente) e finisci sempre per colpire qualcuno.

Ancora di salvataggio di un music biz morente?

Il “pay to play” è un cuscino morbido. Il cuscino di per sé è una cosa meravigliosa, non importa che sia di piumino d’oca, lattice, memory o banconote di piccolo taglio foderate con uno strato di gommapiuma, il Pay To Play sta letteralmente salvando il culo a tanti gruppi internazionali quando si tratta di programmare tour in giro per il mondo. Senza questo “cuscinetto”, molti tour non sarebbero sostenibili senza rischi assurdi. Di fatto, si deve anche alla garanzia economica rappresentata da questo bel gruzzoletto di soldi la maggiore chance di rivedere certi gruppi dalle nostre parti. A quello e, ovviamente, ai promoter che andrebbero apprezzati molto di più per il loro coraggio di investire in un mercato difficilissimo come quello dei concerti, soprattutto quelli medio-piccoli. Poi esistono anche le agenzie di booking, un’altra figura che si è decisamente moltiplicata negli ultimi anni. A queste si rivolgono spesso i giovani gruppi desiderosi di suonare date dal vivo e di solito dietro di queste ci sono musicisti che hanno anche uno o più gruppi, e che cercano di districarsi nella selva oscura e labirintica che è la scena concertistica contemporanea.

Dal “Pay” al “Play”

Alla fine il “pay to play” “non ammazza nessuno”, espressione odiosa ma che vuole spostare il baricentro della discussione dall’aspetto economico a quello musicale. Il PTP ti consente di suonare sul palco ma lì spetta a te far vedere quanto vali. C’è un aspetto immorale in questa pratica perchè trattasi pur sempre di uno stratagemma, di un’antipatico passaggio sulla corsia d’emergenza mentre tutti gli altri artisti restano in coda in attesa di un’occasione che potrebbe non arrivare mai. Questo sorpasso a pagamento consente di bypassare la dura gavetta per la quale devono passare molte formazioni. Tanti musicisti che dicono “no al PTP” non hanno mai avuto la soddisfazione di suonare neppure agli eventi in cui sono privilegiate le band amiche o quelle scelte secondo le logiche di scuderia delle label discografiche. Alcuni artisti di un certo talento restano sempre al palo. Il “pay to play” ferisce questi musicisti e chi crede nel “fair game” ma allo stesso tempo è proprio uno strumento nato come rimedio all’estrema difficoltà di salire i gradini della scala che garantisce anche solo un pizzico di fama e gloria. Soprattutto nella musica heavy, gli sbocchi sono minimi e la concorrenza tra i tantissimi gruppi che sgomitano per farsi largo assume sempre più i connotati di una guerra dei poveri. Il PTP è una reazione estrema a un mondo in cui non ci può essere un posto al sole per tutti, anche perchè i gruppi, di norma, non si supportano l’un l’altro come nelle vere scene e invece ognuno difende il proprio orticello con i denti. In fondo, questo “Do Ut Des” fornisce a una band la chance di suonare davanti a un pubblico che non è il proprio ma si tratta solo di un’opportunita di far ascoltare la propria musica. C’è una tendenza a indirizzare quasi tutte le critiche sul “pay to play” verso i gruppi disposti a pagare per una posizione di favore, per suonare con un’audience più numerosa, ma si parla poco del fatto che molti tour questo folto pubblico non ce l’hanno nemmeno e allora chi vende certi slot a caro prezzo non ci fa una grande figura. E’ un discorso alquanto delicato, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti, innegabile come la presenza massiccia del PTP. Il rischio d’impresa che fa da sempre parte dell’attività del promoter e delle agenzie di booking, con il PTP viene condiviso anche da giovani artisti, molto più inesperti in questo campo imprenditoriale, con risultati che sono evidenti a tutti coloro che frequentano abitualmente i club dove si suona dal vivo.

I gruppi da “Pay To Play”

Sarebbe bello poter distinguere tra i gruppi che praticano il Pay To Play che suonano buona o cattiva musica ma nessuno può farlo in modo oggettivo, quello che non è soggettivo è invece il comportamento di un gruppo. In tal senso pensiamo sia possibile riconoscere i “montati” dagli “umili”. Chi si atteggia a fenomeno della scena è facile da smascherare, basta dare un occhio all’uso dei social dove si va ben oltre la legittima attività di P.R. della band. Forse c’è anche chi si atteggia perché, in Italia, solo chi va di moda ottiene un certo seguito, e prima di avere riconoscimenti in Italia spesso devi ottenere un riscontro all’estero. Se fai credere di essere stimato e rispettato all’estero puoi far drizzare le antenne anche ai tanti nostrani scettici. Altrimenti, per buona parte dei connazionali italiani, resterai sempre invisibile.

Un esempio da seguire

pay to playFuori da queste catalogazioni, vogliamo citare un gruppo valido e ormai affermato come i Fleshgod Apocalypse, artisti che hanno ammesso di aver investito tanti soldi per anni sulla propria professionalità, sul proprio talento, per poi riuscire, meritatamente, a farsi conoscere in molti paesi, ma dopo una dura gavetta. Ora la band, che piaccia oppure no, è considerata sia in Italia che all’estero, e additata come esempio da seguire per tante giovani formazioni italiane (e non solo), l’ennesimo motivo di soddisfazione per il gruppo italiano originario di Perugia. Che poi il look, l’abilità di promuoversi, il marketing, i tour, i video, che tutto questo contribuisca al successo di un act è fuori discussione, ma bisognerebbe essere ciechi e sordi per negare la bravura di un artista di valore solo perchè è stato in grado di distinguersi dalla massa anche grazie alla cura di altri elementi peculiari.

La moltiplicazione dei pani e dei tour

Abbiamo parlato tanto di tour e non abbiamo introdotto un altro elemento di discussione fondamentale per capire l’incidenza del Pay To Play nel music biz di questi anni. I gruppi sono costantemente in tour. Abbiamo già ricordato quanto siano importanti i tour e il merchandising dal punto di vista degli introiti per gli artisti maggiori ma dobbiamo reiterare aggiungendo che i tour si sono moltiplicati per due, tanti quanti sono i rami, non del Lago di Como, ma di ogni tour. Sul raddoppiamento dei tour, ci fermiano per farci una risata, che fa sempre bene alla salute, con un grande della comicità… prego cliccare qui.
Dove eravamo rimasti? Ah, sì, ai tour raddoppiati (come le pizze di Totò, ma senza i soldi per pagarle… ndA) che però, comprensibilmente, soffrono di un calo di pubblico, anche perché molti artisti passano spesso dalle nostre parti, in un calendario concertistico inflazionato da centinaia di concerti. Non è proprio possibile che tutti questi diversi soggetti, i gruppi, i loro manager, i promoter che li portano dalle nostre parti e ci mettiamo pure i gestori dei locali che sperano di vendere fiumi di birra, possano riempirsi il portafogli e il conto in banca con la musica rock/heavy che peraltro ha decisamente visto tempi migliori. E allora torniamo al tanto bistrattato “pay to play”, e alla funzione che ormai riveste in questo modificato equilibrio instabile che è diventato l’ambiente concertistico soprattutto negli ultimi quindici anni.

La conclusione

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E allora che giudizio dare del “pay to play”? Il “pay to play” è ormai un male necessario. E’ sicuramente un colpo basso per chi ha sempre provato a scalare la “Stairway To Heaven” del rock con un senso di purezza e con la sola forza delle proprie idee e qualità musicali. Ma un giorno qualcuno ha pensato di mettere in vendita una scala per salire dal livello “non sei nessuno” a quello “hai suonato di supporto a… ergo devi valere”. Peccato che in molti oggi sappiano bene dell’esistenza del PTP, e allora  l’effetto “WOW” rimane solo su chi è facilmente impressionabile. Sarebbe bello se ci fossero più musicisti con le palle ad ammettere candidamente di aver fatto uso di questa pratica ormai diffusissima. Tanto alla fine i conti si fanno sul palco. E lì non c’è playback che tenga.
In ultima analisi, il Pay To Play può essere criticato ma deve essere prima di tutto compreso fino in fondo e a maggior ragione in un mondo discografico difficile e avaro di soddisfazioni come il nostro. Immorale? Un po’ sì ma per molti vince il machiavellico fine che giustifica i mezzi. Poi uno dei propri soldi fa ciò che vuole. Alla fine questi gruppi sono animati dalla loro passione e chiedono solo una cosa, suonare davanti a un pubblico più folto e ricevere quel pizzico di considerazione in più che arriva dall’aver suonato prima di un gruppo blasonato. Chi non si atteggia e sul palco sa sfoggiare del vero talento ha la nostra solidarietà, gli altri hanno tutta la libertà di vivere il loro sogno anche se in un paese dove spesso l’audience entra nel locale solo al momento in cui cominciano a suonare i gruppi affermati. PERCHE’ IL VERO NEMICO NON E’ IL PAY TO PLAY MA L’INDIFFERENZA e non esiste alcuna somma di denaro al mondo in grado di curare l’apatia di chi non ha la minima curiosità verso le novità. Sì, perchè, la musica del futuro, quella bella, è l’unica cosa che potrebbe davvero salvare il soldato Rock dall’estinzione.
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PS: una piccola curiosità, lo sapevate che, nel 1990, i Nirvana registrarono una canzone intitolata Pay To Play? Il testo del brano denunciava una pratica alquanto comune all’epoca, quella per cui label o manager pagavano le radio commerciali per concedere del preziosissimo “airplay” ai brani delle loro band. Il pezzo, forse dal testo troppo scomodo, venne modificato e la canzone cambiò ovviamente anche nel suo titolo per poi diventare la mitica traccia numero 10 di Nevermind, una certa Stay Away. Nessun argomento è invece troppo scomodo per Sdangher.

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