Editoriali

La Fratellanza tra Metallari – Esiste ancora o non c’è mai stata?

fratellanza

Bisogna essere dei temerari per scrivere un pezzo sulla fratellanza tra metallari nell’anno di grazia 2019. Se mai questo sentimento albergasse ancora nel cuore di chi ama la musica dura, è decisamente, e forse convenientemente, tenuto nascosto. Il mondo, in questi anni difficili, è facile preda di chi semina odio, professa intolleranza e provoca spaccature. Insomma, per buttarla sulla matematica, le divisioni hanno decisamente la meglio sulle addizioni, salvo che quest’ultime non siano di sostanze stupefacenti. Questo clima divisivo ovviamente coinvolge e sconvolge tutti, in particolare chi frequenta i “Bar moderni” e cioè i social, i luoghi dove al giorno d’oggi i metallari si riuniscono per parlare della loro musica preferita.

Il saluto dell’uomo moderno

La vita dell’uomo moderno ha perlopiù ritmi frenetici che impongono di fare sempre tutto di corsa, senza darsi nemmeno il tempo di pensare ai motivi di questa frenesia spesso insensata. Ok, ci saranno pure i manager impegnatissimi con programmi serratissimi, quelli che hanno i minuti contati e che devono prendere al volo aerei, con discorsi da preparare mentre sono sulla tazza del cesso perché non hanno il tempo di farlo altrove (e perché lì l’ispirazione è sempre massimale ndA). Ma cosa c’entra questo con la fratellanza?

Beh, a questo mondo non ci si saluta nemmeno più per bene. Una volta esistevano dei convenevoli che ora sono quasi scomparsi. Chiedendo a un cliente abituale sul lavoro “Come sta?”, spesso mi sento rispondere: “Perché me lo chiede?” oppure “Ho qualcosa che non va?”. Sì, certa gente ce l’ha qualcosa che non va, una volta questa cortesia veniva apprezzata ed era spontanea, ora spesso non viene nemmeno capita e alcuni ti guardano proprio male. Adesso, in un mondo dove gli estranei si comportano così, anche chi si conosce, tendenzialmente, si fa, come si dice ora, una vagonata di… fatti propri. E questo di certo non si concilia bene con il nostro grande quesito che dà il titolo all’articolo.

Il metal fa la voce grossa

Parlando di musica, è evidente come le sonorità classiche o il rock melodico non se la passino di certo alla grande in questi anni. Fateci caso, sia nella società che nella musica sembra aumentare i propri consensi soprattutto chi fa la voce grossa. Chi protesta con veemenza diventa più popolare mentre chi sceglie la comunicazione smorzando il tono della voce, anche se argomenta meglio le proprie idee, finisce per essere sovrastato dal vocione che parla alla pancia del paese.

Nella musica, chi urla la propria rabbia con il growl o tramite gli scream del black metal sembra quasi rappresentare meglio i nostri tempi rispetto a chi canta ancora con la voce pulita, anche se con pathos e testi poetici. I giovani sembrano gradire sempre di più le sonorità estreme e c’è pure stato un ritorno di interesse verso il rock strumentale che consente di evadere dalla realtà e viaggiare con la mente. Il metal più estremo mi fa pensare alla necessità di uno sfogo violento, al bisogno di dipingere un quadro delle nostre vite che spesso mi ricorda il capolavoro di Edvard Munch: L’Urlo.

La fede vacilla…

Uno dei problemi che impediscono all’heavy metal più classico di tornare a fare breccia nei cuori di tantissimi metallari, oltre al fatto che non rispecchia la realtà che ci circonda, è che molti non ci credono più. Molti metallari sono scoraggiati dal disinteresse dei mass media e dall’indifferenza di tutto il resto del mondo verso questa musica, dalla crisi del mercato discografico, dalla percezione diffusa che il metal sia decisamente passato di moda e dal fatto di essere pure invecchiati.

Detta così, non biasimo i “poveri metallari”, ma proprio per questi motivi chi ha questa musica dentro dovrebbe tornare ad abbracciare il metal per quello che sa regalarti, per la sua capacità di riportarti il sorriso, per quelle emozioni pure che solo simili sonorità sono in grado di suscitare. Succede a chi ci crede. Molti metalheads, invece, si riscoprono “defenders of the faith” solo quando tornano a trovarci Maiden, Priest e compagnia bella. Troppo facile. Forse vogliono illudersi che siamo ancora in tanti, perché in certe serate anche l’heavy metal torna a sfilare in parata, in ricordo dei vecchi tempi, vestendo di nuovo l’abito da sera griffato EMP delle grandi occasioni (anche se molti non stanno più dentro ai jeans di una volta).

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Ma questi show sono una pia illusione che dura solo il tempo di qualche ora e che finisce con una Living After Midnight con alcuni che, proprio a mezzanotte, vorrebbero essere già sotto le coperte per addormentarsi guardando la nuova serie di Netflix. Ovviamente ci sono ancora tanti appassionati di musica heavy o metallari che dal vivo, durante un concerto, cantano, si scatenano con l’headbanging, alzano il pugno al cielo, fanno il segno delle corna o quello del martello, pogano o fanno stage diving. Non è questo il punto.

Il punto è che una volta il metallaro era così innamorato della propria musica che la portava con esaltazione anche fuori dai concerti. Il metal non era solo una musica ma anche e soprattutto un’attitudine, uno spirito. Che ti accompagnava sempre. I testi dei gruppi true metal avevano introdotto un argomento che andava addirittura oltre, era la condivisione di un amore puro per questa musica potente ed emozionante che rendeva i suoi appassionati legati come se fossero parenti stretti. Badate bene, non figli degli stessi genitori, ma figli degli stessi “Gods Of Metal”, ergo Fratelli del Metallo. Uno di questi Anthem, ce lo ripassiamo adesso tutti insieme.

Ladies and Gentlemen, the national Anthem of “Metaland”:

“Inside the power cage All’interno della gabbia di potenza
I can feel the music of my age Riesco a sentire la musica della mia età
It’s paranoid…first degree E’ paranoica….. di primo grado
Tellin’ me that I’m not free Dicendomi che non sono libero
I’ve got Heavy Metal music in my blood Ho della musica heavy metal nel sangue
And I’d like to give it to you if I could E vorrei darla a te, se potessi.
As I lie in the shroud of darkness Mentre gelo nel sudario dell’oscurita’.
The wings of light remove the veil Le ali di luce rimuovono il velo
It’s Heavy, Heavy, Heavy E’ pesante, pesante, pesante, pesante, pesante
Heavy Metal Mania all the way Heavy Metal Mania fino in fondo.
Rock ‘n roll…far too slow Rock’n roll….troppo lento
So the adrenaline just doesn’t flow Quindi l’adrenalina non scorre e basta.
Where is the power, where is the glory? Dov’è il potere, dov’è la gloria?
Heavy Metal is my story” L’Heavy Metal è la mia storia

(Holocaust, Heavy Metal Mania)

Quando il coraggio diventa… vergogna

Ora, questi manifesti immortali dell’heavy metal classico, emozionano ancora ma il mondo è cambiato e con esso anche i metallari. Ma non tutti. La domanda allora è legittima. Esiste ancora una forma di fratellanza tra metallari?

Ci vorrebbe del coraggio a dire di sì su due piedi e con convinzione. Negli anni d’oro di ogni genere c’era una parola che sottintendeva un concetto importante che gli artisti e i loro fan non hanno mai provato. Vergogna. I Manowar non si vergognavano dei loro eccessi e i loro fan non si vergognavano di cantare e inscenare uno spettacolo che, se visto da fuori, poteva sembrare una pacchianata di proporzioni colossali.

Le band sfoggiavano con fierezza i costumi più improbabili e si facevano filmare nei videoclip più tamarri. Il metal, al suo apice, era orgogliosamente sopra le righe. Senza limiti. Ora, in un mondo dove non è più popolare e diffuso, il metal si è struccato e svestito di tutto quello che lo rendeva più appariscente per adattarsi a un pianeta sempre più inquinato, nel clima e nelle mente degli uomini. Cupo ed egoista. Fifone e vergognoso. Quello di fratellanza è un concetto tanto anacronistico attualmente da essere assente perfino da molti dei testi del gruppi true metal di oggi. Si parla ancora d’acciaio, ma lo “steel” serve anche per combattere e là fuori è tutta una battaglia. Ma le guerre ora sono soprattutto digitali.

Anche per questo il metal è tanto in ribasso. La musica heavy ha nella potenza e nella fisicità che sprigiona dal vivo una delle sue grandi chiavi, e al giorno d’oggi quella scarseggia. Pure il pogo e lo stagediving soni diminuiti ai concerti metal, con il grosso degli spettatori che se ne sta a vedere il concerto con il prezioso smartphone da seicento euro nella mano. In questi “Draconian Times” digitali basta un’offesa sui social o una diceria pubblicata da un sito popolare per screditare e ferire ben più di una spada. Al posto del manowariano “Loro conosceranno il potere della mia spada” è sceso in campo il più temibile “Loro conosceranno il potere del mio comunicato stampa diffuso su tutti i social”.

I gruppi intoccabili

Una volta almeno esistevano dei gruppi metal intoccabili, di quelli che, bastava nominarli e mettevano sempre d’accordo tutti i true metaller. Al solo citarli, avveniva quella magia che si sprigiona tutte le volte che viene suonato l’inno nazionale italiano prima delle partite dei Mondiali di calcio.

Tutti, anche chi non sa nemmeno cosa significhi patria, si mettono la mano sul cuore e cantano l’inno. Come accadeva una volta con i metal anthem di uno di questi gruppi di riferimento. Dal vivo questi inni sono cantati ancora oggi, ci mancherebbe, ma ora i gruppi intoccabili scricchiolano. Servono esempi?

I Judas Priest.

“Uniti, uniti, uniti, uniti, uniti noi siamo
Uniti non cadremo mai”

(Judas Priest, United)

Un tempo, nessuno si sarebbe mai sognato di criticare i Priest, ora abbiamo un chitarrista che ha fatto la storia dei Judas, KK Downing, che fino a quando non tornerà nella band (occhio, con il tour dei 50 anni della band alle porte, ndA) non smetterà di parlarne male, di fatto dividendo l’audience di puristi ancora provati dalla defezione forzata di Glen Tipton, alle prese con i maledetti sintomi del Morbo di Parkinson. I fan, ovviamente, si sono divisi. KK è una leggenda e meriterebbe di tornare nella band, anzi, per molti avrebbero dovuto farlo già tornare sul tappeto rosso di Cannes camminando a fianco di Cherlize Theron, lei testimonial del profumo di Dior e lui come nuovo testimonial della nuova fragranza al cuoio di Tom Ford (è fantastica credetemi, ma devo prima fare una rapina per potermela permettere ndMax).

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L’altra fazione vede i faulkneriani a perorare la causa di una band che, nell’ultimo “Firepower World Tour”, alla chitarra vedeva la coppia Faulkner-Sneap. Ripetiamolo insieme, i Priest con la coppia di chitarristi Faulkner-Sneap. Dai, ditemi che non è vero. Sembra di essere passati dalla serie originale di Star Trek con il Capitano Kirk, Spock e Doc McCoy alla Next Generation con Data e La Forge, perchè per arrivare ai galloni di Picard di viaggi interstellari ne devono ancora fare tanti i giovinastri.

Ma allora i Judas Priest sono diventati una cover band? Alt! Anche perché la vita continua. ‘The Show Must Go On’ ma tra le divisioni. Gli “United” sono diventati “Divided”, al punto che c’è chi dice di preferire alla line-up dal vivo attuale formata da Halford-Hill-Travis-Faulkner-Sneap quella estemporanea formata da Les Binks-Tim “The Ripper” Owens-KK Downing-David Ellefson. Tre rimpiazzi contro tre trombati (anche se KK ha prima lasciato e poi cambiato idea dopo qualche anno ndA). Una volta i Priest erano come le tavole di Mosè. Sacri. Mi Spiego?

Bussiamo a casa DeMaio?

“Fratelli del metallo
Combattiamo con il potere e l’acciaio
Combattiamo per il metallo, e’ tutto cio’ che e’ reale.
I fratelli del metallo saranno sempre là
In piedi tutti insieme con le mani in aria”

(Manowar, Brothers Of Metal Pt. 1)

Occhio a bussare a casa del bassista perchè se siete dei poser parte il messaggio preregistrato con cui Joey vi apostroferà con epiteti del tipo: “Hijo de una maldita puta, tú y tus apestosos hijos”.

I Manowar all’Hellfest non ci hanno voluto suonare e i loro fan, i “Brothers of Metal” per eccellenza, si sono divisi, anche se in realtà sono stati pochi quelli a manifestare solidarietà alla band nei commenti sulle pagine ufficiali del gruppo.

Molto meno “equi e solidali” sono coloro che sono andati all’Hellfest e hanno speso un migliaio d’euro per vedersi tutti i gruppi ma in realtà sono partiti per cantare a squarciagola Kings Of Metal e Hail And Kill insieme ai loro beniamini, facendo il segno del martello, quello delle corna, e sbattendo i pugni al cielo. Alcuni metallari sono irritati anche solo perché non si possano fare tutte e tre le mosse contemporaneamente, in quello che sarebbe “The ultimate true metal pose”. Insomma ancora litigate tra metallari. I Manowar ormai non ci vengono nemmeno più in Italia a suonare. Ma volete scommettere che, se tornassero, il “Sign Of The Hammer’ di migliaia di guerrieri sarebbe lì pronto ad attenderli?

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Parlare dei Metallica, di Lars e di un James che è ricascato nel suo vizietto ormai è come parlare della Crocerossa e lo scrivo da fan della band che ha apprezzato pure gli ultimi due album di studio del gruppo (nonostante la figuraccia di Kirk e del suo telefonino ndA). Buttate l’esca di una discussione sui ‘Tallica e il secondary ticketing sotto la pagina fb di qualche “amico” che vi sta sulle scatole se volete creare una sommossa. Funziona sempre. Vi risparmiamo anche il capitolo sugli Slayer, un po’ perché loro sono la band che è l’antitesi della fratellanza e poi perché sono vicini al termine del loro “primo” Farewell Tour. A buon intenditor poche parole. E arriviamo invece a parlare di altri intoccabili veri, soprattutto nel “Bel Paese”.

I Maiden

Siamo fratelli di sangue, siamo fratelli di sangue.
Siamo fratelli di sangue, siamo fratelli di sangue.

(Iron Maiden, Blood Brothers)

L’impressione è che il business dei tour retrospettivi interessi ben più di tutto il resto al manager Rod Smallwood e alla sua gallina dalle uova d’oro.

Ormai i brani lunghissimi degli ultimi dischi hanno esasperato davvero qualche fan e poi c’è l’insistenza di suonare pezzi come Iron Maiden e Fear Of The Dark abbinata all’esclusione perenne della tanto mitizzata e attesa Alexander The Great. Si è scagliato contro la Vergine di Ferro, nella versione a tre chitarre dalla reunion di vent’anni fa ad oggi, il nostro Marco Grosso, in un pezzo pubblicato pochi giorni fa e la pensano come lui un buon numero di fan della prima ora che hanno digerito male i dischi successivi a Brave New World.

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A me sembra che i Maiden siano invecchiati meglio di tanti altri gruppi storici, e dal vivo fanno ancora signori spettacoli ma Alexander The Great e Flash Of The Blade ci vorrebbero. Si narra che sia solo grazie alla sua grande conoscenza dei vicoli e dei labirinti aretini che il nostro Marco riesca a sfuggire alla furia di alcuni maideniani doc. Incredibilmente, anche i fan dell’amatissimo gruppo inglese (anche dal sottoscritto e da tanti sdangheri, sia chiaro ndA) non sono più compatti e concordi sul nuovo corso della formazione.

L’impressione, anche se dal vivo tengono ancora e fanno divertire, ma certe rughe si notano, è che la Caduta dei Titani sia piuttosto vicina. Anche perché abbiamo provato che le divisioni ormai siano all’ordine del giorno e che coinvolgano pure le colonne della musica heavy, quelle che una volta erano le fondamenta del tempio di metallo che ora sta scricchiolando. Fatevi furbi, rubate l’antica gemma e fuggite come Indiana Jones per raccontarlo, da vivi, ai vostri nipotini. Non restate nel Tempio Maledetto che potrebbe crollare da un momento all’altro.

Uniti solo per i morti

In un mondo che divide tanto, ci si ritrova davvero tutti uniti solo davanti al culto degli autentici “Dei” che ci hanno lasciato dopo aver fatto la storia della musica dura. Lemmy, Chuck Schuldiner, Phil Lynott, Mark “The Shark” Shelton, Ronnie James Dio… Cazzo! Maledetta linguaccia, ci mancava pure l’ologramma di Dio capace di farci litigare anche su una leggenda come Ronnie che non è più tra noi, qualcosa che, davvero, non avremmo mai ritenuto possibile.

L’ultima frontiera del metallaro è l’interpretazione del pensiero postmortem di una leggenda che non c’è più. Un metallaro dice: “Io Ronnie lo conoscevo bene, lui questa cosa l’avrebbe odiata, amava i draghi e la fantasy ma non la fantascienza!”. Ribatte un altro: “Ti sbagli, Wendy può dare pure l’impressione di essere una Sharon Osbourne avida di denaro ma in realtà fa anche beneficenza e con la trovata dell’ologramma tiene in vita il nome di Ronnie!”. “Sì ma solo per farci dei soldi”. Insomma non se ne esce. Le discussioni su quanto la Relapse abbia lucrato sui Death, su quanto Chuck avrebbe apprezzato i Death To All, su quanto opportuno sia far uscire ora la birra dei Motorhead e tutte le release successive alla scomparsa di Lemmy le lascio a voi.

Discussioni su discussioni. Meglio una cover band o una tribute band che se non altro è formata da qualche ex membro della Dio band? Meglio i Dio Disciples o i Last In Line che almeno scrivono e compongono musica inedita? Mi sta venendo una grande tristezza. Sono sconsolato.
Lo sapevo che non sarei mai riuscito a provare l’esistenza della fratellanza tra i metallari di oggi. Come pena del contrappasso mi è appena venuta in mente la canzone Spaccacuore di Samuele Bersani. Per essere pop non era nemmeno male. L’ho detto. Non c’è speranza. Spara! Spara! Spara, dritto qui.
Qui.

The Flame Still Burns

fratellanzaQui avrei potuto anche smettere di scrivere, poi però mi è venuto in mente il finale di Still Crazy, un film sottovalutato su una melodic rock band fuori tempo massimo, gli Strange Fruit. La formazione torna sul palco per una reunion a venti anni di distanza dalle hit del passato. L’attesissimo show finale non sembra promettere nulla di buono, l’inizio è sconcertante, ci sono pure nubi cupissime in cielo che minacciano una tempesta di proporzioni bibliche, ma questo gruppo scalcinato e invecchiato male di melodic rock intona The Flame Still Burns e la magia ritorna. Un finale che scalda il cuore e commuove i rocker più sensibili.

E la fiamma brucia ancora
E’ li’ nella mia anima per quell’obiettivo incompiuto.
E la fiamma brucia ancora
Da un barlume di allora
Si illumina di nuovo nella mia vita.
Nella mia vita, si’.

(Foreigner, The Flame Still Burns)

Quella fiamma dentro di noi, anche in ambito metal, una musica ritenuta da tani fuori tempo massimo non ha mai smesso di bruciare. Anche nei momenti più difficili. Non lo ha fatto durante l’era del grunge, e non lo sta facendo nemmeno oggi, in assenza di nuovi trend musicali, tra le più grandi divisioni che ci fanno discutere su tutto nei social e con il metal ai minimi termini in termini di vendite ed affluenze nei club.

Certo, non fatevi fuorviare dai 50.000 spettatori che vanno a vedere i Metallica o dai 40.000 che vanno a cantare in coro Fear Of The The Dark con Bruce, Steve & co. Il metal se la passa davvero male e la sua salute (o mancanza di) si comprende solo osservando le scarse audience che di media accolgono i concerti nei piccoli locali. I Magnum verranno in Italia a suonare in due club (ben gestiti) dove con un centinaio di spettatori il locale sembra già pieno. Per dire. Ma è solo una sterile valutazione sui numeri e allora andiamo oltre i numeri, ed entriamo nel vivo della discussione.

La difesa presenta la sua prima provaFacciamo Valere Il Metallo Italiano

A gennaio, un sabato sera, sono a un piccolo festival chiamato “Facciamo Valere Il Metallo Italiano”, che quest’anno ha avuto luogo in un circolo ARCI della bassa modenese. Siamo un centinaio al massimo e quello è il giorno con più affluenza della kermesse iniziata la sera precedente, sempre per dire. La serata sembra una riunione di famiglia, abbraccio una ventina di persone tra amici veri e vecchie conoscenze dell’ambiente concertistico. Chiacchiero amabilmente per tutto il tempo, ascolto buona musica, almeno quattro generi diversi: dal metal intriso d’hardcore alle sonorità estreme e a chiudere il Saturday Night ci sono il classic metal ottantiano dei Fil Di Ferro e l’epic progressive metal dei toscani Dark Quarterer, una delle mie band italiane preferite di sempre.

Il giorno dopo va in scena un pranzo pantagruelico, epico come la canzone dei Dark Quarterer Gengis Khan, ma al posto dei corni di guerra non si sprecano gli “ahò”, perché siamo all’ “Accademia der cacio e der pepe”. Curiosamente, è un ristorante del bolognese dove si mangia alla romana, insomma il posto ideale dove andare quando vuoi far passare il tuo colesterolo totale da 200 a 300 e morire contento. Hanno pure nel menù un antipasto che si chiama “crostino felice”.

All’inizio del pranzo abbiamo già tutti quel sorrisino un po’ ebete di coloro che si stanno divertendo come matti, e questo anche prima di bere un bicchiere di vino o di darci dentro con rigatoni, tonnarelli, code alla vaccinara o Er Boccone Der Gladiatore (è nel menù sul serio ndA). Tu lo capisci quando con certe persone stai bene, anche in pochi minuti. Non conoscevo che pochi astanti di quella tavolata ma da allora, tutti questi metallari sono diventati miei amici. Dalla toscana, dalla liguria, dalla romagna. Ci si sente, non sempre, quando si riesce, ma l’affetto che arriva da certe persone va oltre le parole.

Ho provato la stessa cosa anche la sera precedente, con molte delle stesse persone che ormai rivedo costantemente e riabbraccio di cuore ai concerti da ormai tantissimi anni. Siamo uniti da una passione comune, la musica heavy, che ha visto anni migliori, un po’ in tutto, ma ci sono ancora tanti grandi concerti da vedere ed escono ancora grandi dischi inediti, vedi gli ultimi lavori di Atlantean Kodex, Borknagar, Overkill, Insomnium, MGLA tanto per citare dei generi diversi tra loro.

I metallari di una volta

Una volta i metallari si ritrovavano in tanti luoghi diversi. A casa di quelli che avevano le collezioni di dischi più fiche, nelle birrerie rock/metal, c’è stato un tempo in cui esistevano un buon numero di discoteche metal, dove si andava per ascoltare la musica, bere, ballare, conoscere le gothic girl, scoprire che anche le blackster avevano i loro trascorsi più classic, una volta ci vinsi pure una gara di pogo a squadre.

Prima degli anni ’90, quelli dell’avvento degli estremismi sonori e delle sperimentazioni, in molte discoteche italiane s’incontravano, anzi, si scontravano due categorie distinte di guerrieri della notte: punk e rocker. Giocavano a fare la guerra. Di acqua da allora ne è passata tanta sotto i ponti. E poi c’era l’unico luogo in cui una volta potevi comprare il grosso dei dischi metal che uscivano, un posto ormai sulla via dell’estinzione: il negozio di dischi. Erano posti meravigliosi quelli specializzati nella musica che amiamo. Ora, i pochissimi rimasti, andrebbero trasformati in altrettanti piccoli santuari dove pregare che non si estinguano, loro, noi metallari e la nostra musica preferita.

I metallari oggi si riuniscono nei “Gruppi” – E la Difesa chiama il suo ultimo teste: IO

Vi sembrerà strano, ma vi sto per dire una cosa che in realtà parrà in netta contraddizione con quasi tutto ciò che ho scritto nei primi segmenti di questo articolo, quelli della realtà più fredda in cui viviamo, quelli dell’indifferenza per il metal e quelli sulla banalità delle discussioni che ci coinvolgono sulle grandi band nei social… I metallari di oggi sono più uniti di quelli di una volta!

Solo che lo sono soltanto nel mondo digitale. Alla mattina, appena svegliato, dai un occhio all’orologio del tuo cellulare per vedere l’ora e in alto noti un simbolino con una piccola nuvoletta (balloon) e il disegnino stilizzato di un telefono al suo interno. Quella cosa lì, che si chiama WhatsApp, anche se sei a casa malato con 39 di febbre in preda alle convulsioni, l’istinto del vomito e le sudate pazzesche dopo aver preso la tachipirina, grazie a quell’app ti connette a un micromondo popolato da tanti altri metallari.

I lupi si riuniscono in branco e vanno a cacciare insieme. I metallari si riuniscono nei gruppi WhatsAapp e sparano le minchiate. Ma non solo quelle, WhatsApp è stato il primo posto in cui, sconsolati, abbiamo commentato le immagini di Notre Dame in fiamme, nel corso di ore drammatiche. Sui gruppi WhatsApp ci sono anche le redazioni dei siti, dei blog e delle riviste specializzate.

Il sito Loud and Proud da solo ne ha una manciata, e da pochi giorni pure Sdangher ha il suo ritrovo digitale, oltre al gruppo fb. I gruppi di WhatsApp sono più intimi di fb e spesso ci si fanno confessioni scioccanti, quando qualcuno non si sbaglia e manda erroneamente nel gruppo una foto che era destinata a un’altra persona (non chiedete altro ndA). Sembra di stare in famiglia, il clima è cordiale, spesso si sfocia nel trash perchè il pecoreccio è sempre dietro l’angolo ma spesso c’è la sensazione di parlare con persone che ti capiscono come e sicuramente meglio di tanti parenti stretti, anche perché il tempo passato insieme, tutti i giorni, è davvero tanto.

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C’è comprensione, affinità, con qualcuno anche vera empatia. Ogni tanto si discute, anche animatamente, ma poi l’affetto e il buon senso, di solito, vincono e anche certi strappi si possono ricucire. Salvo che non si sia dei musoni che non si tendono la mano. E la passione che ci unisce per la musica metal rende sempre interessante scoprire le nuove band, commentare le news fresche di giornata, decidere come impostare un certo articolo o un editoriale scomodo. Anche perché lo facciamo solo per passione. Senza fini di lucro.

Pensateci, ci sono fratelli e sorelle che sentite ogni tanto, a cui volete un bene dell’anima ma con cui non avete tutte le cose in comune che avete con le persone che vi riempiono la vita con i loro sms, i loro vocali, i loro meme dedicati o le loro telefonate (c’è ancora qualcuno che le fa per fortuna ndA). Il tutto a parlare di metal. Con il metal. Per il metal. Mai contro, anche quando siamo fortemente critici, in realtà vorremmo solo che la massa lo capisse (il Metal) e lo vedesse un po’ di più come lo vediamo noi. A volte penso che qualcuno sia quasi felice che il metal rimanga un po’ nella nicchia, per non contaminarsi con qualcosa di commerciale, perché quando qualcosa comincia a tirare finisce sempre così, e lo sappiamo bene perchè la stagione del metal c’è già stata.

E allora noi il metallo lo supportiamo affinchè non scompaia, con la speranza che possa tornare a crescere, contro ogni pronostico, e contro i mass media che non l’hanno mai amato, per usare un eufemismo. Perchè nell’anima abbiamo ancora quell’incompiuto obiettivo. Perchè siamo “Still Crazy”. Potrei parlarvi di tanti ragazzi, più o meno cresciuti, conosciuti meglio grazie a questa musica e su queste app moderne o social come fb tanto demonizzate/i da molti.

*

Potrei raccontarvi di personaggi incredibili che ora sono amici carissimi e colleghi di Loud and Proud o di Heavymetalwebzine.it, un sito con cui collaboro da una dozzina d’anni e popolato di persone umili e fantastiche (anche questo ha il suo gruppo WhattsApp), e poi potrei raccontarvi della mia nuova famiglia adottiva, quella degli Sdangheri. Ragazzi creativi, un po’ matti, indipendenti, puledri liberi di scalciare, saltare, trottare e galoppare, ognuno con gusti diversi e incompatibili, com’è bello che ci sia, perché in questi gruppi c’è davvero di tutto.

E anche se in tante cose non la pensiamo allo stesso modo, a differenza del mondo là fuori, in questo micromondo metallico digitale, tendenzialmente, c’è tolleranza, che è una cosa che non ha prezzo. E tra queste tante sensazioni, tra i doni che questo mondo digitale, che tanto tempo prezioso però toglie all’altra vita, c’è anche quello di farti provare quell’amicizia che, quando è intensa e sincera, sfocia nell’affetto che poi diventa amore. Quello fraterno.

Quindi, sì, contro tutte le previsioni, contro ogni logica, contro un mondo che fa di tutto per dividerci, sulla politica, sui grandi temi, io vi dico, in qualità di condottiero delle brigate rossonere che la parola d’ordine è sempre la stessa, che il Natale esiste e SI’, che anche la fratellanza tra metallari c’è ancora. Perché io questo sentimento lo provo. Per chi mi sopporta tutti i giorni e per chi, tutti i giorni, fa un sorriso davanti ai miei messaggi vocali o commenti. E per voi Metallari. Metal Brothers, vogliamoci bene. Perché se non ce ne vogliamo tra di noi chi potrà mai volercene e capirci?

PS: al mio segnale torniamo a scannarci!!! Viuleeeenzzz

 

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