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Le Babymetal sono una questione di cultura!

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Defender del metal attenzione: è uscito il nuovo album delle Babymetal e io manco me ne ero accorto. E sapete perché? Perché nel profondo avevo aspettative bassissime. No, non ho sbattuto la testa, perso tre neuroni e incominciato a credermi un metallaro. Cioè sì, ho sbattutto la testa, ma i sintomi sono altri.

Da tre ne rimasero due, ma a voi cazzo ve ne frega? Cioè anche a spiegarvi la formazione, il massimo che sapreste tirarmi fuori è un “tutti uguali ‘sti cinesi, la differenza non la noto”. E appunto, allora parliamo del disco che è meglio.

Innanzitutto l’ho dovuto ascoltare ben cinque volte, ripeto cinque volte, prima di capirlo e ammetto che ci sono ancora elementi in cui provo dei dubbi. Il primo è: ma Alissa White-Gluz canta veramente in quel cazzo di pezzo? L’ho ascoltato cinque volte, fissando il lettore e canticchiando le canzoni, ma… no davvero, canta in quel pezzo?

Il contrario invece di Joakim Broden, col suo growl piratesco, quei ritmi pirateschi, quel suo parlare giapponese piratesco. Ho già detto che Oh! Majinai suona molto piratesco?

Poi è inutile girarci attorno, ciò che rende ottimo un disco come Metal Galaxy delle bistrattate Babymetal è che dietro c’è uno staff professionale, qualcuno che sa scrivere pezzi vincenti, musica che deve imprimersi nel cervello dell’ascoltatore e attrarre il pubblico più vario.

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Ok, la stragrande maggioranza dell’audience sarà composta da pervertiti coi bastoncini colorati che chiederà i primi pezzi, ma sapete cosa? Sono passati degli anni. Ho appena rivisto alcune loro foto e non ho più davanti a me delle timide bambine che muovono i primi passi sul palco, ma musiciste adulte e professioniste con un immaginario e una professionalità ormai consolidati.

Non fatemi riprendere il solito discorso, ma se dopo nove anni sono ancora sui palchi a suonare, qualcosa starà a indicare: che portano pecunia. E il mercato discografico si chiama mercato per una ragione ben precisa, anche se i metallari, che ne fanno parte, fingono di non intendere.

Ma l’arte dove la metti? E qui casca l’asino, perché ricordo che già ne parlai in un altro articolo: se vi manca una cultura di generis non potrete mai capire Metal Galaxy.

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Metal Galaxy è un disco che trascende il genere e tocca le generazioni. È scritto come fosse un miscuglio di jrock/metal, un po’ rubato a una sigla d’un anime, un po’ da un disco per l’otaku medio. Ma ha anche pezzi molto metal  (la conclusiva Arkadia per fare un esempio), così come musichette leggere, ma anche pezzi… strani nel calderone del disco (In The Name Of), ma rendono l’ascolto un po’ più speziato.

E ci sono anche riff stoppati metalcore.

Va bene direte, però le cantanti? Oh, facciamocene una ragione, non è che possiamo vivere solo di omaccioni nerboruti che parlano di metallo ogni giorno. Poi ora finalmente posso dire di ascoltare le Babymetal sembrando solo un pervertito e non anche un pedofilo del cazzo.

Io non ho mai sopportato (e non chiedo scusa) molto le voci femminili nel metal, tranne rare eccezioni. Misoginia repressa? No, mancanza di gusto forse la mia, ma ho il palato strano. Eppure come mi disse il qualcuno “quando si tratta di Giappone tu inghiotti tutto”. Ma perché forse la cultura orientale rende esotica e interessante qualsiasi assurdità. Anche tre ragazzine che fanno metal.

In conclusione mi ci sono voluti ben cinque ascolti per capire appieno Metal Galaxy delle Babymetal, e ora ho bisogno di capire come togliermelo dalla testa.

Dobbiamo continuare?

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