Articoli

Metal Pop Media – Cosa hanno in comune gli Mgla, True Detective e Dark Souls?

true detective

Sempre più spesso leggo di gente che si lamenta di come il metal stia attraversando una specie di crisi di mezza età, che sta morendo, che non è più come una volta, e così via. In parte è vero, ma forse il problema non sta nel metal come cultura, quanto piuttosto nell’industria musicale, questione altra rispetto a ciò di cui voglio parlarvi. Perché allo stato attuale il metal, culturalmente parlando, se la sta cavando alla grande, e – Surprise! Surprise! – è anche estremamente popolare. Come sempre. No, non mi riferisco al film sui Motley Crue, alle Baby Metal, o alle magliette dei Metallica da H&M: in tutte quelle cose, il metal non esiste, se non come pretesto per qualcos’altro.

Quello che mi interessa maggiormente è un certo tipo di sensibilità, che decenni di musica pesante hanno sempre voluto trasmettere al proprio pubblico, fatto di tematiche oscure o estreme, storie di portata cosmica, segreti innominabili e la costante consapevolezza dell’inutilità del genere umano di fronte al creato.

Ecco, la cultura popolare ha da sempre assimilato quel tipo di sensibilità, ma per uno strano scherzo del destino ha raggiunto anche (e soprattutto!) chi ha sempre voluto stare alla larga dalla fornace dove si manifesta in modo più efficace (la musica metal), molto probabilmente per i decibel o per la scarsa accessibilità. Così, per paradosso, può anche accadere che alcuni dischi (che ne so, uno dei Dragonforce o dei Sonata Arctica) risultino molto, ma molto meno metal di un videogioco di Hidetaka Miyazaki qualunque.

“At least have some dignity”.

Recentemente ho provato la totalizzante esperienza di ascoltare per intero un disco dei Mgla seguendo attentamente i testi. Ve lo consiglio: giunti alla fine, sarete molto tristi, ma allo stesso tempo sollevati, come quelle volte in cui vi sembra di aver capito ogni cosa (per poi prendervi un missile da dietro chiamato realtà).

Per tutto il tempo, con uno spiccato lirismo poetico, la band non fa altro che evidenziare l’inutilità dell’esistenza e l’assenza totale di scopo in ogni cosa, rimarcando la necessità di esserne consapevoli. A parte constatare ancora una volta la superficialità di chi dice che il black metal sia solo Satana, scarabocchi esoterici e zoticoni incapaci di suonare (evidentemente avete ascoltato quello sbagliato), mi sono ricordato che quel tipo di atteggiamento alla vita e all’esistenza è lo stesso che avevo già trovato da un’altra parte, precisamente in La Cospirazione Contro La Razza Umana di Thomas Ligotti, un interessante polpettone filosofico che mischia Zappfe, Nietzsche e Schopenhauer, per giungere alla desolante conclusione di anti-natalismo: visto che l’essere umano è completamente sbagliato nel freddo equilibrio meccanicista della Natura, allora è meglio non essere mai nati. Dite quello che volete, ma per me il legame con i Mgla è netto e chiaro.

“It’s time isn’t it? The black stars.The black stars rise. I know what happens next. I’ve seen you in my dreams.”

Uno che si è preso Ligotti e lo ha messo in bocca ai suoi personaggi senza troppo pudore è stato Nic Pizzolato, sceneggiatore della fortunatissima prima stagione di True Detective. È una crime-story abbastanza classica che probabilmente conoscerete tutti, girata e scritta con un certo stile, ma tutto sommato molto lineare (e anche un po’ furba).

Quello che interessa sicuramente a un metallaro, però, è tutto il contorno. Parte da alcuni omicidi avvenuti in una piccola comunità rurale e poi si apre a implicazioni di portata cosmica (nella più convenzionale parabola Lovecraftiana), anche se solo menzionate e mai manifeste; tira in ballo Robert W. Chambers (mai stato così popolare come in questi anni) per affrescare tutte queste suggestioni, e calca la mano con Nietzsche e Ligotti attraverso i monologhi di uno dei protagonisti.

Probabilmente il risultato è un frullato senza un chiaro nesso logico, ma sinceramente fatico a trovare in epoche recenti qualcosa di televisivo capace di raccolgiere tutte insieme un numero così vasto di temi e suggestioni così affini al metal (no, Stranger Things non lo tengo nemmeno in considerazione e The Expanse… ecco probabilmene quello sì). La cosa un po’ triste è che la OST è a opera di The Handsome Family, non dei Dead Congregation. E nemmeno, al limite, di King Dude.

Presenza della Luna.

E visto che parliamo di merdine in mezzo all’incommensurabilità, è bene che vi spieghi chi è questo benedetto Hydetaka Miyazaki: è un art director e game designer e, per quel che mi riguarda, i suoi giochi sono probabilmente tra le più fulgide rappresentazioni del metal in ambiti extra musicali. Che sia con Dark Souls o Bloodborne o con il più recente Sekiro, nelle sue opere l’alter-ego del giocatore è quasi sempre un insignificante signor nessuno sulle cui spalle grava una responsabilità enorme.

Egli è fragile, solitario, e si muove in mondi in procinto di collassare, scoprendo tutta le storie segrete delle terre in cui vaga senza che nessuno gli racconti una mazza. Il gameplay è una rivisitazione moderna dei classici hack’n’slash con elementi ruolistici degli anni 90, in cui però è facilissimo morire, più e più volte.

E la consapevolezza costante della morte diventa molla per migliorare se stessi e calibrare attentamente ogni tua azione, pena la morte e ricominciare da capo. Se Dark Souls mi ha sempre evocato quel tipo di heroic fantasy arcaico che avevo trovato in Warlord e Manilla Road (oltre che ovviamente in Michael Moorcock), Bloodborne è di sicuro la sua opera chiaramente più vicina al metal estremo. Non solo ci trovi lo stesso tipo di Inferno dei suoi predecessori, ma anche un setting ottocentesco in stile vittoriano (anche se Yarnham è palesemente una Praga maledetta), creature che sembrano uscite da decine di copertine death metal, un senso generale di follia crescente (anche qui, Lovecraft a go-go) e un folklore denso di storie talvolta tragiche e altre volte pregne di una malvagità inenarrabile. Una delle più belle aree del gioco (il villaggio dei pescatori) potrebbe essere la versione videoludica di un disco a caso dei Sulphur Aeon.

Metal media pop.

E quindi mi sorge spontanea una domanda: perchè Bloodborne vende milioni di copie e i Blood Incantation no? Che sia solo un problema di veicolo espressivo? Sinceramente non saprei. Per adesso mi consolo al fatto che un certo tipo di humus culturale che da sempre ha alimentato la musica che ho sempre amato oggi arriva (forse più che in passato) anche laddove il metal non esiste. Succedeva anche negli anni 80, per carità (prendi i film di Cronenberg, per esempio), ma erano anche i tempi in cui i Metallica suonavano di fronte a folle oceaniche e potevano permettersi di scrivere una canzone strumentale di nove minuti dedicata a Cthulhu. Ed è così che anche io finisco nella trappola della dietrologia fine a se stessa…

Ti potrebbe interessare anche

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.