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Dipendenze – Chi piange quando il male te lo infliggono gli altri?

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E alla fine pure Abbath ha deciso di disintossicarsi. Si dice che una persona deve prima cadere per potersi rialzare. È inutile andargli incontro urlando “devi guarire”, se egli stesso non si capacita del suo stesso male. Io pure ho le mie dipendenze, ma sono sotto controllo (si fa per dire), perché nei momenti in cui capisco di esagerare tiro le redini di me stesso e mi riporto su quella che ritengo la corretta strada. Che poi questa strada è una ancora più contorta è un’altra storia. Come quando mi dico “ho un serio problema con l’alcol, oggi non bevo”, per poi ritrovarmi al bancone del bar alla sesta pinta. L’importante è saperlo.

Dicevamo comunque di Abbath, con ritardo nostro e suo, che dopo la cazzata in Sud America ha deciso di andare in riabilitazione.

Questo è un tema molto caro alle star. Avete visto per esempio l’ultima stagione di Bojack Horseman?

Ve la consiglio, perché lì abbiamo un ottimo punto di vista riguardo questo cancro. Beh, se non è un cancro allora come possiamo definirlo un male che ci logora lentamente giorno dopo giorno, lasciando solo un guscio vuoto che distrugge ogni legame attorno a noi?

A differenza delle persone comuni però le star, come ho spesso discusso col Padre Cavallo e non solo, seguono il percorso degli stupefacenti e non solo per motivi diversi da quelli che ha una persona comune come noi. Non vi considerate comuni? Il vostro conto in banca e il pubblico che vi segue potrebbe dire il contrario.

Prendiamo Stephen King, che per me rappresenta un ottimo esempio di dipendenza. Successo ne ha avuto e ne ha tutt’ora. Quanti autori possono vantarsi di aver visto trasposte al cinema quasi tutte le proprie opere come King? Davvero. Addirittura i remake. Eppure quando ti piglia la stitichezza creativa gli devi dare una bella dose di gutalax. Peccato che questa prenda nomi a volte controversi, molte volte stampati sull’etichetta di una boccetta arancione, o sia stesa come una striscia bianca su uno specchietto. Lo faccio per l’arte. Lo faccio perché non reggo più il successo.

E finisci con la tua famiglia che ti mostra in quali condizioni ti sei ridotto, o morto con la faccia riversa nel tuo stesso vomito. Qualcun altro preferisce la via “facile” assumendo una dose massiccia di ferro per via orale. Qualcuno poi si becca l’HIV e cazzo, lì puoi decidere se uccidere tutto ciò che fotti, come un tromba-mietitore o farti ‘sta benedetta doccia fredda.

Il problema quando si parla di dipendenza è che appunto devi prima cadere, farti male, romperti il mento per l’impatto e poi provare a rialzarti. Molte volte non c’è neanche chi ti tende la mano. Lo abbiamo allontanato? Si è allontanato? Chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma chi piange quando il male te lo infliggono gli altri?

“Abbiamo sempre la possibilità di scegliere” – per me questa frase è molto abusata. È la scusa di chi ti sta vicino ma non vuole prendersi responsabilità, per poi essere in prima fila a piangere quando il letto dell’eterno riposo viene coperto di terra.

Siamo tutti colpevoli e nessuno è innocente.

Ergo la dipendenza ha sempre due finali: o ti salvi o muori. C’è chi sceglie la terza via della malattia, ma questo accade a chi fa sopratutto giochi di ruolo.

E spesso mi accade, anche in vista di gesti estremi come il suicidio, l’idiota del villaggio che urla ridendo “ma perché lo ha fatto? C’è sempre una soluzione! La dipendenza si supera sempre, vedi me!”.

La dipendenza è un cancro tra le cui morse molti passano. E se tu credi che chi ne soffre in realtà non sta male ma è solo debole, forse hai ragione. Ma anche tu soffri di un’altra dipendenza chiamata egocentrismo. E quando sarà il tuo turno di cadere chiediti: farà male? E chi mi tenderà la mano?

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