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Quando cadono gli eroi – In difesa di Timo Tolkki!

timo tolkki

Non sempre la vita di una rock-star, o di un personaggio noto, è tutta rose e fiori.
Se dall’esterno la girandola di informazioni stupisce le persone comuni e le abbaglia con storie di tour in giro per il mondo, droga, alcool, donne bellissime e disponibili, soldi e quant’altro, pochissime volte gli addetti ai lavori tentano di parlare della vita vera e propria che  questi personaggi dello spettacolo conducono quando non fanno spettacolo.
Qualche decennio fa poteva essere pure difficile riuscirne a parlare in maniera obiettiva anche perché, se volevi vendere molte copie della tua rivista, si doveva mantenere alto “l’hype” verso un determinato artista. E quindi giù di narrazioni esagerate – talvolta neppure troppo distanti dalla realtà – di musicisti scellerati e laidi; festini post-concerto dove succedeva di tutto; morti accidentali e guida in stato di ebbrezza (chi ha detto Vince Neil?).
Tutte cose che servivano pure a creare una certa aura attorno al personaggio. Poi nel mondo rock-metal chi voleva sentir parlare di metallari “brutti, sporchi e cattivi” che vanno a letto presto o che sorseggiano una tazza di camomilla?

Questo succedeva quando ero giovane io.
E quando erano giovani anche i miei eroi.
Eroi che tendevano all’autodistruzione.

Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, per tutti. E da qualche anno a questa parte si è imposto un nuovo genere “letterario”. La biografia.
Qui su Sdangher Padre Cavallo stilò una lista di “migliori e peggiori” tra questi libri. E in quell’elenco mancava (e non poteva essere diversamente in quanto penso in Italia non sia mai stato edito su carta) la storia di Timo Tolkki.

Chitarrista e leader degli Stratovarius per un bel po’ di decenni, dall’impostazione classica, uno stile che può ricordare Malmsteen (con certe differenze) e, da buon finlandese, uomo con un sacco di problemi.
Non che per forza devi essere un tipo problematico se sei finlandese, ma nel suo caso, purtroppo, è così.

Devo aver letto la sua biografia/confessione più o meno attorno al 2012/2013. La trovai on-line in formato pdf.
Su Facebook esiste ancora la pagina “Loneliness of a thousand years” che rimanda a un link, quello di Scribd, dove si può avere un mese di lettura gratis stante l’iscrizione al sito.

Il nome della pagina è anche il nome di questo libro che, parole dello stesso Timo: “A little book that I wrote 2 years ago. It’s a sort of autobiographical dealing with my illness and things that happened to me so far in my life.”

Quando lo lessi mi appassionò talmente tanto che, se non ricordo male, lo finii in pochi giorni. Mi appassionò perché in quelle pagine c’è riversato tutto il malessere di una persona che stava soffrendo di una grave malattia: la sindrome bipolare.

La sindrome bipolare è un disturbo della personalità che porta chi ne soffre a non saper gestire le proprie emozioni e a viverle in maniera “esagerata” passando da stati di iper-attività a momenti di profonda depressione.
Mi sono chiesto spesso del perché il libro di Tolkki mi prese a quel modo.

Penso che la risposta sia questa: al di là dei tour, dei soldi guadagnati, delle feste e del mondo dei lustrini questa persona (e tante altre come lui) nascondeva un segreto terrificante che lo stava distruggendo da dentro e che avrebbe portato, lo si è visto dopo, anche alla distruzione del suo mondo di affetti e del suo ruolo all’interno degli Stratovarius. Un eroe caduto che riprende le vesti della persona comune.
Perché in fondo questo sono i musicisti da noi amati.

Timo Tolkki ha provato, a mio parere con sincerità, a tirar fuori la parte più vera di se stesso, quella che nessuno conosceva fino all’uscita del libretto. E non era morbosità la mia, ma cercare di calarmi nei suoi panni, fare un tentativo per capire come mai, uno dei miei beniamini fosse andato così in crisi.

La sua musica, tra i 20 e i 25 anni, mi ha accompagnato e tutt’ora mi accompagna. Ed è innegabile, almeno lo è per me, che il power metal in “stile Stratovarius” abbia prodotto degli epigoni più o meno riusciti.
All’epoca erano sulla cresta dell’onda essendosi trovati al posto giusto (l’Europa) al momento giusto. Era la rinascita del power/classic metal. “E per fortuna!”, rimarco sempre io!

E comunque non erano più dei novellini i nostri finnici in quanto gli Strato avevano iniziato nella seconda metà degli anno 80 a macinare musica. Ma è innegabile che a partire dal 1995 che hanno fatto il botto con un trittico (Episode; Visions; Destiny) che li ha portati in giro per il mondo vendendo un sacco di copie. Europa; Stati uniti; Giappone; Sud America…

Eppure tutto questo non ha eliminato i fantasmi del passato che attanagliano tutt’ora Timo Tolkki.
Nel 96/97 e subito dopo, nessuno ancora ne sapeva nulla. Quando iniziarono i primi problemi dovuti all’alcool all’interno della band (anni 2000 circa) chiunque avrebbe potuto pensare: “Ecco ci risiamo! Un’altro gruppo di ubriaconi!”
E certamente poteva pure essere così. Ma tutti gli altri con il tempo si sono ripresi.
Timo Tolkki no.

Non sono un medico quindi non posso essere sicuro di quello che dico, ma penso che l’iniziare a bere pesantemente durante i tour possa aver influito sul decorso del suo disturbo…
Il mondo del music business, pensai, non ha bisogno di persone sincere. Deve avere i suoi personaggi, meglio posticci, da poter immolare. E tutto in nome dello spettacolo.
O del gossip.

Anche gli Stratovarius e Timo Tolkki hanno vissuto questo periodo. Tra vere o presunte aggressioni da parte di un esagitato fan spagnolo, licenziamenti furenti di membri della band, inserimenti di improbabili cantanti donne (la fantomatica Miss K chi se la ricorda?) nell’organico, e progetti solisti, molti dei quali fallimentari (Saana o anche i Symfonia con il compianto Andrè Matos alla voce) le pagine delle riviste cartacee ed elettroniche erano piene di “rumors” riguardanti gli Stratovarius e Timo Tolkki.

Mi ricordo quel periodo. E ricordo che lo vissi con una punta di delusione e rabbia. Perché la sorte di quella band era una specie di cartina al tornasole del mio stato d’animo dell’epoca. Subivo quella confusione, necessitavo di certezze e non ne trovavo più. Mi sentito triste e pieno di sensi di colpa.
E il mio mondo metal, quello che avevo sempre amato, dopo pochi anni di rinascita dalle proprie ceneri con uscite eccellenti in tutta Europa (Hammerfall; Rhapsody; Grave Digger; Labyrinth; Helloween, Jag Panzer, Elegy ecc. ecc. ) stava di nuovo retrocedendo.

La crisi degli Stratovarius era la “crisi delle crisi” ma al di là dell’aspetto puramente musicale quella di Timo Tolkki era anche la mia crisi!. Ma la sua condizione era peggiore di quella che fu la mia.
Suo padre, uomo violento e dedito all’alcool, si suicidò quando Timo aveva 12 anni. E potete immaginare cosa questo comportò all’interno della famiglia Tolkki e nell’animo del giovane Timo no?!

Mi dicevo che tutto ciò che ha un inizio ha una fine. Anche le cose apparentemente più solide e rocciose si sgretolano con il tempo. Affetti; famiglie e generi musicali. Non avrei mai pensato che in pochi anni tutto sarebbe finito. Certo, gli Stratovarius esistono ancora e, se posso, affermo che sono addirittura migliorati. Il songwriting è molto meno ripetitivo a differenza del periodo Tolkki.

Ma Timo metteva, nella sua musica e nei suoi testi, quell’alone di malinconia e tristezza preziosa che oggi manca nella sua ex band. Ho sempre pensato che cercasse una sorta di redenzione o di rinascita componendo le sue musiche: come se cercasse una risposta o qualcosa del genere.

Le sue “crisi mistiche” erano/sono sicuramente legate a un percorso molto particolare. Un cercare una motivazione valida per poter ancora guardare con fiducia alla vita. Forse anche un modo adolescenziale, nel metodo, per trovare rifugio dalle angherie della propria condizione; comunque una reazione a uno stato di disagio.

Purtroppo Timo Tolkki, dopo anni in cui assumeva regolarmente i farmaci per tenere sotto controllo il suo bipolarismo – e dopo averci dato un taglio con l’alcool – ci è ricascato. E’ di pochi giorni la notizia che avrebbe minacciato, ubriaco, di togliersi la vita. Grazie all’intervento di suo fratello Tero, prima, e della polizia poi si è evitato il peggio.

Ma non si è evitato, sui “sorcial” (è proprio il caso di dirlo) la tempesta di merda che si è abbattuta, sotto forma di commenti irrispettosi, nei confronti di quest’uomo instabile e malato.
Ora: posso anche capire la delusione di tanti verso chi ha messo in stallo per tanto tempo una delle band più in vista nel panorama metal internazionale. Posso anche capire che le molte dichiarazioni del chitarrista fossero tra loro contraddittorie.

Ma che per tanti sia difficile comprendere che molto era frutto dell’influenza deleteria della malattia sul modo di comportarsi di Timo, proprio non lo accetto.
Lo si può accusare che non sempre abbia seguito alla lettera i consigli degli psichiatri, ed è vero. Lo si può accusare d’essere ormai dipendente dall’alcool. Ma la veemenza e l’acida ironia che ho spesso riscontrato nei commenti riferentisi a lui non li comprenderò mai. Perché questa persona, come tanti altri meno famosi ma con le stesse problematiche, sta a modo suo chiedendo aiuto.

Si è vero: ha cinquant’anni ed è ora che si dia una mossa. Vada allora per i consigli che molti (compreso Fredrik Mannberg, il chitarrista dei Nocturnal Rites) hanno dispensato nelle ultime ore. Consigli che temo saranno disertati perché quando non si vede, o non si vuol vedere la luce alla fine del tunnel, oppure quando ancora la tua mente ti suggerisce che nessuno ti cercherà o ti amerà mai, allora tutto pare vano.

Timo Tolkki è una persona che probabilmente versa in precarie condizioni economiche e anche per questo sta perdendo la sua lotta contro una condizione psichiatrica complessa.
I probabili cattivi investimenti degli anni passati, forse il pagamento delle cure mediche e i soldi buttati in progetti mai portati a termine, lo hanno ridotto a chiedere l’elemosina. Perché altrimenti non si spiegherebbero i messaggi di aiuto-economico che negli anni ha lasciato sui social. O il tentativo di proporsi come produttore o come insegnante di chitarra. (Vedi articolo sui Vision Divine)

Sarebbe buona cosa che noi uomini fortunati, perché non vessati da disturbi psichiatrici, provassimo un moto di rispetto e compassione verso chi arranca per rimanere a galla. Quella compassione e quella sensibilità che ho sempre creduto essere prerogativa del mondo metal. Mi ricordo ancora gli auguri per la sua guarigione all’indirizzo di Jon Oliva e i messaggi di affetto verso la famiglia Oliva in occasione della morte di Criss.

Spero ancora di sbagliarmi. Di essere contraddetto perché si: è bello “battagliare” parlando di chi sia più figo tra la band X e la band Y ma se vogliamo veramente provare a “salvare” il metal (per parafrasare Maximus Doomicus) allora dovremmo sforzarci davvero di recuperare anche quei moti di inclusione, socialità reale e umanità che sono boccate di ossigeno in una società sempre più asfittica, deprimente e disumana.

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