La Truebrica del fantino Recensioni

 Elvenking – Il Re degli Elfi è tornato… Ad agosto però!

E’ con un ritardo piuttosto consistente che mi trovo a scrivere degli Elvenking. Primo perché se dovessi seguire tutto ma TUTTO-TUTTO (chi si ricorda la Banda fratelli mentre interroga l’abbondante Chunk de I Goonies?) delle uscite metal internazionali, starei fresco. Ho un macabrissimo lavoro che mi ipoteca le settimane e mi tormenta le notti considerato che smaltiamo scarti della macellazione dei suini in ditta.

 

Ora però le mie notti saranno ancor di più tormentate da un’artista che avevo già visto ma di cui non sapevo nulla. L’artista in questione è la disegnatrice di origini slave ma trapiantata in Olanda che risponde al nome di Zsofia Dankov – che fa rima con alcova ma va beh…

E sapete perché le mie notti saranno un tormento? Come?… Dite che è una bella e provocante gnocca la disegnatrice?! Boh. Può essere… No. Niente di tutto questo ché sono vecchio, ammogliato e non posso permettermi di fare la fine del rag. Fantozzi mentre viene beccato da Pina a guardare, a notte tarda, il Super Porno Show.

Il motivo è molto più attinente alla musica che amiamo in quanto ha prestato le sue mani d’oro anche ai Powerwolf (copertine che io adoro. Tutte!); Fifth Angel; Thaurorod e Avantasia.

Mica cazzi!

Ha questo stile ricco ma non eccessivo. Fiabesco ma con una vena di morboso e malato che si infiltra nell’opera, e poi nella mente di chi guarda. Non te ne rendi conto a livello conscio ma si avverte, ammirando le opere di questa artista, che quello che si vede è solo una parte.

E la stessa cosa si può dire del nuovo strepitoso album degli Elvenking?

Già la copertina, di cui ci tengo a parlare – e Padre Cavallo spero mi perdonerà – è un’opera d’arte.

Le aspettative sono alte quindi.

Artwork, dicevo, pieno zeppo di significati legati al paganesimo celtico e al neo-paganesimo riconducibile alla Wicca. Essendo il titolo dell’album Reader of the Runes – sottotitolo Divination – credo che l’immagine sia iper-descrittiva del tema che le lyrics tratteranno.

Quindi di spalle c’è il divinatore (forse un druido) uno dei protagonisti di questa saga (sì; perché i nostri si sono lanciati in un concept che prevede altri due album legati al Lettore delle rune). Di fronte la probabile Eleanor (o forse no) che appare nella traccia numero 6. E ci sta che chi si rivolga al divinatore sia una donna. Primo perché è gnoc…Ah no! Frena!! Ci stavo cascando!!

Primo perché la magia è materia femminile dalla notte dei tempi. Le principali dee che presiedono ai culti misterico-pagani sono Ecate e Diana. La luna è l’astro che guida le iniziate e influenza il mondo terreno con le sue fasi. E perciò la figura femminile è coerente con il concept pagano dell’album. Non è una contraddizione che il divinatore sia un uomo. Nonostante i druidi fossero iniziati di sesso maschile, comunque nella cultura celtica la donna era considerata depositaria di grande saggezza e sapienza.

Suppongo che le rune sparse tra i due non abbiano un significato particolare, se non quello di riempire uno spazio e dar senso al tutto. Ma ho notato che ne risaltano due in particolare. Sul bastone del divinatore, oltre a un ciondolo con intagliato un Triskell, ce n’è un’altro con la runa Algiz. Vedete, sulla destra, quella specie di tridente?! Ecco…

Secondo la tradizione – e internet- questa runa chiede di relazionarsi con il mondo in modo sacro sia a livello materiale che a livello spirituale. Algiz dona ma toglie anche. E queste privazioni sono i sacrifici che vanno ad Odino… Che non è Anthony Hopkins. Oppure: Hopkins è un dio del cinema però è un’altra cosa!

Fatto sta che questa runa è simbolo della spiritualità individuale. Non è previsto nessun tramite tra noi e il divino. Richiede solo predisposizione d’animo e mettersi in contatto con l’entità nel luogo sacro per eccellenza nella cultura pagana antica. Il bosco sacro detto Nemethon. Forma fisica, tangibile del sacro che si ritrova anche nella copertina degli Elvenking.

C’è anche la runa detta Hagalaz posta sul teschio umano (e sul tomo di fianco a Cernunnos) alla sinistra del visionario.

Non è messa su una “testa di morto” a caso in quanto il simbolo preconizza e avverte della potenza e della crudeltà del destino e della Natura.

Vedete? Anche la Natura è femmina e come sono crudeli loro nessun uomo può!

Hagalaz, quindi, è la forza del Mondo naturale che tutto abbatte. Anche certezze e abitudini.

E all’uopo ho scoperto esistere un antico poema anglo-frisone che lascia intendere, usando una metafora, che sì, la Natura è come la dura grandine devastatrice, ma una volta sciolta, la grandine diventa acqua pura. La dualità del femmineo è evidente.

Eccome se è evidente!!

Non potevano certo mancare i due corvi Huginn (pensiero) e Muninn (memoria), da sempre associati al signore di Asgard ed emissari in terra dello stesso. Lasciati liberi di vagare all’alba, al crepuscolo ritornano dal Padre di tutti per portargli le novità dei nove regni. I riferimenti alla cultura celtica sono presenti anche con un accenno al calderone di Gundestrup. Ritrovato in un sito danese e ritenuto di grande importanza per gli studiosi. Se ne vede una porzione alla destra del druido in basso mentre la figura principale del manufatto, Cernunnos il dio cornuto, appare nel tomo di fronte. E, coperto da una veste incappucciata ma che lasciava fuori-uscire le cervidi corna, appariva anche nel precedente lavoro Secrets Of The Magick Grimoire.

E’ il dio un po’ di tutto. Della guerra, della caccia, della fecondità, della morte e dell’oltretomba. Ricorda il fauno non vi pare? Quel Fauno così ben tratteggiato dal regista Guillermo del Toro nel suo film “Il labirinto del fauno”.

Credete non vi siano attinenze tra Cernunnos e il Fauno?

Lascio a voi scoprire se è così o no! 😉

Vorrei tentare di parlare ancora di questo tema, a me caro, ma devo affrontare la parte più pregnante di un disco. La musica.

E la musica è prodotta e missata da un guru del metal quale Dan Swano. Chitarre e batteria registrate nei suoi studi in Germania hanno quel piglio nineties ma con una bella sferzata di moderno che non fa mai male se non ne si abusa, ovvio. Album con pochissimi cali e tanta adrenalina. Forse troppa perché dopo aver visto l’artwork mi aspettavo più influenze folk e meno metal. Non che la cosa mi dispiaccia eh? Ma è stato un po’ un coitus interruptus. Come se vi trovaste davanti la mortifera copertina di Within A Realm Of A Dying Sun dei Dead Can Dance e poi su disco invece di musica elegiaca vi trovaste al cospetto di tecno trance o trap!

Mi aspettavo, come dire, una cosa più attinente ecco!

Comunque è innegabile che la band di Sacile abbia fatto le cose per bene. D’altronde con 22 anni di esperienza sulle spalle e al decimo album non poteva essere diversamente. Le tracce scorrono via che è un piacere e la voglia di riascoltare il disco si riaffaccia spesso. E’ un buon segno, no? Va beh che io soffro un po’ di Alzheimer e forse è per questo che mi viene da riascoltarlo ma la qualità è alta e le composizioni belle.

Nulla di eclatante rispetto a quanto già fatto dagli Elvenking si intende!

Ma certamente un lavoro onesto e che scaturisce dal profondo.

La mia preferenza in assoluto va alla traccia 9 Malefica Doctrine dove si avvertono venature black che comunque i musicisti avevano già espresso in altre occasioni precedenti. Due sono i video rintracciabili su Youtube: Divination girato da Andrea Falaschi, anche batterista dei teatrali e toscani Deathless Legacy e Silverseal girato da Matteo Ermati.

A parte gli amici di sempre Alessandro Conti (Trick or Treat) e Fabio Dessi (Arthemis) che prestano le loro voci nei cori, non vi sono special guest straniere ché, detto tra noi, non è che per forza dobbiamo infilarci una collaborazione con Michael Kiske nella speranza che il prodotto venga notato un po’ di più eh?!

La forza di questo album è la cura di ogni singolo particolare che possa ricondurre la mente del fruitore a riprenderlo per riascoltarlo. Al di là dei significati intrinseci che un tema come il paganesimo porta e che non interessa a tutti, Reader Of The Runes – Divination – è un prodotto di livello internazionale che può renderci orgogliosi di una band come gli Elvenking.

Ammetto che non li ho mai seguiti tantissimo e in una occasione live, complice forse il fatto che era una kermesse di vari artisti, non mi impressionarono particolarmente. Ma questo disco ha acceso in me la voglia di recuperarmi anche gli altri lavori e di dare una chance a una band che è più conosciuta all’estero che da noi.

La solita esterofilia tutta italiana.

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