Articoli

Educazione Metallona o di come i giocattoli del passato fossero più adatti a preparare i giovani ad un futuro heavy metal

Sì, decisamente qualcosa è cambiato nel mondo degli infanti, qualcosa di terribile e viscido, fatto di cosette pucciose per forza, di correttezza a tutti i costi, di uguaglianza che sa quasi di spersonalizzazione, di confusione indotta a piacere su determinati argomenti.

Quanto sono cambiati i giocattoli, i cartoni animati, le letture dei più piccoli? Ma voi vi ricordate i giochi anni settanta ed ottanta? Erano anni ruggenti per gli adulti, tutti gasati dai telefilm americani che compravano auto che sembravano Cadillac con motori 1300 che risultavano lente e consumavano come navi da diporto (ma le Ford Taunus, Capri ed Escort degli anni settanta erano effettivamente bellissime, ammettiamolo) guardavano con rispetto gli sbirri buoni di Chips e Baretta in tv e si vestivano come la versione economica di un’Amerriga che aveva ormai dilagato ovunque, ma anche per noi piccoli c’era da godere parecchio.

Erano i tempi dell’avvento del Giappone dei cartoni animati “seri” (Goldrake, Gig Robot D’Acciaio, Gundam, I Guerrieri delle Stelle e tanti altri e, no, non posso elencarli tutti) che invadeva il mercato riproponendo storie che avevano sì il lato umano, ma anche un chiaro concetto di bene e di male, di cosa è giusto e cosa non lo è. Non c’era il lato politically correct. I cattivi venivano accoppati volentieri, eredità del cinema a stelle e strisce del tempo, in cui i cattivi andavano puniti severamente. E basta!

Tutto era diverso, c’erano più soldi che nei decenni precedenti, quelli dopo la ricostruzione delle cose e delle persone annichilite dalla guerra. C’erano sogni, speranze e progetti negli anni della rinascita della nostra Italia che anelava a un futuro migliore (perché ancora aveva il permesso di guardare al futuro, basandosi su certezze come lavoro, casa, famiglia e sul miraggio dello Stato come alleato e non come corrotto carrozzone di gente che vuole solo inventare nuove tasse).

Questo coraggio di sognare, di pretendere giustizia, di non arrendersi “per comodità” come tanto va di moda oggi, si cercava inconsciamente di trasmetterlo anche ai pargoli, attraverso giocattoli spesso educativi, creativi, a volte più violenti di ciò che oggi sarebbe permesso e consentito. Erano anni in cui si giocava per strada, si prendeva e si partiva in bicicletta senza paura e si cadeva per poi rialzarsi. La violenza aveva un diverso valore agli occhi della società, era gravissima se eccessiva, ma due bambini che si scambiano un paio di schiaffi giocando erano normali, un occhio nero ogni tanto persino terapeutico, non eravamo rinchiusi in bolle difensive impenetrabili.

Giocavamo, e i nostri giocattoli erano fighi, aggressivi a volte, slanciati e futuribili. I più giovani non sono convinti? Ve lo dimostro con qualche esempio (anche qui, so che attaccheranno a piovere le critiche di chi vuole vedere il proprio giocattolo preferito e mi accusa di averlo dimenticato: mio l’articolo miei i giocattoli, vi parlo di ciò che ricordo a braccio ed ha stile propedeutico a formare futuri metalloni).

In primis i robottoni. La classica evoluzione dei soldatini del decennio precedente, che avrebbe cambiato il nostro immaginario rivolto al futuro. Perché? Perché i robottoni vincono su tutto, sono forti, fighi, scientifici come solo una macchina fantascientifica può essere e motivati da profonde esigenze morali come i cavalieri medievali o i samurai (delle cui armature antropomorfe hanno ereditato i tratti). Il più buono vince picchiando a gran mazzate il più cattivo, quelli che non si sono schierati e i complici. Perché è un robot, fa quello nella vita, mica è un portalampade. Mena di brutto e mi piace perché è figo e ha i colpi segreti dei robot per menare di più.

Menzione d’onore tra i robottoni la beccano di sicuro i mitici Micronauti, fantascientifici a tratti starwarsiani (oppalà il neologismo è bello e fatto) dai nomi fighissimi. C’era Force Commander, il capo dei buoni, bianco come il latte, dall’aria incazzata del severo ma giusto. C’era il Barone Karza, cattiverrimo, nero come la notte e destinato a prendere mazzate per tutta la vita dai buoni. C’erano quelli più piccoli, chiaramente i gregari, le pedine sacrificabili, buoni fighi e cattivi mostruosi ma affascinanti. Spesso avevano pezzi fluorescenti, parti calamitate intercambiabili (e ti ritrovavi un cattivo con le braccia bianche, chiedendoti cosa mai fosse successo. Forse aveva ucciso il comandante per rubargli le braccia? Bastardo!). in un secondo momento uscirono quelli della seconda generazione, tipo Emperor, tronco dorato e arti e testa neri. Che era buono perché imperatore e quindi degno di fiducia, ma non è che mi convincesse del tutto. E astronavi, basi, cavalli coi lanciamissili, coi razzi per volare ovviamente. Avevano confezioni fighissime, che sembravano uscite da Tron e avevano scritte stilizzate e foto professionali sulle confezioni.

Sempre in ambito robottoni uscì la serie Dianauts, con il robottone-one-one gigante Diaclone, che si apriva per giocare con gli omini dentro di lui, che avevano piedi calamitati per appiccicarsi alle superfici metalliche applicate sapientemente sul corpo del costosissimo giocattolo (dovetti passare alla grande in quarta elementare per averlo, mica robetta!)

Ed il mondo fantasy di Greyskull, con il difensore culturista col caschetto He Man ed il cattivo palestrato pure lui ma con la faccia a teschio, Skeletor? E c’era pure il cartone animato che ti raccontava la storia, mica pizza e fichi! Loro non erano robot ma erano fighi altrettanto!

Mammine pancine inorridite? Questo è niente. Perché? Perché dopo prendiamo le pistole e i fucili e giochiamo al Vietnam. Ma siamo tutti americani? Meglio, tanto i cattivi basta immaginarli! Eh si, per noi il ‘Nam, finito nel 1975 circa, era di grande attualità. Avevamo un senso del giusto un po’ naiv, ma era lo stesso dei telefilm e dei film che ci hanno cresciuti. I vostri figli no? Ma sbaglio o hanno in mano un telefonino o un tablet? No? Bene, allora bravi, lascatevelo dire.

Mammine pancine scandalizzate? Bene, così non fate caso al fatto che i teneri virgulti fanno un giro nel far west, con Winchester di plastica (ne ho visti di schioppi finti che voi umani…) e pistole sei colpi (a tamburo che gira e fa il rumore dello sparo con i petardi piccoli schiacciati dal percussore). Non so se esistano ancora, sono anni che non ne vedo. D’altronde oggi ai bambini di guerra non si parla mica. Bisogna fargli credere che tutti sono buoni, che omologarsi è giusto, difenderli dalla barbarie del mondo. Sempre meno spade di plastica, pistole finte, cose aggressive. Facciamoli giocare intelligentemente, che ci frega se loro si divertono, basta che non si facciano male, vero?

E le macchinine? C’erano. Io ho ancora diverse delle mie Hot Wheels replica di muscle car americane, truccate e potentissime, con parti di motore che debordano dalle carrozzerie? Ah c’è un codice della strada ed una velocità massima? Io ancora non l’ho accettato oggi a quarantasette anni.

Comunque la mia Charger modello Generale Lee, arancione, è di là in una vetrina. E chi la tocca rischia la mano ancora oggi, sia chiaro.

Aggressivi? Fuorilegge? Giocattoli dalla dubbia morale?

No. Erano belli, diversi tra loro e ribelli, esclusivi per ognuno di noi.

Riflettevano il carattere del bambino, gli insegnavano a fare le proprie scelte nel modo che riteneva giusto ed a lottare per ciò che voleva. Ma se uno avesse in mente di far crescere i pargoli in modo meno aggressivo?

Noi avevamo i giochi creativi per quello, i Lego in primis e i vari Mecano e derivati a seguire. Ma non quelli da collezione con le istruzioni, no, i nostri stavano nei secchi ed erano tutti mescolati. Ci facevamo quello che ci piaceva. Di solito robottoni o macchinine, ovviamente. Qualcuno strane case per i robottoni e le macchinine.

E per le bimbe?

Oltre ad una pletora di pentoline, padelline, ferrini da stiro che avrebbero nelle idee dei genitori dovuto appassionarle ai lavori domestici (notoriamente uno sballo fenomenale) le piccole metallare del domani avevano una grande via di fuga: le bambole. Non parlo dei pupazzi di neonati fin troppo realistici del tempo (e chi cazzo se lo scorda cicciobello sbrodolino che vomitava bave o quello che pisciava a litri se lo coricavi, ho ancora gli incubi) ma delle Barbie!

Eh, sì, la Barbie era la vera svolta, l’evoluzione, la donna gnocca e stilosa a cui potevano cambiare gli abiti e lo stile, con il fidanzatino sfigatello Ken (che a dodici anni diventava meno figo del Big Jim del fratello e si beccava le corna, lui e la sua Golf da sfigato, che vuoi mettere quel ragazzaccio americano vestito da marine?). La Barbie era si rosa e sorridente, ma ballava, usciva la sera e si divertiva, lo sanno tutti. Era una fica da paura, altro che storie! C’era Barbie rock star, disco, flashdance…

Sempre per le piccole bimbe che furono, uscì poi una pletora di Minipony dai colori lisergici degna delle copertine dei Gong degli anni settanta, roba che se li guardi troppo sballi come un hippie a Woodstock e non sai più che colore ha il cielo.

E poi bambole con il passaporto, perché la donna moderna deve essere spigliata ed aver voglia di viaggiare e quelle in minigonna e capelli colorati stile disco anni ottanta, che tanto successo ebbero già trent’anni prima delle Bratz.

Erano le eco della rivoluzione sessuale, della liberazione della donna, anche dalle pentoline. Ora le bambine imparavano a sognare qualcosa di più della vita da “donna di casa”, prendevano coscienza del fatto che se Barbie faceva la giornalista o la dottoressa o la veterinaria, forse c’era di più della vita casa, chiesa e figli che la maggior parte delle famiglie avevano pensato per loro.

I nostri giocattoli trasudavano voglia di libertà, rabbia, ricerca di rivalsa e rock’n’roll da tutti gli angoli!

A questo punto eccoci al nodo della questione alla base dell’articolo, cosa c’entra tutto questo con l’evoluzione di molti di noi a metallari adolescenti? Beh, se non lo capite da soli… vuol dire che vi hanno dato i giocattoli sbagliati da piccoli e non avete sviluppato l’immaginazione a sufficienza (sto scherzando, non vi offendete, dai. Oggi è tutto un gioco!).

Ora vi lascio e vado a spolverare la mia Charger arancione.

Somiglia proprio al Generale Lee di Hazard…

Ti potrebbe interessare anche

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.