Interviste Sdanghere

“Se apro un blog, sparatemi pure!” Intervista Max Stefani di Mucchio!

max stefani

Ero un lettore di Mucchio e ho seguito Max Stefani (mi raccomando, l’accento è sulla e) anche quando ricominciò con Outsider. Era un mio pallino, quello di intervistarlo. Volevo farlo in un contesto più consono al personaggio, vale a dire Classic Rock, ma la mia collaborazione con quella rivista è finita non appena ho proposto alla redazione di fargli qualche domanda.

Mi riconosco nello stile di Max. Con Mucchio faceva rock parlando di attualità e di politica, scandali e magheggi. Aveva le palle e le rompeva agli altri. So che Sdangher è solo una dimessa stalla di cavalli abbandonata al proprio destino, ma l’esempio di Stefani, almeno per me, è da seguire. Se ti sembra di non doverlo scrivere (perché faresti un gran casino) allora scrivilo di corsa. Ecco il nostro motto. E penso alle tante volte in cui Max deve aver sentito dentro una voce profonda (con una vaga somiglianza a quella di Maurizio Costanzo) che gli diceva, “non lo fare, lascia perdere, non ne vale la pena, stai boono”. Ma lui niente, si faceva sotto, andava a pisciare sulle scarpe Ferragamo del papa o magari pestava i piedi all’Arci. E si beccava denunce. In Mucchio degli ultimi anni si percepiva una sorta di deriva, una battaglia tutti contro tuttoi, in cui Max, sempre più sfacciato e provocatorio, invitava il gigantesco pugile della politica e della Chiesa a farlo a pezzi. Dolorosamente epico.

Ma ok, sotto con l’intervista e tagliamo con la cazzo di intro.

1 – Rileggendo il tuo Wild Thing racconti che secondo i tuoi collaboratori (e non li smentisci) i tuoi articoli inchiesta non portavano lettori ma solo guai. Davvero è così?

Wild Thing è un libro che ho in parte rimosso. L’avevo scritto in un momento di rabbia e quindi sostituito da In Rock We Trust, più obiettivo. Comunque non è vero, portavano guai ma anche lettori. Diciamo che li fedelizzavano ancora di più. Certo, le inchieste poi erano accompagnate spesso da denunce per diffamazione. Arci, Papa etc. Erano soldi, avvocati. E ti facevi un sacco di nemici. Era per me anche un modo per differenziarsi dai giornali concorrenti che preferivano, giustamente o meno che fosse, occuparsi solo di recensioni/interviste di musica.  Però creavano anche scompensi nel giornale, tra quelli che erano favorevoli alla mia linea e altri che non erano d’accordo.

Effetto mollica!

2 – Tu dici che certe denunce erano per te come delle medaglie d’onore per il buon lavoro giornalistico svolto. La vedi ancora così?

Medaglie d’oro forse è eccessivo. Però era un modo di fare il giornalista controcorrente, all’opposto dell’etica “Mollica” che purtroppo impera sempre di più nei mass media. Per capirci quella di “parlare bene sempre di tutti”. Così da evitare rogne di qualsiasi tipo. Tipico il caso di Mollica, appunto, su RAI1 e di quasi tutti i quotidiani. E di molti miei ex collaboratoti. Guglielmi in primis. Ma tanti altri purtroppo. Però capisco che andare contro corrente, che poi semplicemente consiste nel dire la verità, non è facile. Ci sono delle ritorsioni che poi sconti sulla tua pelle. Mettiamo che lavori su un quotidiano. Cominci a stroncare qualcuno e dopo un po’ la casa discografica, i management iniziano a non darti più i dischi in anteprima o le interviste etc. Alla fine tu arrivi più tardi rispetto ad un altro quotidiano o male o in ritardo. Il capo pagina ti licenzia. Non gliene frega niente che sei “puro”, a lui interessa coprire la notizia. Non sei in grado di farlo? Avanti un altro. Altro esempio? Adesso lavoro in Rai su Unomattina. Programma che fa 4 milioni di televedenti. Parlo male di Zucchero… poi di Zero… poi di Venditti… alla fine la Sony o la Universal non mi danno più i video da mandare. I miei spazi cominciano a essere deboli e io salto. Non è facile. Però trovo sempre che tu devi pensare a quello che ti legge o che ti vede. Devi essere onesto.

3 – Giancarlo Trombetti ha sempre detto che in Italia si è creduto di fare giornalismo musicale solo limitandosi a giudicare i dischi e – aggiungo io – intervistare la star in tour promozionale e riferire di un concerto visto a gratis. Io credo che il giornalista dovrebbe fare inchieste serie e rischiose sul mondo discografico, tirar fuori verità e segreti dall’ambiente dei musicisti e dei produttori… Ma oggi esiste ancora un mondo discografico su cui indagare?

Trombetti è molto lucido e sono pienamente d’accordo con lui quando sostiene che noi in Italia di rock non ci abbiamo mai capito un cazzo e siamo un paese da terzo mondo. Ok adesso il rock non esiste più ma è un argomento da prendere con le molle su cui spesso provo a tornare. E rifletto sulla difficoltà assoluta che abbiamo avuto noi italiani, che da quaggiù, senza neanche parlare inglese, abbiamo sperato di capire le motivazioni sociali e musicali e di mercato del rock and roll. Lontano da noi quanto la produzione del culatello dagli anglosassoni. Loro non capiranno mai una mazza dei nostri insaccati e di come li otteniamo, tanto quanto noi non abbiamo capito mai un “belino” dei loro percorsi musicali e culturali. Però noi abbiamo la pretesa di aver capito la nascita del movimento hippie, del punk, di Woodstock, della psichedelia, del blues inglese… i loro testi, i loro riferimenti, la loro presa sociale. E scriverci anche dei libri sopra.

4 – Il tuo Mucchio mi è sempre piaciuto perché faceva rock and roll sull’attualità. Era un approccio che personalmente mi ha influenzato molto. Hai mai pensato di aprire un blog e riprendere da lì le tue battaglie?

Sono contento, credo che abbiamo fatto qualcosa di originale. Blog dici, ah? Mi rompe il cazzo la rete. Non quella del letto.  Un giorno ho scritto “se vedete che apro un blog sparatemi”.  Mi sentirei uno sfigato. Ma capisco quelli che lo aprono… per molti è un modo per non sentirsi morti (Guglielmi, Cilìa, Del Papa etc). Per altri, più giovani, un modo per sentirsi vivi. Io adesso che lavoro in Rai ho dovuto per forza ampliare la mia attività su facebook, aprire instagram etc. E facebook mi serve essenzialmente per vendere i miei libri. Però un giorno che non facessi più libri o Rai chiuderei tutto. Forse un facebook limitato a 30 amici. Vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio ma comincio a rompermi delle battaglie… specie quando cominci ad assomigliare a Don Chisciotte contro i mulini a vento…

Scatto di un giornalista italiano alle prese con le sue grandi battaglie!

5 – Se oggi ti dessero i soldi per ripartire con una rivista, tireresti fuori un progetto come quello che meditasti nel 2012? Un magazine che tentasse la carta del confronto. Non più una linea ideologica, niente più polemiche, ma dialogo con i lettori. Credi ancora che sia questa una via fattibile?

Credo che Outsider fosse l’unica possibilità. Altre non ne vedo. Leggiucchio i vari Rumore, Blow Up, Rockerilla, Classic Rock, e mi fanno tristezza. Fuori dal tempo. Un grande impegno per 3000 lettori? Per fare la fame? Non pagare nessuno, rubare le foto… No, grazie. Ma è tutto il circuito che sta collassando. Le edicole stanno morendo. Come li vendi i giornali di carta? Riconosco merito a Paolo Carù di essere stato bravo a far sembrare un catalogo di dischi un vero giornale (Buscadero) traendone un profitto enorme per il negozio di dischi. Chapeau.

6 – A distanza di anni ci sono band rock italiane in cui credevi e su cui oggi sentiresti di ridimensionare il tuo giudizio?

Non ho mai seguito tanto la musica italiana. Anche le parti più rock. Come giornale ho dovuto occuparmene, delegando, perché comunque il tutto si svolgeva in Italia. Abbiamo spinto molte band e alcune di esse hanno avuto molto successo. Ma non mi pento di aver “spinto” Litfiba, Afterhours, Franti, Massimo Volume, Estra, Gang, Almamegretta, La Crus, CSI, Ritmo Tribale, Diaframma, Africa Unite, Baustelle, Casino Royale, Zen Circus, Carmen Consoli, Marlene Kuntz etc, Poi c’è chi ha vivacchiato sul successo e altri che hanno avuto meno.

Lugabue messo alle strette da un noto giornalista “puro” e antisistema!

7 – Mi colpisce molto questo tuo rapporto altalenante con Ligabue. Ricordo che apprezzai molto l’intervista che uscì al tempo di Nome e cognome. Mi sono un po’ depresso quando ho letto i retroscena di quell’incontro su Wild Thing. Invece di un bel confronto senza peli sulla lingua tra voi due (cosa che a tratti comunque mi sembrò) la “star” decise di accettare l’intervista mettendo tutto in sordina. Usò Mucchio per farsi pubblicità in un ambiente che non lo rispettava più molto e rifiutò qualsiasi visione critica. So che Ligabue non amò l’imitazione di Neri Marcoré. Come si fa a incazzarsi per una cosa del genere?

Scopersi che Ligabue dopo il successo del primo disco (cu sui noi non c’entravamo niente) espresse il desiderio di vedermi, in quanto sfegatato lettore del Mucchio. Successe e diventammo “quasi amici”, anche se il rapporto più forte lo ebbe con Stefano Ronzani. Quindi venne naturale spingerlo come giornale e questo successe fino a Buon Compleanno Elvis. Poi avvennero due fatti. La tragica morte di Stefano e la calata di qualità della sua musica. Presto finì anche il nostro rapporto. Inevitabile. Nel giudicare i musicisti devi sempre pensare che non sono persone normali. Quindi non puoi ragionarci come se parlassi a un amico di scuola o con il tabaccaio. Hanno un ego smisurato, più o meno nascosto.  Quando poi fanno soldi è la fine. Diventano dei paranoici che vivono nel terrore di essere abbandonati dal proprio pubblico. È tutto distorto. Si circondano di un codazzo di servi che continuano a dirgli che sono sempre più bravi. E infallibili. È la storia.

8 – Il metal. C’è qualcosa di più distante dal Mucchio? Io però ero un metallaro che acquistava con una certa regolarità la vostra rivista e questo perché magari c’erano interviste a Tiziano Sclavi, Giampiero Mughini, indagini sulle hotline, approfondimenti sul mondo del lavoro. La musica era l’ultimo dei motivi. Non mi trovavo molto con le vostre proposte ma con sorpresa ho scoperto che nemmeno tu eri molto in sintonia, in quegli ultimi anni, con gli artisti che mettevate in copertina. Sai che Sdangher si occupa principalmente di metal (oltre al porno e i cavalli, spesso tentando dei crossover intriganti che ora non ti sto a dire) ma riguardo il metal io so che è un genere che non ti piace molto. Anzi, diciamo pure che ti fa cagare. Ecco, vorrei sapere cosa ne pensi una volta per tutte e se ci sono delle band metallare che hai in qualche modo capito e apprezzato o almeno che rispetti.

No, no non mi fa cacare. Anzi trovo i fans del metal molto più puri di quelli di altri generi musicali. E in maniera simpatica. Ovvio che mi piacciono i gruppi hard-rock come Aerosmith ma sul metal ho avuto un po’ di problemi. Come del resto con l’hard-core californiano. Ma ci sono molti dischi di band che ho apprezzato, dai Metallica agli Iron Maiden e Guns N’Roses. Anche i Kiss. Ma sono metal? Il Metal anni 80 aveva il suo perchè, nelle sue mille sfaccettature. Era adrenalina pura per gli adolescenti, non potevano non amarlo. Era Rock n Roll amplificato e velocizzato all’ennesima potenza. Però certe cose come Malmsteeen non riuscivo a capirle. Le sentivo fredde. Ti dirò che su 4-5 band mi piacerebbe anche farci un libro, non da fans ma da studioso. Fino al… 1996?

9 – Parliamo della tua attività di scrittore e di editore di te stesso. Io ho avuto il piacere di leggere sia i testi più incentrati su te, le riviste e la storia del rock in Italia e li trovo senza dubbio necessari. Alcuni dei libri monografici che hai pubblicato invece penso siano scritti bene ma non ti stanno addosso, Max. Sono innocui. Non ti fanno un po’ dinosauro? Cazzo, tu dovresti spaccare in due il mondo con qualche impresa editoriale esplosiva. Non sarebbe meglio che lasciassi fare queste cose a Gianni Della Cioppa o Bertoncelli?

Uhm… I libri che faccio sono da storico, da studioso. Non hanno l’intenzione di provocare.  Credo anche che siano originali, anche all’estero non esiste questo tipo di approccio. Mi limito a prendere un periodo storico di certi artisti e a tradurre tutto quanto scritto all’epoca su di loro. UK, USA, Francia, Germania. Poi lego ogni cosa. È una sorta di viaggio nel tempo. Credo sia un modo originale di approcciare un musicista. Almeno io vorrei leggere dei libri su artisti che amo, fatti in questo modo. Però ripeto non sono dei saggi. Non sono io che dico cosa penso di un musicista. Anzi, ti dirò che questo lavoro lo lascio ben volentieri ad altri. Ma credo che si troverebbe libri di ben altro spessore fatti all’estero. Perché è roba loro. Un libro sul punk di Guglielmi o di Gilardino fa tutto sommato ridere.

10 – Io scrivevo su Classic Rock. In teoria ci scriverei ancora perché in via ufficiale nessuno mi ha detto levati dai coglioni. Di fatto però non comunico con loro da un pezzo e so che hanno altro da pensare, di questi tempi. Ecco, l’epilogo della collaborazione con questo magazine è legato a te. Ricordo che già una volta, quando tu cercavi spazi e recensioni per il tuo libro sui tre chitarristi Beck, Page, Green e Clapton, uno dei redattori mi disse di non nominarti nemmeno. Io ora vorrei nominare lui ma lasciamo stare. La seconda volta, quando proposi un’intervista e una recensione in occasione dell’uscita del tuo libro su Tom Petty e Steve Nicks, Freefallers, non mi risposero neanche. E da allora non mi hanno più degnato di replica su nulla. Coincidenza?

Non mi stupisco. Quando fai il direttore e anche l’editore di tante riviste musicali finisci per farti amici e nemici. È nella logica. Il libro In Rock We Trust non mi ha aiutato in questo senso. Quando hai avuto troppo potere alle fine viene naturale fartela pagare nel momento in cui lo perdi… che caschi dal piedistallo in questo senso.  Invidie, vendette…. Anzi, ti dirò che quelli che ti odiano di più sono quelli che hai aiutato di più. È un controsenso ma è così. Il fatto di doverti qualcosa, il fatto di dover accettare che senza di te sarebbero delle merde… Non ce la fanno. Guarda come continuano a diffamarmi in rete gente come Cilìa, Guglielmi, Del Papa… e purtroppo la “diffamazione” in Rete non funziona. Con la nostra legge poi.

Che intendi dire?

Che su stampa esiste ma su internet no. Nel senso che puoi denunciare chi vuoi ma finisce lì. Non hanno i mezzi per stare appresso a tutte le denunce. Io ne ho fatte una decina e so passati 7/8 anni senza che niente ancora accada…

Interessante, quindi ogni volta che qualche band o un tipo di un’etichetta mi minaccia di denuncia per diffamazione dovrei mettermi a ridere?

Esatto. Ovviamente se tu scrivi PINCO PALLINO SUCCHIAMI IL CAZZO qualcosa forse succede…

11 – Parlami un po’ di quello che è il seguito ideale di Wild Thing, In Rock We Trust. Un libro su un paese che il rock non l’ha mai avuto nel sangue ma che ha dato i natali a gente come te.

È la versione aggiornata e purgata dai miei fatti privati. Dovrei metterci le mani ogni 3 anni ma per come va il mercato dei libri meglio evitare. Ormai non li compra più nessuno. Peggio che i giornali. Adesso ho visto che la Hoepli ha fatto un libro che sembra esserne una copia. Devo andare a vederlo in libreria. Spero che lo sia almeno gli levo qualche soldino. Comunque io non mi considero niente di che. Ho fatto un lavoro che mi piaceva e ho cercato di farlo nel migliore nei modi possibili. Ben conscio che ho sbagliato paese di nascita. E mi sono divertito un casino. E mi succede anche adesso. Vado i Rai e parlo davanti a 4 milioni di persone con la leggerezza di un incosciente. Devo in questo ringraziare Teresa De Santis, direttore di Rai1, che mi ha ripescato. Una mia vecchia suocera, sorella di un importante politico DC, mi diceva “ricordati che le conoscenze e mantenerle, sono tutto nel nostro lavoro”. Aveva ragione e io non l’ho mai fatto, infatti. Una delle poche che ho saputo mantenere mi è stata utile come vedi.

12 – So che Outsider Magazine chiuse perché l’editore, nel momento in cui potevate iniziare a vedere i frutti di tanto investimento, decise di tirarsi indietro. Per un po’ tentaste un crowfunding, se non sbaglio e poi vi arrendeste. Come valuti quell’esperienza ora?

Oddio sto ancora pagando i debiti. La maggior parte di quei 100mila euro li ha persi lui che poi è anche morto. Però mi sono divertito anche se rimane il rammarico che proprio quando stavamo in pari è saltato tutto. Ho finalmente dato una copertina a Peter Green che non c’ero mai riuscito. Quindi ne è valsa la pena. Stavo rosicchiando piano piano tutte le copie al Buscadero…. E probabilmente tutti i vari Classic Rock avrebbero avuto più problemi… Il crowfunding purtroppo andò male perchè la maggior parte dei lettori di Outsider erano anziani e quella parola proprio non la capivano…

13 – Anni fa venni a sapere che in pratica ti eri sputtanato per via di una macchina acquistata con i soldi pubblici che arrivavano alla rivista. Non dico che sia questa la versione dei fatti, aspetta. Ti riporto cosa si diceva di te (e ancora si dice) in giro per facebook. Io ho letto Wild Thing e ho capito le dinamiche dietro la faccenda. Ne parli senza esitazione e non ti scagioni per quella faccenda. Dici soltanto che a te quel giochino suggeritoti da Daniela Federico non piaceva ma ci stavi pure tu. Come vedi oggi la cosa?

Non successe niente del genere. La legge che favoriva le cooperative editoriali era di fatto… fatta male. D’altra parte era un contentino dato alle cooperative per mascherare il motivo vero di quella legge che era di foraggiare i partiti politici attraverso o falsi giornali politici. Che diceva? Che se facevi una coop di giornalisti lo Stato ti finanziava il 50 PER CENTO delle spese a fondo perso. Questo indipendentemente dal fatto se guadagnavi o ci rimettevi. Pazzesco. La logica era che più spendevi e più prendevi. Solo per questo ci siamo potuti permettere il settimanale che si dimostrò presto un buco senza fondo.  Vero che davamo da mangiare a 30 collaboratori, grafici, segretari, tipografie, service… ma non restava niente. Tutto quello che arrivava, anche nell’ordine di 500mila euro l’anno, Andava in quel buco. Un disastro. Andò molto meglio a quelle cooperative che erano in pari o attive. Lì sì che si misero i soldi da parte, con stipendi da favola (bastava seguire le quote che decideva l’ordine dei giornalisti) e acquisti di uffici non per la società ma per privati. Nel senso che una della coop acquistava un edificio che veniva affittato alla società. Con quell’affitto si pagava il mutuo e dopo qualche anno era di sua proprietà. E si ricominciava di nuovo. Tutto legale. Io come Stemax Coop purtroppo affondavo nei debiti e non ho concluso un cazzo. Ma avrei potuto benissimo fare questo giochetto dal 1996 al 2010. In 14 anni con mutuo alto mi sarei potuto benissimo comprare l’appartamento dove c’era la redazione. Sempre stato un fesso. Anche perchè quando non esisteva la Coop e lavoravo il Mucchio come Ed. Lakota, avrei potuto fare la stessa cosa. Così sono stato in affitto dal 1977 al 1995. Soldi buttati. Mai stato portato con i soldi. La mia socia Stemax però, più scaltra di me, c’è riuscita. Perchè ha comprato e l’ha affittata alla sede amministrativa della società. Finchè poi il giochetto è finito quando ha fatto chiudere il giornale. La macchina non so cosa sia. Acquistata con soldi pubblici? Chi l’ha scritto non sa di cosa parla.

14 – Ti ho fatto tante domande su Wild Thing perché trovo che sia un grandissimo libro e secondo me è stato un colpo di coda maestoso. Lì dentro ci sei tu, nudo come un lombrico. Non le mandi a dire a nessuno e nemmeno a te stesso. Perché hai deciso di scrivere un libro del genere? Era uno sfogo? La tua versione dei fatti? Pensavi che la gente avrebbe speso davvero 45’000 euro per sentirla?

Avevo appena lasciato il Mucchio alla mia socia. Dopo 6 mesi ha smesso di pagarmi un credito che sarebbe dovuto durare 10 anni. Ero un po’ incazzato. Scritto di getto.  Meno male che molti lettori l’hanno comprato. Almeno quello. C’è una mia amica che insiste perché scriva una mio biografia… ma mi viene da ridere.

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