Recensioni

Dimhav – La mazzata boreale!

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Sono anni che mi lamento e languo in un torpore da vecchio e antipatico trombone che finge d’aver ascoltato tutto. Certo che quando questo “tutto” è espresso da sonorità post-Pantera, post-Fear Factory e post-grunge un vecchio antipatico trombone come me medesimo si chiude a riccio e riascolta per la millesima volta Rising dei Rainbow.
Ci sono stati anche tempi fausti per i defender ma temo che moltissimi (e tra questi ci sono di certo anche io…) si sono persi delle perle di allora, che oggi e per altri mille anni rimpiangeremo. Chi si ricorda, per esempio, i Conception di quel Roy Khan che divenne famoso per la sua militanza nei Kamelot?

Scioltisi nel 1998 dopo l’uscita di Flow per probabili scarsi riscontri commerciali, sono rinati l’anno scorso tornando con il non troppo metallico, ma bellissimo, My Dark Symphony. Album intimista e che si avvicina, a mio parere, all’attuale stato d’animo del cantante norvegese.

Altra perla rara, ascrivibile più o meno allo stesso genere (prog-power) dei Conception furono gli olandesi Elegy. Ipertecnici ma pieni di gusto – recuperate tutti gli album da Labyrinth Of Dreams fino a Manifestation Of Fear – vennero presto dimenticati tra il 1998 e il 2001 circa.

I flussi e riflussi dei vari sottogeneri di metal non hanno risparmiato nessuno. Ma chi ne è stato più colpito sono  quelle band misconosciute che tentarono/tentano di dire e dare qualcosa in più. Conception ed Elegy non erano certo gli unici che cercavano una propria strada, una via “alternativa” che potesse lasciare qualche traccia del loro passaggio.

Chissà quante mila band mi son perso lungo il tragitto e che, mi auguro, di poter recuperare! E ci fu un altro aspetto che me le fece amare ancor di più. Erano band composte da temerari e incoscienti. Proponevano uno stile musicale che era stato bollato come “vecchio e invendibile” già nel 1993.

Queste band, caparbie, hanno prodotto tra mille difficoltà, album degni di nota fino al 1998 e poco oltre alla faccia dell’alternative /grunge/distaceppa.
Erano e sono la mia boccata d’ossigeno in un mondo che per come lo stavo vivendo io era diventato asfittico e prono, troppo prono, al businness e alla falsa ribellione vestita di mal di vivere. Ma il conto in banca di qualcuno era bello polposo. O almeno così si narra.

Questo ristagno musicale che io avvertivo e tutt’ora avverto si diradò un poco quando attorno al 2001 scoprii gli Opeth. Non proprio una band da defender – e comunque io sono un defender atipico considerando che dei Judas non mi piace tutto, dei Manowar butterei quasi tutto nel fuoco comprese le loro mutande di pelo di capra e non considero Killers il migliore dei Maiden.

Degli Opeth mi colpì la loro capacità di fondere diverse atmosfere in brani certamente lunghi, secondo me necessari per poter dipanare in maniera coerente il susseguirsi di emozioni e sensazioni, e l’ottimo e razionale utilizzo dell’alternanza tra growl e clean vocals.

Agli Opeth cosa mancava? Secondo me un filino di orchestralità in più. Ma capivo che, per lo stile proposto, autunnale e melanconico, sarebbe stato forse un grande azzardo e che loro non erano i Pendragon o i Jethro Tull più pomposi.

Contemporaneamente a tutto ciò si sviluppa, dall’altra parte della barricata, lo stile super-sinfonico-anche troppo. E’ un elemento che, in tempi recenti, viene proposto dai nostrani Rhapsody (of fire-of-steel). All’inizio, ai giorni di Legendary Tales gli ingredienti erano perfettamente bilanciati. Quell’album è invecchiato benissimo e i Rhapsody sono stati grandi fino a Dawn Of Victory, secondo me. Dopo, il tracollo.

Non so quale sia il “virus” che induce un’ottima band come i Rhapsody a divenire la parodia della banda di paese che durante le feste comandate scende in piazza a rompere i coglioni con trombe e tromboni. E insomma: tutta questa sinfonia, rintracciabile a vagonate anche nei Nightwish e in tanti altri che ora non rimembro, alla fine è diventata un elemento di disturbo. Un po’ come gli Opeth che ora disturbano con il loro prog settantiano. Io devo dirlo: ero un po’ demoralizzato ultimamente, poi leggendo in giro salta fuori questa band dalle solite terre vichinghe.

I Dimhav.

Ma chi cacchio sono questi qua?

La copertina, meravigliosa, mi ha portato a pensare a una band di blackster molto romantici, tradizionalisti quanto basta e, orrore, sinfonici! Scopro che sono in tre e che non ne conosco uno. Non conosco neppure la musica dei loro precedenti progetti o se hanno avuto precedenti progetti. Daniel Heiman è definito da alcuni utenti dei vari social come “una delle migliori voci del power metal”.

Tutto il resto è suonato e arrangiato dai due fratelli Lindroth (Olle agli arrangiamenti e alla batteria, Staffan alle chitarre, tastiere e basso). La musica che c’è dentro a questo album è qualcosa di indefinibile e meraviglioso! Ha quasi l’intenzione della colonna sonora ma non ha la pretesa di guadagnarsi quegli appellativi ridicoli che venivano appiccicati, con apposito adesivo, sulle copertine dei, per esempio, Luca Turilli’s Rhapsody. “Cinematic metal”… Ma davvero?! Cioè: c’è bisogno di definire “cinematic” una musica con produzione altisonante, parti simili a colonne sonore e parti epico-sinfoniche? Mah!

Ok… momento polemico finito.
Tornando ai Dimhav loro sono tutto questo e oltre. L’apertura mi spiazza totalmente con queste accelerazioni al limite del black. A ogni secondo e a ogni brano la musica è un caleidoscopio. A tratti fanno capolino i Bal Sagoth ma meno, molto meno, rompicoglioni e molto più di classe.

Le tracce sono sette e la più breve è The Aerial di un minuto e mezzo. Le rimanenti sei hanno una media di otto/nove minuti ma a me non hanno per nulla annoiato. Ascoltandoli ho lasciando fluire la musica senza stare a fermare o skippare. Un album, questo, che se si è nella giusta predisposizione d’animo, rapisce e stupisce.

Una colonna sonora per notti sotto un cielo siderale e trapuntato di fredde stelle. Da soli o in compagnia di un buon drink caldo. Magari imbacuccati sotto il porticato di legno di una baita al limitare del bosco. Nulla di horror e nessun Jason Voorhees che arriva a spezzare l’incantesimo.

Questa è musica per l’anima e che per questo trascende gli stile con i quali è formata.
Potremmo definirla musica dotta? Forse si. Ma per me rimane solo ottima musica e che, come tale, ho paura che passerà in sordina relegando i Dimhav nella lista delle “ottime band di cui nessuno ha mai sentito parlare”.
Fatevi questo regalo quasi natalizio.

Cercate The Boreal Flame e ascoltatelo, assimilatelo, fatelo vostro perché ne sono convinto, se siete persone intelligenti e sensibili, e io so che siete persone intelligenti e sensibili, scoprirete un universo fatto di musica, anima, passione e tanto sudore.
Un universo che non ha bisogno di definizioni di genere e sotto-sotto genere. Questo universo, l’universo Dimhav, urge d’essere assaggiato ancora e ancora, ascolto dopo ascolto.

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