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Canzoni non metal che sono metal (the italian Files, part II)

Tremate, tremate! Le streghe son tornate! Torna la rubrica che ha compromesso la reputazione di un blog che già di suo si propone di parlare di “fica, clisteri, metallo, metallo, metallo e metallo e poi metallo e clisteri, baffi, cuoio, donne muscolose”. La rubrica che i lettori più avveduti hanno definito un compendio di stronzate mega-galattiche.

Are you ready for some darkness? Torna…

Canzoni non metal che sono metal (the italian Files, part II)

883, Nessun rimpianto (1997)

Dopo la fase di distruzione creatrice della prima metà del decennio, gli anni 90 metal scollinano con la graduale crescita di una dicotomia tra USA in febbre nu-metal e, seppur con numeri minori, Europa in restaurazione power metal post-Glory To The Brave, con l’Italia per una volta coprotagonista. Per quel che ci riguarda, però, in Italia il passaggio fondamentale è quello dagli 883 con a quelli senza Mauro Repetto.

La storia della ricezione critica degli 883 in questi anni dieci oramai alla fine è quanto mai avvincente. Se a inizio decennio vigeva ancora, seppure un po’ consunto, il modo di dire “Sei utile come Mauro Repetto negli 883”, più recentemente si sono letti in rete argomentati articoli su come con la sua dipartita fossero venuti meno i primi e migliori 883, essendo egli principale artefice di testi esprimenti l’alienazione urbana da sazietà di stimoli dei giovani della classe affluente basso-brianzola.

Numerose sono state le rivalutazioni e le appropriazioni della legacy degli 883, da “sono Max Pezzali con un teschio sul collo” di Metal Carter alla Con Un Deca rifatta dei Cani, dallo Sgargabonzi a un pezzo in cui si descriveva la canzone Hanno Ucciso L’Uomo Ragno come presa di coscienza di un’intera generazione.

Di fronte a tanta dovizia di opinioni WTF questa nostra rubrica parrebbe quasi ragionevole, e non stupirebbe nemmeno tanto rileggere in chiave metal quello che all’epoca era uno tra i gruppi più odiati dai metallari adolescenti italiani (quorum ego). Infatti non lo farò, anche perché ormai dell’ascendenza pezzaliana se ne sono appropriati quelli dell’indie italiano anni dieci, e non ho niente da obiettare in proposito, in ossequio al noto detto chi si piglia si somiglia.

Mi accontento invece, con questa Nessun Rimpianto dal titolo quasi kill’emall-iano, di attirare l’attenzione sul concetto di heavy metal power ballad. Come già saprete, trattasi di quel curioso fenomeno per cui negli anni ottanta gruppi che cantavano tutto il tempo di fucking like beasts, loves in stereo, down and dirties e che insomma sembravano considerare le donne per così dire interscambiabili l’una con l’altra, questi stessi dicevo, generalmente al terzo singolo di un disco aprivano una parentesi di romantica e lacrimevole monogamia che nemmeno Claudio Villa.

Per essere davvero power però il lento doveva iniziare sì soffusamente, ma svilupparsi poi in crescendo con ritornelli urlati, cascate di note negli assoli e al tirar delle somme un muro di suono complessivo non così lontano dai pezzi più heavy. Particolarmente esplicativi di ciò sono gli Skid Row di pezzi come I Remember You e Wasted Time, con Seb Bach che più o meno a metà canzone iniziava a sbraitare incazzato come in Monkey Business o Slave To The Grind.

Ovviamente il format in questione gode di pessima reputazione per la sua ridicolaggine intrinseca ipocrisia, e altrettanto ovviamente in questa piccola oasi camp della websfera lo adoriamo per gli stessi motivi.

Per tornare agli 883, più di altri lenti tipo la nota Una Canzone d’Amore, è questo pezzo quello che più si avvicina alla struttura da hair metal power ballad, anche se potreste obiettare che per sonorità si affianca più ai Roxette che agli Warrant. Altrettanto facile contro-obiezione sarebbe tuttavia che i Roxette sono decisamente metal senza essere metal, e che in un’ipotetica puntata internazionale della nostra rubrica le loro Sleeping In My Car o Fading Like A Flower sarebbero capisaldi.

Nessun Rimpianto, tra la metrica claudicante tipica di canzoni in italiano costruite su successioni di accordi pensati per l’inglese e la discutibile recitazione di Pezzali nel video che per qualche motivo ospita un gruppo di bellissime modelle nude, propone diverse caratteristiche comuni alle metal ballads: un bel chiodo piantato a inizio bridge (“solo che non va proprio cosììì”) per staccarsi dall’eccessiva quiete della strofa; ritornello urlato con sottofondo di chitarre distorte a doppiare gli archi; seconda parte con due movimentate sezioni strumentali, illustrate nel video con una scena presumibilmente ambientata sulla stessa scogliera in cui Rudolf Schenker ha girato l’assolo finale di Still Loving You. 

Disco in cui sarebbe potuta comparire: Winger, In The Heart Of The Young.

Laura Pausini, Tra Te E Il Mare (2000)

“Ora che s’inventa il picchiatello per giustificare pure questa?”, penseranno i miei lettori a questo punto, magari sbuffando per lo sfinente gioco di paradossi, détournement e arditezze retoriche cui li sto sottoponendo.

Dunque, a fine anni novanta il rock italiano sta vivendo un buon momento nella veste che allora si chiamava alternativa: a ceneri ancora calde dei CSI, gruppi come Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena e anche Subsonica pubblicavano i loro lavoro migliori. Mi direte voi che schifo questa roba, involontariamente corroborando così la mia tesi per cui, anche laddove fossero invero assai metallici (Marlene soprattutto), questi suoni e questa estetica fossero antropologicamente lontani dall’heavy metal, lontani figli com’erano piuttosto dei Sonic Youth e delle etichette indie americane degli anni ’80. E lontane dal metal sono anche le posture classic rock che allora assumevano Rolling Stones-wannabe della bassa Valdarno come i Negrita.

I metallari, quelli classici, sono il contrario dell’Indie tanto quanto del reggae. Hanno sempre voluto vedersi come una sorta di aristocrazia del rock: gli piacciono le belle produzioni, le belle voci, i suoni rotondi e scintillanti, quel tipo di melodie che gli americani chiamano uplifting

E allora ci ritroviamo qua: anno 2000, Tra Te E Il Mare, semiballad di gran successo internazionale scritta da quel Biagio Antonacci su cui torneremo tra poco.

Il personaggio Pausini in sé è molto poco metal, lo ammetto. Ricordo qualche anno fa una sua ospitata a X Factor nella quale Morgan, per non saper che complimento farle, le disse che la considerava piuttosto rock, e lei rispose che sì, certamente, infatti una delle sue canzoni preferite era The Best di Tina Turner; che insomma proprio tanto rock non è, per dare un’idea della barriera d’incomunicabilità tra i due universi.

Eppure facciamo il solito esercizio di scavalcamento del rock per passare direttamente da pop a metal. Questa canzone ha: un testo d’amore ordinario ma con qualche immagine evocante il sublime come quella del mare per cui vai di Children Of The Sea ecc.; voce impostata su toni alti come piace a chi ascolta il power; suoni glaciali e cromati, così come le immagini del video; crescendo d’intensità ritmica. Immaginate nel break a 2.57, quando il pedale batte forte sulla grancassa, di infilarci un bell’assolo lancinante tipo di George Lynch o John Norum, e magari una produzione di Michael Wagener… Ah, come mi piacerebbe allora vedere i vecchi metallari farci sing-a-long in qualche Frontiers Rock Festival.

Disco in cui sarebbe potuta comparire: Lacuna Coil, Unleashed Memories (not sure if it’s Laura Pausini or Cristina Scabbia)

Mango, La Rondine (2002)

A volte mi chiedo se ciò che sto facendo non sia altro che cercare di associare al mio genere musicale preferito alcune canzoni che – chissà perché – mi piacciono, ma che con quel genere non hanno niente a che fare, in base a ogni logica ed evidenza. Poi però smetto di chiedermelo altrimenti non andrebbe avanti questa rubrica che tante soddisfazioni dà a grandi e piccini.

Ma prendiamo La Rondine: è una canzone che ho sempre apprezzato, confermandomi in un pregiudizio positivo nei confronti del compianto Pino Mango da Lagonegro (PZ). A dire il vero conosco di lui solo le canzoni più famose e l’unica che mi piace davvero è questa, però mi è sempre parso un artista che ha scelto di giocare nel mainstream in posizione da outsider, ottenendo successo senza mai venir meno alla sua personalità e al suo stile. Uno stile fondato sull’innesto entro strutture e sonorità pop di sfumature sonore derivanti da musiche popolari del Mediterraneo. Cosa in sé ben poco metal, dato che, nonostante i generosi tentativi di appropriazione di gruppi come gli Inchiuvatu, il metal resta musica essenzialmente norrena e anglosassone.

La Rondine mi sembra però costituire un’eccezione verso una scrittura pop-rock più classicamente internazionale, con gli inconfondibili vocalizzi di Mango unico punto di contatto con la tradizione etno-mediterranea. Nel documentarmi per questo articolo (sì, perché non sembra ma mi documento pure) apprendo da Wikipedia che nella formazione musicale di Pino ha avuto un ruolo importante l’hard rock di Zep, Purple e AC/DC, “genere totalmente diverso da quelli che, anni dopo, decreteranno il suo successo”, cito. Mi piace pensare che, seppur in forma mascherata, queste reminiscenze si siano ripresentate in questo hit della seconda metà di carriera. La peculiarità di questo pezzo è di essere molto tight sul piano ritmico; nel raffinato alternarsi di quattro o cinque diverse linee melodiche ciò che non viene mai meno è una certa speditezza rock, con la batteria che si tiene in up-tempo, per quanto up-tempo può esserci in un pezzo pop. L’unico passaggio di attesa a metà pezzo (2.15-30) tiene la tensione alta grazie a un minaccioso arrangiamento elettronico di archi, poi si riparte con rullata e decisa esclamazione vocale con immutato tiro fino all’enfatico finale strumentale.

Insomma, che La Rondine sia un pezzo pop-rock di qualità è fuori discussione, che sia anche metal non metal è forse più difficile dimostrarlo e argomentarlo, però il mio istinto mi suggerisce di inserirlo in questa rassegna, della quale approfitto per ricordare che Mango ha pubblicato anche libri di poesie. Me lo disse un ragazzo che conobbi anni fa e che era uno dei responsabili del suo fan club ufficiale (sì, Mango aveva anche un corposo e attivo fan club). Quel ragazzo era amico di una ragazza del nostro gruppo di amici, e una sera la portò a vedere un concerto di Mango, mentre noi al bar cantavamo al suo fidanzato “Nonostante tu siaaa/la mia rondine andata viaaaa…”

Disco in cui sarebbe potuta comparire: Iron Maiden, Piece Of Mind (anche le rondini nel loro piccolo osano)

Biagio Antonacci, Sappi Amore Mio (2005)

Qui ci occupiamo della vexata quaestio se sia mai esistito un AOR italiano. Non stiamo ovviamente parlando di Elektradrive o roba Frontiers, ma di un rock potente, melodico e iperprodotto paragonabile per diffusione e popolarità a quello americano. Alcuni hanno fatto in proposito i nomi di Umberto Tozzi o degli Stadio (dei quali ricordo con affetto Ti Perdonerei del ’95), mentre un sacco di gente con credenziali da metallaro DOC è pronta a giurare su non meglio precisati album di metà carriera dei Pooh. Ricordo persino una vecchia polemica tra firme di qualche rivista metal a proposito degli Oro, con qualcuno che li proponeva e qualcun altro che controbatteva sostenendo che non fossero degni perché scrivevano canzoni per Bocelli.

Noi come al solito ci muoviamo in modo controintuitivo rispolverando questo minor-hit degli anni della maturità di Biagio Antonacci. La produzione artistica del popolare beniamino delle massaie serve peraltro a mettere in guardia contro possibili bias nell’interpretazione di questa rubrica. Con questo si intende che le inclusioni più comprensibili sarebbero quelle di pezzi davvero un po’ metal di quando ancora stava sgomitando per un posto al sole. Prima metà degli anni ’90: Liberatemi del ’92 e Non è Mai Stato Subito del ’94 sono due pezzi guitar-driven belli tosti. Nella prima siamo più o meno sul terreno degli Spari Sopra con in più la tastiera ricicciata da Jump e un chitarrista che shredda benino. La seconda è nobilitata dal bel riffing di un certo Massimo Varini (prima o poi andrà scritto un pezzo sull’antropologia dei rocker turnisti prestati al pop).

Negli ultimi anni, o meglio decenni, i dischi di Biagio sono certamente stati troppo weighed down on ballads e la sua reputazione social è poco sopra quella di Gigi D’Alessio, però  qualcuno dovrà pur ricordare le sue antiche incursioni nel rock, e che nel suo breakthrough album del 1998 alla sezione ritmica c’erano gli Extrema (ho anche un vago ricordo di averli visti insieme mentre ero sotto effetto di sostanze al concertone del primo Maggio del ’99).

Ma qui dentro tutto questo andrà perso come lacrime nella pioggia, perché prima regola è che i chitarroni e gli aspiranti Steve Vai frustrati non valgono, ricordate? Troppo facile, se no. Oltretutto qui si sta parlando di AOR, e in quest’ottica è Sappi Amore Mio che nasconde qualche spunto adeguato, al netto di un arrangiamento della strofa abbastanza ordinario e di qualche orridezza semantica e metrica come “Sappi amore mio/che se avanza un pezzo di sto cuore/è cuore tuo” e “io più te fa noi la somma/di io distratto e tu perfetta tu”.

Il pezzo però decolla nel coro, con le chitarre che prendono aria e qualche maestoso rintocco di piano alla Jonathan Cain, prima di un bell’assolo perfettamente melodic rock in chiusura. Tutto questo ad opera del polistrumentista Saverio Lanza, anche lui riciclatosi turnista di classe dopo il fallimento (meritato, visto il nome più che idiota) del suo gruppo novantiano RockGalileo. Potrà sembrarvi poco come certificazione AOR, ma quel che conta è il guizzo. Generi distinti e distanti s’incontrano per istinti e per istanti.

Disco in cui sarebbe potuta comparire: Journey, Escape

Per oggi finisce qui ma, come diceva quello, the torture never stops. Ci sarà un terzo episodio, e senza neppure Dream Warriors dei Dokken in colonna sonora.

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