Articoli Editoriali

Caro metallaro ti scrivo – Riflessioni sulla scena italiana

metallo

Ho scritto per dieci anni su riviste cartacee e siti vari. Ho dato vita a Sdangher e ogni giorno della mia esistenza cerco di intendermi con un pubblico (prevalentemente) di metallari. E mi sono sempre chiesto che mancasse in questa comunicazione. Perché c’era qualcosa. Anzi non c’era.

Il giornalismo metal nostrano si è sempre occupato per lo più di metallo straniero. Sì, vero. Ci sono valenti penne come Gianni Della Cioppa, Stefano Ricetti, Eduardo Vitolo che hanno dedicato tempo e attenzione al metallo “de noantri”. Ci sono siti e pagine facebook rivolte tutte al tricolore borchiato ma non è mai abbastanza.

Per lo più, sulla carte e in rete, ho registrato sempre due atteggiamenti opposti. O c’è supponenza e scetticismo (siamo serie B, facciamo cagare) oppure c’è una ingiustificata faziosità, ancora più fastidiosa (noi Italiani lo facciamo meglio di tanti stranieri, viva l’Italia, evviva il Duce).

Io credo nel metal italiano…

Immaginate un giornalismo calcistico che tratti quasi solo di campionati stranieri. Immaginate di giornali che vi raccontino tutto il tempo di quello che succede in America o in Germania. Come vi sentireste? Indignati, furiosi? Con il metal, nel nostro paese, accade questo da sempre. Non ce ne accorgiamo nemmeno più. Ci scanniamo su band svedesi o brasiliane, parliamo di grandi numeri del music business, di Lars Ulrich che è un coglione o gli Slayer che dicono addio anzi forse ci ripensano, ma quando ci affacciamo dalla finestra che cosa vediamo davvero? Le highways infuocate? I boschi innevati? Il sunset strip? I sobborghi londinesi dell’era Thatcher? I vicoli fumosi e spietati di Birmingham?

Le grandi band straniere, le scene europee, l’Inghilterra, Los Angeles, la Bay Area, Oslo… ma de che stamo a parlà? Chi conosce davvero questi mondi? Io ne leggo da trent’anni ma non li ho mai visti né sentiti. E probabilmente, alla stregua di un americano che pensa all’Italia, non li ho mai capiti. Non ho mai incontrato nessuno degli artisti di cui scrivo. Eppure scrivo di Mustaine e Lemmy come se parlassi di mio zio o di mio fratello. Non ho più neanche l’80 per cento dei dischi su cui rimugino, ma va beh. Insomma, c’è qualcosa di “differito” in ciò che scrivo rispetto al pubblico che mi legge, alla vita che vivo e la cultura che “magno” davvero.

Una band italiana dell’oltremondo!

Io ho 40 anni. Iniziai a sentire metal nel 1990-1991. Ricordo la sensazione esaltante che provai quando scoprii i Death SS di Heavy Demons. Mi si aprì il cuore anche vedere Red Ronnie su Videomusic chiacchierare con gli Extrema o i Kaos Lord. C’era gente italiana che faceva metal e la cosa, senza domandarmi la ragione, mi rendeva felice! E non vi dico l’emozione di scoprire che esistevano dei thrasher, gli In.Si.Dia, che provavano addirittura a cantare nella mia lingua di odio, violenza e anticlericalismo. Volevo un metallo più vicino, più tangibile e c’era. Eccolo lì!

Poi andavo nei negozi e trovavo quasi solo roba straniera. E per forza, non essendoci un’etichetta forte pronta a scommettere sul metal italiano (non essendoci quindi i soldi) la maggior parte delle volte, i dischi dei gruppi italiani più importanti erano difficili da reperire.

Oggi su internet tutti possono sentire i primi album dei Vanadium o il demo dei Ghostrider, l’esordio di Jacula e chissà quali altre rarità, ma fino agli anni 90, almeno in provincia era praticamente impossibile reperire un qualsiasi lavoro dei Bulldozer, Necrodeath o metteteci chi vi pare.

Sulle riviste metal di fine 80 e inizio 90 si parlava eccome di metal italiano, ma quasi sempre nelle sezioni interne, quelle in bianco e nero. Escludendo la crociata campanilistica di Flash, le band nostre erano sempre nelle retrovie, trattate bene ma nel retrobottega. Persino il Gods, quando decise di dare spazio all’Itala, la ghettizzò in un giorno specifico.

Negli anni 80/90, le foto dei nostri gruppi erano per lo più scadenti, amatoriali, con quei look fatti davvero in casa. Metterli accanto ai grossi nomi stranieri generava un confronto davvero ingeneroso. Non vi dico poi la delusione quando iniziai ad ascoltare finalmente qualcosa di quei nomi ricorrenti della scena italica: per lo più giravano produzioni tremende. Io ero abituato agli standard di Michael Wagener, Martin Birch, Chris Tsangarides e nessuno dei produttori italiani, quando davvero ce n’erano, poteva eguagliare quegli standard. Se ne accorsero i Royal Air Force che per il secondo album, Leading The Riot, si ritrovarono a lavorare con Gene Allen. Lui era il chitarrista dei Lizzy Borden e veniva da un mondo in cui davvero si creavano i suoni e si tirava fuori da un gruppo un insospettabile feto di forza e reattività. Il batterista Mario Riso ancora racconta delle scellerate, folli e contrastate sperimentazioni di Allen durante la realizzazione del disco. Niente al confronto di Marcello Catalano, produttore del primo lavoro dei R.A.F., la cui esperienza in ambito metal era poca o nulla.

In Italia, a livello produttivo, fino al 1997 ancora gli studi di registrazione non sapevano come si registrasse un disco hard rock! Vasco Rossi andò all’estero per farsi incidere dei suoni di chitarra decenti. Sentite quelle del disco Liberi Liberi. Sembrano scatolette. Ascoltatevi il sound di Gli spari sopra!

Spesso le esperienze in studio dei gruppi metal italiani erano disastrose e i risultati non rendevano giustizia a una capacità di suonare e un tiro che dal vivo, molti di loro potevano anche vantare. Sul palco però mancavano le condizioni adatte per far suonare bene un gruppo heavy, specie alla sagra dello Gnocco di Ronciglione, per dire. Cosa potevano fare da soli cinque ragazzi, senza un contorno adeguato che li aiutasse a venir fuori in modo competitivo e fico. Pensate che i Black Sabbath dovettero solo attaccare i jack agli ampli per diventare i Black Sabbath? Ma andiamo… C’erano intorno il paese e la cultura giusta per farli sbocciare.

Sulla mancanza di una scena metal italiana

L’Italia si è fatta valere col rock prog degli anni 70. Il prog andava a testa alta: gli Area, il Banco, la PFM… quante volte l’avete sentito dire? In parte è vero. Non vi dicono però che dietro quei grandi gruppi c’erano la Ricordi, la Numero Uno di Mogol-Battisti, la EMI.

Nel settore alternativo degli anni 70 c’era la mitica Cramps Records che diede fiducia a gente come Battiato, Finardi e gli Skiantos. Questi artisti erano “coperti”, lanciati, proposti in modo vincente, accattivante, con un produttore e un’equipe in grado di rendere le loro creazioni appetibili. Non sfiguravano accanto alle cose provenienti dall’estero ed ecco perché.

Altro esempio? Negli anni 90 si è parlato, scritto e sentito tanto indie rock italiano. Gli Afterhours, Bluevertigo, Subsonica, La Crus, Modena City Remblers, erano tutti sostenuti dalla Mescal, fondata da un certo Luciano Ligabue. A proteggere i Marlene Kuntz c’era il Consorsio Suonatori Indipendenti di Giovanni Lindo Ferretti, Gianni Maroccolo dei Litfiba e Massimo Zamboni. I Linea 77 erano addirittura prodotti dalla Earache inglese prima e dalla Universal poi. Vendevano bene, tutti questi gruppi, e sembravano fichi agli occhi del pubblico di casa, sempre molto legato alla lingua, alla possibilità di capire il significato delle parole e allo stesso tempo attratto dalle sonorità esotiche.

“Ma nell’Italia del rock e tanto meno nel metal non c’è mai stato nulla di originale”, mi fa notare Agghiastru. Vero. sin dagli anni del beat a quelli della new wave, passando anche dalla tanto osannata scuola di Genova e il cantautorato dei De Gregori, abbiamo sempre “scimmiottato” artisti europei e americani. Non dico che P.F.M. o Lucio Dalla siano stati solo dei beceri imitatori, eh? Hanno avuto dei pregi enormi per il rock e il pop di casa, ma se dobbiamo guardare l’originalità e la capacità di influenzare le regole del gioco internazionale, lasciamo proprio stare.

“Persino la scena progressiva, milanese o romana che fosse”, rincara Agghiastru, “era per lo più speculare a quella inglese”. Eppure il pubblico ha sempre preso sul serio il Banco, i Litfiba, Vasco Rossi, i Negrita. Perché non la Strana Officina ? Perché per fare una scena non bastano le band e un intento culturale comune, ma anche un’etichetta forte pronta a sostenerne gli esiti. Inoltre ci vorrebbe una cultura di base che incoraggi le persone a valorizzare cosa c’è in casa, non guardare sempre all’estero. L’Italia ha riscoperto il proprio cinema di serie B grazie a Tarantino. Dopo che lui ci ha spiegato la grandezza dei poliziotteschi, sono tutti diventati cultori di questo genere. I saggi sulle tombe etrusche sono quasi tutti scritti da inglesi. I Lacuna Coil sono andati a guadagnarsi una fama in America e solo dopo, i più grandi quotidiani italiani hanno parlato di loro.

Nel metal come poteva andare, secondo voi, con simili presupposti?

Per dire, non c’era un menagement adeguato. Anzi, spesso non c’era proprio. E io, lettore di Metal Shock e HM, quei gruppi lì, rispetto a quelli esteri, non potevo che percepirli un po’ come degli sfigati. Ed era difficile non provare un leggero imbarazzo a vedere le foto in bianco e nero dei Sabotage su Metal Shock o quel look mediocre a colori degli Elektradrive o i Danger Zone sulle rotaie nel 1992. Per non parlare dell’aspetto fisico terribilmente fuoriforma dei Dark Quarterer. Pensate che queste cose non contino? Ok, poi guardate Zakk Wylde o i Kiss, i Metallica tutti vestiti di nero o i Motley Crue con i lustrini. Al di là di chi inventò cosa: mettete vicino Gene Vincent e Ricky Gianco. Se chiudete gli occhi non potete notare la differenza nell’esecuzione di Be-bob a lula, ma quando li aprite cosa vedete?

I capelli lunghi, le foto patinate, il look uniforme e originale dei gruppi esteri, da noi non c’era un cazzo. E non ditemi che per degli adolescenti in cerca di modelli da seguire e fascinazioni ormonali, tutto questo non dovesse contare.

La stampa specializzata ha cercato di credere nel metal di casa ma non bastava coccolarlo e incoraggiarlo nella sezione demo o nelle recensioni. Il pubblico non trovava riscontri in quell’entusiasmo e quella stima proferite da Beppe Riva o Vinz Barone. Anzi, non trovava proprio i dischi. Le riviste poi non avevano i mezzi economici di Tutto, Ciak o Rolling Stone. Se mettevano in copertina gli Extrema o se ci mettevano i Def Leppard, vedevano cifre ben diverse a fine mese, quindi ciao ciao metallo italiano.

Ma il pubblico pure ha reagito come poteva, insomma…

Io stavolta non incolpo nessuno.

Pretendere che solo nel caso del metal italiano la gente potesse essere superiore agli imput manipolatori del mercato è utopistico e ingrato. Il pubblico ci ha anche dato un orecchio alle cose che uscivano, ma le band e i rivistari, non potevano aspettarsi che facesse collette per mandare gli Extrema a registrare in America.

Le cose sono andate male dall’inizio. L’industria del Belpaese non ha mai capito il metal. Immaginate: il metallaro violento, puzzone e satanista nell’impero delle canzonette di Morandi… ma via! I Death SS nelle cittadine toscane ricevevano scongiuri e battute, per lo più. O magari denunce per vilipendio alla religione.

Per quanto sia deprimente da dire, senza un’industria alle spalle, il genere da solo non ce l’avrebbe mai fatta. E l’industria quando ha preso un gruppo metal lo ha snaturato, trasformandolo in qualcosa che di metal non ha più nulla. Prendete i Dhamm. The power of the music è una bella favola. La realtà sono sempre stati i soldi o un’entità indipendente e agguerrita che volesse davvero dare al mondo qualcosa di ostile e pericoloso. Chi dice la Nosferatu Records? Ne riparleremo.

Oggi il metal italiano sembra migliorato rispetto agli anni 80/90 (parlo di produzione e management). Io penso però che gli standard esteri ci siano venuti parecchio incontro. I soldi non girano più da nessuna parte. Il computer e il fai da te dei gruppi storici, che magari escono con la nostra Frontiers Records, hanno azzerato il divario. Di fatto i dischi metal, svedesi o italiani sono quasi tutti dei demo gonfiati. Almeno nel 1998 sarebbero stati considerati così.

La critica metallara deve…

Nel mio piccolo, desidero provare a fare quello che reputo necessario, secondo le mie possibilità. Ho scritto per anni a della gente di cose che riguardavano un mondo non mio e che non era nemmeno il loro.

Ora la smetto e inizio a guardare in faccio la realtà vera, quella del nostro metallo vissuto e vivente. Là fuori del resto, non è che stia succedendo chissà cosa.

Sono convinto che sia ora, per la critica metal italiana di crescere, smetterla di ficcare il cranio sotto la coltre di un mondo lontano, fatto di grandi band inarrivabili, di festival immensi e lontanissimi, di leggendari scandali e lustrini.

La critica deve avere la forza di raccontare il mondo metal in cui vive e “magna”, e di rivolgere questo racconto al pubblico stesso che ne fa parte e che ne legge. Quasi tutti quelli che leggono di metal hanno una band, magari con dei dischi all’attivo. Ecco, vorrei parlare a quelle band. Mi piacerebbe discutere dei problemi che hanno e delle possibili soluzioni. Metterei a disposizione il mio talento evocativo, il mio spirito, il mio amore per tradurre in chiacchiere ciò che loro stanno realizzando con le note. Ovviamente non sarò buonista, dirò sempre la verità, rischiando inimicizie e qualche cappottone. Purtroppo in ogni ambiente, una critica schietta è vista come un attacco da parte di un nemico e non un contributo di chi vorrebbe denunciare un aspetto sbagliato e magari suscitare un dibattito per migliorare la situazione. Quando dico ai miei collaboratori che voglio si scriva di metal italiano in modo diretto e libero, mi domandano se li desidero veder morti! Ecco, alla partenza siamo messi così.

Credo che mai come oggi per il metal del nostro paese sia arrivato il momento di diventar grande e farsi valere sul serio. Facciamo valere il metallo italiano, come dice il nome di un simpatico gruppo facebook.

Il metal italiano ha bisogno di un lavoro critico più serio, attento e schietto, lasciando perdere gossip e quella ridda di gran bolliti che ancora ci ostiniamo a spremere. Credo nel conflitto, ahivoi. Non amo il pubblico che si beva il mio piscio e torni a casa felice. Voglio la lotta, non accettate mai niente di quello che vi dico senza averci prima pensato su. E anche dopo, continuate a pensare. Credo che nello scontro si possa arrivare a qualche cosa di più vivo e stimolante rispetto alle leccatine di culo d’ordinanza che leggo in giro sul nuovo Hour Of Penance o le solite elegie spropositate sugli intoccabili Bulldozer.

Penso occorra sincerità e coraggio da parte della critica. Non ha senso scrivere bugie per un paio di biglietti omaggio e un promo con due settimane d’anticipo sui siti torrent russi. Deve esserci rispetto per le band e amore per il metal, ma assolutamente, nei limiti del possibile, nessuna amicizia o complicità tra gruppi e recensori. Invece temo che da quel punto di vista sia un gran paccame sulle spalle. Beh, non qui a Sdangher. Ma non perché vogliamo fare gli stronzi e basta.

Diciamo ciò che abbiamo dentro, gente, sbagliato o giusto che sia. E speriamo che prima o poi, tutti, blog e webzines inizino a scrivere la verità “vera” sul metal italiano. Tanto nessuno guadagna nulla, nessuno ci vive. Non ci sono più copertine da indovinare. E allora perché vedo in giro rapporti clientelari come in qualsiasi intruglio impiegatizio? Perché continuo a scorgere le ruffianerie e le faziosità di un gabinetto (nel senso di cesso) ministeriale? Bisogna scrivere ciò che si pensa davvero, senza paura. La verità è la più grande forma d’amore.

Le recensioni, i report, le interviste promozionali sono contenitori che nel tempo hanno finito per perdere il proprio significato. Molti continuano a scriverne con quel linguaggio “recensionesco”, senza un pizzico di individualità, di vita. E il pubblico li sbircia, si annoia e finisce per ripiegare sulla nuova fiamma di Bruce Dickinson. So che è difficile ma iniziamo ad affrontare e parlare di realtà. Non perpetuiamo più questa complice fuga dal vero, di giornalisti e pubblico. Da troppi anni di metallo, in Italia non si è fatto che scappare via nell’Isola che non c’è. E la sola forma possibile dell’isola che non c’è, cari miei, è quella descritta dagli Annihilator nel brano omonimo.

 

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