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Tutto sulla vita amorosa del Perotti e sulla birra dei Fil di ferro!

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Sapete, ai tempi della lavorazione di The X Factor, Steve Harris si ritrovò in una brutta situazione, anzi pessima. Non solo Bruce Dickinson l’aveva mollato e già questa cosa lo portò vicino come non mai a decidere di sciogliere i Maiden, ma ci si misero pure i problemi famigliari.

Al tempo si scriveva e si pubblicava tanto sugli Iron Maiden. C’erano la bellezza di sette riviste dedicate al metal, nelle edicole italiane. E tutte per vendere qualche copia, a ogni scusa mettevano in copertina Metallica o Iron Maiden. I dischi di queste due grandi band ci mettevano un secolo a uscire, ma ogni scusa era buona per sbattere Newsted o Eddie in copertina.

Sul disco dopo Fear Of The Dark poi c’era un’attesa che non si capiva bene se fosse per qualcosa di possibile o per un avvento virtuale. Davvero ci sarà un altro album dopo Bruce? Di cose ne capitarono. Ed era già tutto gossip. L’arrivo di Blaze, l’incidente in moto che lo mandò fuorigioco per dei mesi, i primi rumors intorno al disco, le dichiarazioni antipatiche di Bruce Dickinson e via così. Ma non si scrisse nulla nelle news delle riviste e ancor meno si gridò in copertina, riguardo il divorzio di Harris o il lutto per la perdita del suo amato padre.

The X Factor uscì carico di pressioni e di tristezza. Quel disco rispecchia la scarsa lucidità di Harris, date le scelte produttive opache e fuori luogo, ma anche le sue tristi verità personali su amore e destino, specie nei testi, se avete la compiacenza di leggerli e non vi basta fare ooooooh oooooooh. Pigliate tanto per il culo Vasco che fa eeeeeeeeh, ma non è che un fan dei Maiden sia tanto meglio, con le vocali in sustain.

Dico tutto questo non per parlare di The X Factor e dargli addosso o difenderlo. L’ho già fatto in abbondanza qui. No, ne parlo perché la morte del papà e il divorzio di Harris erano notizie personali che nessuno venne a sapere. Oggi sarebbero sbandierate da tutte le webzines, a partire da Blabbermouth.

Ovvio, perché se non parte da illo, per Blab stesso il fatto non esiste. Guardate il caso del plettro cancerogeno di Van Halen. La news, pubblicata da tutte le webzines, è partita da un sito che personalmente non avevo mai sentito. Solo quella fonte. Poteva anche essere una roba tutta inventata, ma i siti non hanno tempo di verificare certe cagate, “pubblicano loro, lo faccio anche io”. Tutti tranne Blabbermouth. E non perché non si fidava lui della fonte. Stava rosicando e non voleva umiliarsi a rigirare in ritardo madornale una roba che di solito partiva sempre da Blabbermouth stesso.

Le disgrazie di Harris nel 1993-1996 erano cose interessanti e rappresentavano chiavi di lettura utili per comprendere un lavoro “delicato”come The X Factor, fragile flottiglia attesa come l’ultima speranza del metallaro, preso tra alternative e monnezza estrema.

Ne facemmo a meno dei cazzi privati di Steve Harris e gliene dicemmo di ogni. Quello che fece discutere fu la musica. Direte, che è giusto. Vi rispondo di no. Dietro i dischi ci sono gli uomini e gli uomini passano attraverso tragedie e gioie che influenzano pesantemente i dischi stessi. I Paradise Lost non avrebbero mai fatto la svolta di One Second se non fossero diventati dei papà. I Metallica cambiarono dopo essersi sposati. Anche Thomas Mann. C’è persino una spiegazione scientifica che avvalora la tesi che, dopo il matrimonio, un artista realizzi cose sempre meno cazzute. Non scherzo.

Dubito però che il divorzio di Bruce Dickinson ci servirà a sciorinare le prossime mosse artistiche del frontman. La verità è che si tratta di una notizia assolutamente lontana dall’esperienza diretta dei metallari italiani. Il prossimo album degli Iron Maiden sarà l’ennesimo macigno indifferente all’universo, con i piripiri, gli ooooh oooh e le cavallate, sempre siano benedette. Lo split tra Bruce e la moglie mi hanno fatto pensare ai metallari come le casalingue con i matrimoni e i litigi reali d’Inghilterra o Monaco.

Ma io non critico la scelta di pubblicare una news del genere. Cazzo, noi di Sdangher facciamo le top ten del miglior pornodivo, figuratevi! Poi io personalmente sono un pettegolo terrificante. Del resto capisco che ormai è quasi elegante Bruce che si lascia dalla milfona, piuttosto che roba tipo la capra grind che muore in India o giù di lì.

Io critico la totale finzione del giornalismo metallaro italiano. Si limitano a googlare la traduzione di una news offerta su un piatto d’argento dai siti americani. Tutto qui. Se facessero gossip procurato, sudato sul campo, a rischio querele, allora sì che li ammirerei. Ma fare così, stare fermi, obesissimi, ad aspettare che dall’America eruttino una nuova notiziola bizzarra che abbia delle correlazioni col metal, solo per rigirarla in padella dall’Inglese all’Italiano e sbatterla in rete per i pigri o gli impediti con la lingua, è una cosa abbastanza modesta, non trovate? Pensate quante energie intellettuali inutilizzate?

E poi vediamo il tipo di cose che questi “interpreti” ci passano sul piatto. Roba tipo, il gatto di Fenriz sta male. Inutile dirvi che le visite si impennano da impazzire su cose del genere. Ma nessuno nega che al fan dei gatti e di Fenriz (molti di più dei fan degli Amon Amarth o di Burzum) la cosa non possa interessare. Ci preoccupiamo tutti delle disgrazie di un buon artista come Fenriz. Quello che mi domando è che senso abbia fare un bollettino che al novanta per cento è traduzione. Perché invece di tradurre non si fa vero giornalismo musicale? Per dire, si parla poco del metal italiano, di quello che succede in Italia.

I metallari italiani vivono lost in translation. Diciamo la verità, non avviene solo col metal. Vediamo film doppiati, leggiamo libri tradotti e riviste tradotte (da male a malissimo) dall’estero. Classic Rock, tolta una parte piccola scritta da penne più o meno affermate del panorama italiano, è composto di articoli principali traslati scritti da giornalisti inglesi. E ovviamente sono i più interessanti. Ma chi ve lo intervista oggi in Italia Robert Plant?

E per la musica, gli italiani ascoltano tanta roba in italiano, peccato che sia pop liofilizzato da una merda tosta prodotta in America, per lo più. Il vero provincialismo nostrano è proprio in questo cibarci costantemente di roba straniera pensando che tutto sto ciarpame di traduttismi possa davvero riguardarci, che sia il nostro mondo.

Mi sono sempre detto: “parlano del nuovo chitarrista dei Pus Rot dalla Florida e non dicono che i Malnàtt da Bologna si sono sciolti perché beh, tutto ciò che arriva da fuori è di certo più interessante. In realtà è più comodo. In Italia tutto quello che può succedere, a livello underground, se non passa dalle agenzie o da siti stranieri che svolgono sul serio un lavoro giornalistico e pubblicitario, non esiste. Le band italiane stesse dovrebbero bussare alla webzine dicendo: ci siamo sciolti, ecco perché sono cinque anni che non sapete nulla di noi. Porz ha scritto sulla pagina della fine dei Malnàtt ma chi se ne è accorto?

Ovvio che se si sciolgono i Toto c’è un pubblico enorme interessato, mentre se ci dicono addio dei trolloni come i Malnàtt chi se ne frega, ma la scelta non è voluta. Si tratta della conseguenza passiva di un sistema informativo che non funziona, che vegeta davanti a un nastro alimentare giapponese.

Vi interesserebbe sapere se Perotti si è lasciato con la compagna? O magari se Olaf Thorsen ha il gatto malato? Sì o no? Eppure le stesse cose che succedono agli Slayer capitano anche ai Node. Ma chi se ne fotte dei Node? No. La verità è che gli Slayer hanno agenzie efficienti che dicono a Blabbermouth che Kerry King ha una muffa perniciosa in solaio, mentre le band italiane i cazzi propri non li fanno sapere e non c’è un agente luciferino pronto a giocare con certe puttanate per far parlare i fans.

Quindi io chiedo alle webzines di puntare pure sul gossip, ma di farlo a casa propria, come delle vere Novelle 2000. Se hanno le palle, ci dicano che birra fabbrica il chitarrista dei Fil di Ferro. Vedrete quanti click!

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