Interviste Sdanghere

Scrittori di heavy metal – Intervista al misterioso Dwight Fry!

dwight fry

Dwight Fry? Ma chi era costui? Anzi, chi è. Non stiamo parlando di un vecchio attore reso immortale più da Alice Cooper che Tod Browning, ma di uno scrittore di heavy metal che pubblica libri a proprie spese e sta avendo, in termini underground, un buon successo. Oggi non è cosa da poco. Ve lo dice uno che ha fatto uscire con degli editori i suoi libri e ha raccolto risultati simili, senza spendere ma neanche guadagnare nulla. 1 – Allora, cominciamo dal nome. Hai deciso di usarne uno diverso dal tuo: Dwight Fry. Il rimando al brano di Alice Cooper è ovviamente scontato, ma forse tu volevi citare l’attore del Dracula del ‘31 di Browning, quello che interpretava Renfield…

No, quello era Dwight Frye, con la “e” finale, ma apprezzo l’accostamento. Io volevo proprio citare The Ballad Of Dwight Fry di Alice Cooper, che è il mio artista hard & heavy preferito. Adoro quella canzone, è così melodica e malata…

2 – Mi domando come mai, in tempi di profili facebook e totale arrendevolezza all’esposizione narcisa (arginata in modo ridicolo e al più fastidioso da mille password e autorizzazioni sulla privacy) tu abbia deciso una cosa del genere, nasconderti…

Non è che mi nascondo: rimango in secondo piano. La gente con la quale ho a che fare io è interessata ai musicisti, agli album e ai fatti che racconto, d’altro canto stiamo parlando dell’heavy metal, una delle due o tre ragioni per le quali valga la pena alzarsi la mattina. Della mia brutta faccia o della marca di shampoo che uso, giustamente, non importa a nessuno.
Più che altro bisognerebbe chiedere agli altri, ai narcisi, su quali basi ritengano di essere così interessanti, e agli occhi di quale tipologia umana. Ma al riguardo i Tankard di Arena Of The True Lies hanno già spiegato tutto.

3 – Hai lavorato nell’editoria e grazie a questa esperienza hai imparato come si confezionano i libri, quanto spendere per pubblicarli, come promuoverli e tutto il resto. Hai poi messo ogni tua sapienza al servizio del metal tradizionale. Non hai pensato ad altre imprese letterarie a parte questa?

In realtà arrivo dalla narrativa. I volumi della serie Heavy metal – La storia mai raccontata costituiscono la mia prima incursione nella saggistica musicale. Questo settore possiede una nicchia di lettori appassionati e intelligenti, mi ci trovo benissimo.

4 – Tu dici che il metal classico sta bene e nell’introduzione al tuo primo volume fai delle obiezioni molto interessanti riguardo il modo che storicamente si persegue per raccontare la storia del metal. Poi però dici che non vuoi tu riscrivere la storia… ma metterne in luce gli aspetti meno noti, relegati nell’ombra da logiche che non condividi, ovvero l’innovazione che darebbe ingiustamente il diritto a qualcosa di prendere il posto di ciò che c’era prima.

Non esattamente. Il “nuovo” deve sempre avere possibilità di approdo, ci mancherebbe. E mi riferisco pure a chi propone sonorità antiche con la giusta dose di personalità.
Quello che dico io è: ciò che viene dopo non può sovrascrivere quel che c’era prima. È un concetto differente.

5 – Che ne pensi di Classix Metal? Non credi lo stiano già facendo loro, in abbondanza, questo lavoro di recupero e riequilibrio del passato?

Beh, è come se io ti dicessi che non vale la pena scrivere un libro su Suspiria solo perché Nocturno ne ha già parlato in abbondanza…
Prima di Classix Metal, rivista nata nel 2009, c’erano Carminati e il suo Hard Works su Flash. Ventriglia curava Anticus & Curius su Metal Hammer. Fin dalla loro fondazione, quindi ben prima del 2009, quasi tutti i siti metal forniscono (gratis) recensioni di album classici, approfondimenti e speciali relativi a vecchi gruppi, su True Metal rispolverano addirittura le interviste e le recensioni originali di Beppe Riva
C’è sempre qualcuno che fa le cose prima di te o nello stesso momento, ma a contare è soprattutto il modo in cui le fai.
Quanto a Classix Metal, ho iniziato a comprarla dal sesto numero. Grande rivista. Ci lavora un sacco di gente che stimo e mi hanno spillato un bel po’ di soldi, negli anni, però loro si occupano anche di AOR, thrash, glam e metal estremo. Io invece mi concentro solo sull’heavy classico, declinato nelle sue splendide correnti (epic metal, US power, speed, tarda NWOBHM, eccetera).
Abbiamo approcci diversi, agiamo in ambiti diversi (e non concorrenziali), probabilmente abbiamo gli stessi obiettivi. È una bella cosa. Più gente parla di rock duro e meglio è, qui in Italia; abbiamo perso per strada un sacco di “seguaci” e bisogna recuperare terreno nei confronti di altri generi, specie tra i più giovani.

6 – Cosa ne pensi dei libri pubblicati dalla Tsunami, Arcana, Crac? Ne hai apprezzato qualcuno? Citami qualche titolo che ti ha convinto…

Ne penso tutto il bene possibile. So che oggi va di moda prendersi a scatarrate in faccia e in questa specialità, in Italia, siamo campioni del mondo da quarant’anni, ma io non ce la faccio proprio. Datemi un pezzo di carta che parli di rock o metal e avrete fatto di me un uomo felice. Questo non implica che apprezzi di tutto, per esempio The Dark Stuff non mi è piaciuto, ma l’Arcana ha pubblicato una delle autobiografie che più amo, quella di Frank Zappa (con Peter Occhiogrosso), e quindi capirai: il giudizio varia di libro in libro. Della Tsunami ho consumato Parola di Lemmy e la biografia di Alice Cooper. Della Crac ho letto un libro sul punk ma poche settimane fa ho puntato un libro sul cinema (sono un cultore dell’horror) del grande Antonio Tentori.

7 – Parliamo di riviste metal. Pensi che sia possibile, magari seguendo la tua ricetta, provare un nuovo tipo di fanzine più raffinato e da collezione?

Non credi lo stiano già facendo quelli di Classix Metal?

8 – Classix Metal si tiene a galla a malapena in un mercato difficile e sempre più ostile. Te ne parlo sapendo ciò che dico visto che collaboravo con loro. Io mi riferivo al criterio delle vecchie Fanzine perché credo che ormai sia più quello il futuro: il privato con abbonati e non più l’edicola, settore esso stesso in profonda crisi. E quindi ipotizzavo una resa e una rinascita nel mercato giornalistico metal ancora più indipendente e correlato proporzionalmente al suo effettivo pubblico. Come la strada che stai battendo tu, in cui si producono copie anche in base alla richiesta preventiva. Comunque, andiamo avanti con le domande. Che ne pensi di scrittori metal italiani come Luca Signorelli, Maurizio De Paola, Eduardo Vitolo… c’è qualcuno che ti piace e di cui rispetti il lavoro?

Il rispetto va a tutti, di base. Poi naturalmente c’è chi scrive meglio, chi sa tirare fuori un punto di vista inedito e chi ha un approccio maggiormente compilativo, ma di base ho grande rispetto per chi si piazza davanti a un computer e inizia a parlare di metal. Credo molto nel concetto di competenza, sia tecnica che culturale, per questo evito di frequentare luoghi virtuali affollati, quelli in cui l’ultimo arrivato (quasi sempre over 30) crede di avere la stessa autorevolezza di un Beppe Riva, senza neppure saper mettere in fila quattro parole in un buon italiano. Purtroppo molta gente, nella locuzione “scrivere di musica”, individua solo la parola “musica”, ed è ovvio: tutti sappiamo infilare un CD nel lettore, o aprire l’applicazione di Spotify. Tutti sappiamo emozionarci per un assolo di Criss Oliva o un acuto di Tate. Peccato che poi occorra organizzare un duro lavoro di scrittura, mettere nero su bianco le sensazioni, ricostruire storie e formazioni, inquadrare, circoscrivere, contestualizzare. Lì si vede la differenza tra un Riva e un Pinco Pallino.
Quanto ai nomi che citi, di Vitolo non ho nulla, di Signorelli ho i noti volumetti della Giunti, di De Paola ho Smoke On The Water. Sono cresciuto con le riviste. Leggevo Psycho, Hard, Metal Shock, Flash, Metal Hammer, Rock Hard, qualche volta Rockerilla e perfino Rockstar. Non ti nego che quando sono stato contattato dal Grazioli per via di questi miei libri, un po’ mi sono emozionato. Sembra ieri che ridevo leggendo le sue stroncature dei dischi della Relapse, e all’improvviso mi ritrovo a parlarci via mail.

9 – E tra gli stranieri, chi ti piace degli scrittori specializzati nei libri sul metal e l’hard rock?

Apprezzo l’arguzia di O’Neill e la conoscenza enciclopedica di Macmillan in materia di NWOBHM, però non sono un esperto dei libri che arrivano dall’estero, tanto più che ormai ne stanno uscendo parecchi di autori italiani e preferisco scoprire quelli. Ogni tanto leggo le autobiografie, quella di Lemmy e quella di John Lydon, per esempio… quella di Marky Ramone è molto divertente… leggo di tutto e quindi i libri di carattere musicale rappresentano una piccola parte delle mie passioni. Intendo dire che spesso devo metterli da parte per leggere altro.

10 – Prediligi la carta, ti nascondi dietro un nome d’arte e scrivi di metal classico nelle stagioni reputate “minori”. Eppure parli con grande cognizione del metallo vissuto sui social, in internet… sei in qualche modo partecipe e attivo in questi contesti moderni o li scruti con un binocolo dalla tua fortezza borchiata?

Interagisco con parecchia gente, frequento forum, seguo regolarmente una mezza dozzina di siti. I social non mi piacciono e coi lettori dialogo più che altro via mail.
Poi ci sono volte in cui stacco dal web per una settimana e tanti saluti. Zero contatti.
Non scrivo per nessuna testata, ho solo buttato giù qualche articolo per gli amici di True Metal. Ora come ora non ho il tempo per star dietro a certe cose, io poi sono uno che s’impegna qualunque cosa faccia e capirai, un banale articolo mi porta via delle ore.

11 – Difficile capire quanti anni tu possa avere. Eppure io sento che non sei tanto vecchio. Parli di metal classico ma secondo me non vieni dagli anni cosiddetti “classici” e probabilmente è proprio questo che ti rende così sensibile alle stagioni meno seguite e rispettate del metallo tradizionale. Inoltre la scelta dello pseudonimo e la totale mancanza di notizie biografiche certe, ti rendono quasi un personaggio da nutrire di fantasia. Sei misterioso e affascini. Ti si immagina circondato dai vinili di ogni singolo album di cui scrivi, ma potresti essere uno che quei lavori lì, semi-sconosciuti, li ha sentiti su You Tube e magari possiede 4 hardisk esterni pieni zeppi di file mp3 pieni di metal classico… Quale sarà la verità?

Una via di mezzo. A fine anni 80 ho scoperto il rock, il metal è venuto poco dopo. I Queen, in tal senso, rappresentano il ponte fra questi due mondi, periodi, decenni. Fin dall’inizio ho avuto l’inclinazione a cercare la musica che, per limiti anagrafici, non ho potuto ascoltare “in diretta”, e a tenermi aggiornato sulla contemporaneità attraverso libri, riviste, VHS, lunghe chiacchierate con gente più esperta, tape trading e vinili, poi CD. Possedevo centinaia di musicassette duplicate e non, poco alla volta sostituite (non tutte, i gusti e gli interessi cambiano) dagli album originali. E talvolta per ascoltare musica nuova ero costretto a vendere quella vecchia, ancora oggi mi mangio le mani per aver dato via certi album ma che vuoi farci, internet non c’era e i soldi nemmeno, per cui qualche volta sacrificavo quelli che non mi avevano convinto.
Però non sono mai diventato un collezionista in senso stretto, solo uno strambo conoscitore di gruppi minori. Non esclusivamente metal, si sarà capito.
Oggi ascolto musica in tutti i modi, mi tengo a distanza solo dai vinili perché so che mi manderebbero sul lastrico. I CD sono meno affascinanti ma costano poco. Adoro le possibilità garantite da internet e ne faccio buon uso. Ascolto musica mediante Spotify, Bandcamp, YouTube, ma solo a fini esplorativi. Quello che mi appassiona, ed è tanta roba, poi finisce su uno scaffale in formato fisico.

12 – Tu fai tutto da solo. Non credi nell’editing o non te lo puoi semplicemente permettere e ti arrangi?

Ho fatto l’editor (scuola Max Perkins) per parecchi anni, qualcuno mi reclama ancora oggi per cui ogni tanto torno al mio antico mestiere. Credo che l’editing sia la cosa migliore che possa capitare a uno scrittore intenzionato a pubblicare con una casa editrice. Nel mio caso sapevo fin dall’inizio che tutto il progetto sarebbe stato portato avanti in autonomia. Sono io che pago le stampe, per cui mi riservo la libertà di impostare i libri nel modo che giudico migliore, forte anche di una consistente esperienza sulle spalle.

13 – Che ne pensi del gossip che sta intasando le webzine metal?

Che c’era già ai tempi delle riviste. Hard veniva etichettato come il “Cioè dei metallari”. Quando Flash iniziò a pubblicare ridicole interviste in cui il giornalista di turno si faceva i cazzi privati dei musicisti, mollai la rivista. Quel gossip non era gratuito.
Il gossip non mi interessa neppure oggi e sono abbastanza vecchio per non cascare nel tranello del clickbait. Reperisco le news in quei siti che hanno mantenuto un approccio professionale alle notizie, tipo Metallized o Metallus.
Ognuno pubblica ciò che vuole, ognuno legge quello che vuole. È un mondo libero. Viviamo in una società nella quale c’è gente interessata a ciò che ha mangiato un carpentiere di Bergamo conosciuto su facebook, figuriamoci se non le interessa che fine ha fatto la vecchia Panda di Varg. Un tempo gli uomini spiavano le riviste per donnette accompagnando le mogli dal parrucchiere, oggi possono farlo senza essere visti da nessuno, basta accendere il cellulare. Solo che noi non abbiamo Pamela Prati bensì Nergal.
In estrema sintesi, per me l’importante è starne fuori. Non contribuire. Gli altri facciano che vogliono.

14 – Credi esista ancora una musica “generazionale”? Oppure ormai, con internet che ci offre tutto lo scibile musicale, magari è ormai impossibile e abbiamo adolescenti che crescono ascoltando i Manilla Road sul cellulare e adulti che affrontano un duro periodo di disoccupazione alle soglie del tilt economico definitivo, sparandosi il vinile nuovo dei Blood Incantation e pregando in una rinascita definitiva del death metal?

Adolescenti che crescono ascoltando i Manilla Road? Magari! I ragazzi, com’è giusto, desiderano soprattutto musica suonata da gruppi nuovi, quand’anche si tratti di musica “rimasticata”. E gli adulti, pure quelli che si tengono aggiornati, prima o poi cercano rifugio tra vecchi CD e vecchi vinili. Poi sta alla sensibilità di ognuno cercare un equilibrio, portare rispetto ai grandi del passato nel primo caso, alle nuove leve nel secondo.
Non credo cambierà molto in futuro, il fatto che la rete offra un quantitativo industriale di musica più o meno gratuita non allunga le 24 ore che abbiamo a disposizione per ascoltarla.

15 – Parliamo di recensioni. Sono le cose meno lette su internet eppure se ne fanno ancora. Tu stesso le hai scelte per strutturare i tuoi libri. Secondo te oggi c’è ancora tanto bisogno di scriverne più che di leggerne?

Oddio, non credo di scrivere recensioni. Le recensioni sono più complicate da buttar giù. Più che altro offro descrizioni, giudizi sintetici e parti di raccordo volte a inquadrare il contesto in cui sono usciti determinati album. La difficoltà principale che incontro sta nel reperire e organizzare le informazioni. In casi del genere, sai, è facile che il lettore avverta la sensazione di essere investito, schiacciato dall’insieme di date e nomi, per cui il mio primo compito è quello di imprimere un senso ordinato, fluido, alla narrazione.
Tornando alle recensioni: io mi diverto sempre a leggerle e non faccio mistero di consultarle anche in fase d’acquisto. Noto tra l’altro che iniziano a prendere piede quelle più brevi, molto adatte al web (apprezzo quelle di Sandro Buti, per esempio) e poco alla carta stampata. Leggere una recensione è importante perché ottieni le informazioni di base e poi perché puoi confrontarti indirettamente con le opinioni di un’altra persona, che magari ne sa più di te.

16 – Le recensioni che hai ricevuto mi hanno sorpreso. Tutti parlano bene di Dwight Fry. Come vivi questo riscontro?

Tra i recensori ho constatato perlopiù serietà, gentilezza e rispetto. Il fatto che quasi tutti appartengano alla vecchia guardia dice davvero molte, molte cose.
C’è pure chi mi ha liquidato con freddezza ma onestamente il mio primo obiettivo è tributare l’heavy metal, poi incuriosire e spingere i lettori ad andarsi a cercare quel gruppo o quell’album: oggi tutto è più semplice a livello di fruizione, sarebbe una follia non approfittarne.
Io sento il dovere di parlare di heavy metal, sono l’amico entusiasta che ti prende per un braccio e ti dice “stai fermo qua che devo farti sentire ‘sto gruppo peruviano, mi ringrazierai”. Non metto l’ego davanti agli obiettivi e spero che alla fine, da ciò che scrivo, emerga la sensazione che dietro ci sia uno di quegli individui che si emozionano come bambini per aver scoperto un album di trent’anni prima, e vogliono farlo sapere a tutti perché questo è l’heavy metal nella sua forma più bella e pura: una passione rumorosa, adolescenziale anche quando l’adolescenza è finita da un pezzo (anzi, soprattutto quando è finita da un pezzo) perché quell’impeto non può restarti dentro, confinato. Deve venir fuori, deve tradursi in ascolti, acquisti, confronti.
Mi dispiace se qualcuno non ha mai provato le sensazioni che sto descrivendo, probabilmente non ascolta metal o non è più tagliato per il metal, così come io non ascolto e non sono tagliato per generi tipo la trap.
Immagino che questi discorsi possano apparire anacronistici. Oggi è più “in” sostenere che l’heavy metal sia solo musica e per di più come tutte le altre, io credo invece che siano certe persone a essere, o a diventare, come tutte le altre.
C’è chi avverte determinate vibrazioni e chi no, ed è questo a fare tutta la differenza.

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