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El Camino era proprio necessario? Due parole sul sequel di Breaking Bad!

el camino

La prima cosa a non convincermi di un film su Breaking Bad con protagonista Aaron Paul e il suo personaggio Jesse Pinkman è… fare un film su Breaking Bad con protagonista Aaron Paul e il suo personaggio Jesse Pinkman. Non ero entusiasta nemmeno di Better Call Saul, lo spin-off interamente incentrato sull’avvocato intrallazzone di Walter White, ma bisogna ammettere che Vince Gilligan ha mantenuto un livello d’ispirazione e di qualità elevati. Sicuramente, ho pensato, El Camino sarà un buon film, ma non mi leverà di dosso la sensazione che sia ancora una volta una buona idea come tante. Breaking Bad è finito con Walter White. Tutto girava intorno a lui e al suo cancro. Una serie profondamente americana perché se ci pensate, da noi in Italia un uomo con un tumore si cura con la mutua e non ci sarebbe stato nessun Breaking Bad. Del resto è chiaro, dopo un po’ che andava avanti il telefilm (posso chiamarlo anche così?) che quello era solo un pretesto. Heisenberg voleva farsi un impero, come ricordano nel prologo/riassunto di El Camino. Il suo bisogno era oltre la faccenda del tumore. Così come il bisogno di raccontare la storia dei comprimari di Breaking Bad è solo un pretesto per tirare avanti la broda. Nel migliore dei modi possibili ma sempre di broda allungata si tratta.

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El Camino e Better Call Saul sono dei sequel buoni, buonissimi, ma non trascendono la natura intrinseca del sequel, vale a dire stirare più possibile una buona idea e serializzare pure il ciborio.

Insomma, El Camino non è male. Iniziarlo pochi minuti dopo la fine di Breaking Bad però mette alla prova la capacità degli spettatori di non avvertire il tempo che è passato, sia sul viso un po’ più tondo di Aron Paul e soprattutto l’evolutiva pinguedine di Jesse Plemons, che sarebbe Todd, il carceriere di Jesse, con l’aria da bravo ragazzo e la freddezza assoluta di un killer professionista. Non so cosa gli sia successo ma mi è venuto di consigliargli di andarci piano con quelle zuppe fagioli e bacon e quelle pizze col salame!

Ripartire dalla fuga di Pinkman e non realizzarne una serie mi spinge comunque a ringraziare Vince Gilligan. Poteva andare peggio. Epperò è come se non ci abbiano creduto troppo nemmeno Gilligan e Paul al futuro di Jesse. Di certo sappiamo che dopo Breaking Bad, l’attore ha visto crollare piano piano le sue quotazioni. Un paio di film sbagliati ed è passato dall’essere l’uomo del momento a meteora puzzona. Dubito che El Camino lo rilancerà. In fondo è solo la storia di un fuggitivo. Non c’è più tutta quella cosa pazzesca tra chimica accademica e malavita. Breaking Bad uccideva più stereotipi narrativi che persone. Questa era la marcia in più. Il gioco continua anche su El Camino ma fino a un certo punto… e comunque ora non è più una novità.

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La prima cosa che si nota del film è la durata. Poco più due ore (compresi i titoli di coda, eh?). E questo ci fa pensare a El Camino come un lungometraggio vero e proprio. Perché se no, è solo un altro bell’episodio di Breaking Bad, tutto incentrato su Pinkman. La qualità della serie era così alta che il film pare solo un episodio ritardatario, che se la prende comoda. A volte un po’ troppo.

Ci sono dei flashback che aggiungono elementi alla storia di Breaking Bad (volete proprio sapere tutto di quello che patì Pinkman durante la prigionia degli ultimi episodi? Accomodatevi). Questi pezzi in più daranno materiale da sviluppare per il presente e il futuro di Jesse. Sono flashback che nutrono El Camino e danno motivazioni al protagonista nella nuova vicenda. In più, se non vi basta e vorrete vedere il film, potrete rincontrare Walter White, almeno per dieci minuti di flashback piuttosto intensi.

E però, finalmente saprete chi è L’uomo. Ma come quale uomo? Quello che fa sparire Walter White e Saul Goodman e chiunque voglia sparire per sempre. L’uomo ha un conto in sospeso con Jesse e sarà proprio questo il punto di tutta la vicenda. Trovare i soldi per rimettere a posto i debiti col tizio e tagliare la corda sul serio. Magari in Alaska.

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Il film racconta la completa maturazione di Jesse da ragazzo malavitoso ma in fondo buono e non violento, a vero e definitivo pezzo di merda. Deve diventarlo se vuole rifarsi una vita da brav’uomo. E l’ironia della vicenda è tutta qui. Magari vi sembrerà solo un uomo che vuole salvare la propria esistenza in mezzo a pesci famelici e poliziotti corrotti, ma non è così. Jesse è solo uno che si trova in un casino così grosso che il solo modo che ha per risolverlo è ficcarsi in un altro casino, sperando che sia quello definitivo, in un senso o nell’altro. E nonostante il film spinga il pubblico a vedere Pinkman che finalmente prende in mano la sua cazzo di vita e ammazza chi gli si mette in mezzo, siamo davanti all’ennesima sconfitta di un ego perso nell’illusione che il dolore sia guaribile solo a costo di nuove ferite.

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