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Le band che devono fare un lavoro vero!

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Leggendo una bella intervista di Mike Portnoy su Metal.it, a proposito del suo ennesimo progetto, i Flying Colors, sono venute fuori delle riflessioni interessanti su Spotify e la crisi del mercato discografico. Il batterista nel pezzo parla di grandi opportunità per gli artisti oggi, grazie alle tecnologie, ma difficoltà per il loro portafogli… grazie sempre alle tecnologie. E poi trova il capro espiatorio: è tutta colpa di Spotify, la piattaforma streaming più usata al mondo (ce ne sono anche altre, sapete?). Prima era il download illegale e ora quello legale.

Allora, qui sto parlando a un pubblico che ancora compra dischi, CD, e guarda a mala pena un video in anteprima su youtube, quindi non siete voi la gente di cui si preoccupa Portnoy. Lui parla a coloro che hanno appreso ormai il concetto che “musica è gratis”. E lui dice che in questo modo gli artisti non possono guadagnare per vivere. E questo gli impedisce di… di fare cosa?

Trasformare un disco in una colletta non è fico. Al tempo io compravo la ficaggine di avere un disco. Oggi provo pena!

Dunque, vediamo un attimo. A parte che ricordo bene, nel 2003, scoprii che gli Helloween avevano tutti un lavoro. Lips degli Anvil in Story Of Anvil, il documentario che dovete assolutamente vedere se ve lo siete perso, ammetteva nel 2006, che in questo ambiente, per vivere bisognava lavorare e usare le ferie per andare in tour, come faceva lui. Come facevano loro, quasi tutti loro, gli artisti di cui leggevamo le interviste sulle riviste e di cui compravamo gli album nei negozi. Gli Anvil però erano una band in profonda crisi, non li sentiva più nessuno. Ovvio che dovessero lavorare. Ma penso anche ai Nevermore, che iniziarono a campare di musica al tempo di Enemies Of Reality (e fu il loro disco più brutto e prodotto di merda).

Oggi tutti devono lavorare. Ricordo che De André, negli anni in cui vendeva bene, coltivava la terra perché voleva vivere di ciò che produceva con le mani. C’è sempre stato un senso di colpa sotterraneo nell’artista che fa i milioni con i propri sentimenti. E dare all’arte una dimensione più pratica e coerente fu la risposta di molti, ma produsse solo polemiche e barzellette. Ce la vedete Madonna che si fa assumere da una lavanderia?

Sul mitico serial Bojack Horseman parlano del blocco dell’età che subiscono tutte le star nel momento in cui hanno successo. Se sfondano a vent’anni, avranno una mente da vent’enni per il resto della loro vita. Ecco perché Madonna (sempre lei) per i propri concerti domandava una roulotte con dentro tre cani pechinesi dipinti di rosa e dieci vasetti pieni di M&M, se no non si esibiva. Ed ecco perché Michael Jackson, praticamente cresciuto nel successo, viveva in una reggia con una mente da cinquenne.

Ma qui l’idealismo dei cantautori impegnati di sinistra è diventato un giogo quasi inevitabile. Se vuoi far musica devi trovarti un lavoro vero.

Insomma, siamo sicuro che un musicista produca arte di maggior qualità se non ha un lavoro? Il vero problema è se non ce l’ha proprio, secondo me. La musica (nel senso del fare dischi) a livelli medio bassi di popolarità non è un lavoro ma una passione, lo è sempre stato. Abbiamo idealizzato un tempo in cui gente come i Riot o i Metal Church non vivevano di musica ma sgobbavano con qualche impiego di merda per avere soldi da investire su dischi, sale prove, strumenti e pacchetti tour.

E non c’è niente di meglio di ciò che esce dalla passione pura. Quanti dischi di merda sono stati fatti per denaro? I Metallica dovrebbero farci tifare per Spotify e Napster. Grazie a loro non avremo più un nuovo fenomeno Metallica, che per soldi vendettero l’anima al mercato dopo anni di belle parole e attitudine fasulla. Lo dico per provocare, eh? Non sono così demonizzante sulla svolta di Loud, ormai.

Quanta roba è uscita per fare successo al tempo in cui la musica creativa poteva essere un lavoro? Napster è stato terrorismo, anarchia. Ha messo in ginocchio l’industria discografica. Per un po’. Questo è un bene o un male? L’anarchico non se lo domanda. Lui fa saltare in aria il sistema. E ovviamente se ne è creato un altro, dove chi ha potuto ha ripreso a fare soldi e chi non ne ha idea, muore di fame.

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Gli artisti difficilmente sanno fare denaro. I Black Sabbath si fecero mangiare in testa dai manager fino al sesto album prima di scoprirsi in bancarotta. C’era sempre una montagna di coca e roba da fumare e donne e cibo, così i musici venivano controllati e qualche doppiopetto incassava alla faccia loro. I Guns N Roses e i Motley Crue videro solo una punta del denaro che fecero guadagnare alle loro etichette.

Certo, stavano meglio degli Opeth e dei Borknagar di oggi, ma il punto è che gli artisti sono sempre stati fottuti dal sistema. Sfruttati, schiavizzati. Pensate a John Fogerty. Ma come chi è? Creedence Clearwater Revival vi dicono niente? Ecco. Sapete perché a metà anni 70 non si seppe più nulla di loro e di lui? Perché era stufo di far mangiare altri con le proprie canzoni. E smise per dieci anni di comporre e pubblicare roba. Sciopero. Poi ricominciò, per passione. Perché anche il più austero degli artisti non ce la fa a smettere di comporre. Si tratta di un’esigenza che va oltre il compenso.

C’è stata gente come Prince che riusciva a non far nulla e guadagnare milioni muovendoli in borsa, ma sono casi rari.  La maggioranza degli artisti sono stati sempre infinocchiati dal sistema. Quasi tutti.

Ora il punto non è se sia meglio o peggio Spotify ma se sia giusto o sbagliato non vedere un soldo dalla vendita dei propri dischi, lo so. Il punto però è che la realtà è questa. I dischi non si vendono e quindi bisognerebbe ingegnarsi a fare qualcosa di diverso, che sia fisico e quindi non scaricabile. I metallari hanno un pubblico limitato di acquirenti di dischi? Ok, producetene una tiratura limitata, personalizzata, per quei pochi pronti a spendere. E intraprendere la carriera musicale pensando che poco o nulla si guadagnerà.

Oggi stanno nascendo artisti che conoscono solo questa situazione e la cosa li porterà o a inventarsi qualcosa di lucrativo o a suonare senza aspettarsi un bel niente, tranne le lacrime di chi ascolta. Non i soldi. Con le lacrime non si campa ma il sistema stesso in cui l’industria discografica è cresciuto e pasciuto negli anni d’oro era sbagliato e fondato su sangue, sudore e lacrime di chi non riesce a fare la grana ma ne fa fare ad altri. Oggi ce ne rendiamo conto. E non possiamo piangere solo perché il capitalismo neoliberista ha passato sulle nostre arti e i nostri talenti la sua mietitrebbia.

Qualcuno oggi guadagna e prospera nel mondo discografico. Di solito è gente che non ha sogni ma vende quelli degli altri. Qualcuno muore di fame e invece sogna tutto il giorno, e soffre. E così deve esprimere il dolore. Funziona così. Napster fu una bomba che levò per un po’ la pastura agli artisti. Gli artisti sono i soli a rimanere puniti dal cambiamento, ma il punto era proprio questo. Togliendo agli artisti la possibilità di guadagnare, Napster avrebbe tolto la materia prima ai pesci grossi che si arricchivano sui sogni e le emozioni di qualche sfigato di talento. Quello che Napster non aveva calcolato era che gli schiavi avrebbero lavorato gratis pur di creare musica e liberare le proprie emozioni, e qualcuno, come sempre avrebbe pasturato su tutto questo.

Quindi io non credo a Mike Portnoy che da la colpa a Spotify. La sua lettura è da pivello dell’economia. Se ha visto qualche soldo fu perché cominciò quando il sistema faceva mangiare pure gli artisti. Non per le sue abilità di uomo d’affari. Mike ha ragione sui fatti ma non le cause. Spotify è solo la punta di un sistema che ha virato verso i portafogli di altri. E se Mike iniziasse oggi, farebbe la fine di chiunque. Bravo, ma senza un soldo per la musica. Metalmeccanico per vivere. A tempi dispari.

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