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Quando il thrash metal è imploso!

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Domanda. Cos’hanno in comune Force Of Habit degli Exodus, I Hear Black degli Overkill, The Ritual dei Testament, Countdown To Extinction dei Megadeth, Sound Of White Noise degli Anthrax e Renewal dei Kreator?

Tutti dischi usciti fra il 1992 e il 1993 e che hanno rappresentato, per ognuna delle band citate, il momento che ogni fan fedele aspetta con assoluto terrore: l’album del cambiamento o della “svolta”. Vale a dire il disco in cui il tuo gruppo preferito cambia sound e/o praticamente rinnega tutto ciò che ha fatto fino a quel punto.

Ci è passata la maggior parte dei gruppi rock e metal (ma non solo) più longevi. Sono ben pochi gli esempi di coerenza indefessa e integerrima, artisti che non hanno mai ceduto alla tentazione di sperimentare ma si sono sempre “limitati” al proprio stile classico.

Gente come AC/DC e Motorhead sono comunque mosche bianche, tanto prima o poi il “disco della discordia” arriva sempre e da chiunque. Giusto per citarne alcuni e di generi sparsi, vogliamo ricordare Turbo dei Judas Priest? Hot Space dei Queen? Chameleon degli Helloween? Under Wraps dei Jethro Tull?

E potrei andare avanti all’infinito. È normale. Quando hai una carriera pluridecennale è fisiologico averne abbastanza di suonare sempre lo stesso tipo di musica e voler provare qualcos’altro. C’è poi chi trova un’inaspettata nuova ispirazione e prosegue su quella strada e chi invece capisce che il gioco non vale la candela e torna subito a fare quello che faceva prima (e meglio).

Ma torniamo a quegli esempi fatti in apertura: l’aspetto interessante di quegli album non è solo che arrivino tutti da nomi notissimi del thrash metal ma anche e soprattutto che siano usciti praticamente in contemporanea.

Cos’è successo nei primissimi anni 90 di tanto importante da indurre quasi tutti i gruppi thrash a cambiare (a volte radicalmente) il proprio stile? Che cosa ha indotto quelle band, che fino al giorno prima suonavano con una grinta da far tremare i muri, a virare sul groove, l’atmosfera, gli esperimenti e perfino qualche ballad?

Forse niente di particolare. Oppure un indiziato c’è e risponde al nome di Metallica, a.k.a. il “Black Album”, a.k.a. il quinto album senza titolo del celeberrimo quartetto di San Francisco.

È innegabile che l’impatto del “Black Album” sia stato notevole e non solo in termini esclusivamente economici: pur avendo perso una miriade di fans della prima ora, i Metallica guadagnarono una quantità incalcolabile di nuovi sostenitori, portando la fama della band a esplodere a livello planetario.

Però fateci caso: il “Black Album” è il quinto disco dei Metallica, giunto una decina di anni dopo la fondazione del gruppo. Tutti gli altri dischi citati all’inizio sono il quinto o il sesto di formazioni che avevano esordito una decina di anni prima. Inizia a intravedersi un denominatore comune, vero?

Caratteristiche del thrash sono sempre state velocità, chitarre aggressive, voci al vetriolo, testi arrabbiati e tanta, tanta intensità. Durante la prima metà degli anni 80 sono nati numerosi gruppi, oggi più o meno noti, che hanno esordito con energia ed entusiasmo su etichette indipendenti e diventate poi leggendarie (Metal Blade, Roadrunner, Megaforce, Combat e via dicendo).

Era un genere che tirava, evidentemente non solo a livello di sound.
Inevitabilmente, come con tutti i generi di successo, dopo qualche anno ci si è ritrovati con una scena inflazionata e poche vere idee. È verosimile che molti musicisti abbiano accarezzato l’idea di ampliare i propri orizzonti, specie dopo un tot di anni passati a spaccare tutto e tutti e non essendo ormai più ventenni.

Nella discografia di una band partita giovanissima, di solito si ha un primo album estremamente grezzo, un secondo che aggiusta il tiro, un terzo che centra la formula vincente, un quarto che prosegue sulla medesima strada e un quinto che cambia le carte in tavola perché magari la band stessa è cotta e avrebbe voglia di variare. Se ci pensiamo un attimo, potrei aver descritto i primi cinque dischi degli stessi Metallica ma anche, album più album meno, di Anthrax, Overkill, Megadeth, Exodus…

C’è un gruppo che volutamente non ho ancora nominato: gli Slayer. Oltre a essere di fatto fra i creatori del thrash come lo intendiamo, sono stati anche fra i pochissimi ad aver capito prima degli altri quando era il momento di cambiare.

Nel 1986 gli Slayer hanno pubblicato il disco thrash definitivo, quel Reign In Blood che guarda caso era anche il terzo album in poco più di tre anni. In mezz’ora scarsa di durata si trovava quello che si può definire il manuale del thrash metal: veloce, compatto, cattivo e tecnico.

La mossa vincente degli Slayer fu quella di capire di aver raggiunto un limite che non si poteva superare. Per loro stessa ammissione non sarebbero mai riusciti a proseguire sulla scia di Reign In Blood senza deludere.

Quindi l’unica soluzione sarebbe stata quella che non si aspettava nessuno: rallentare.

Solo che South Of Heaven (1988) non rinnegava affatto lo stile degli Slayer ma lo presentava sotto una luce leggermente diversa, quel tanto che bastava a mantenerlo riconoscibile e di livello. Nel 1990, Seasons In The Abyss avrebbe poi messo insieme il meglio di South Of Heaven e di Reign In Blood, risultando un disco di thrash autentico e convincente.

Come gli Slayer, anche gli altri gruppi di punta avevano raggiunto un limite ma lo avevano fatto dopo più tempo: And Justice For All e Rust In Peace sono di gran lunga gli album più tecnici di Metallica e Megadeth. In altri casi, vedi State Of Euphoria degli Anthrax, Impact Is Imminent degli Exodus, Souls Of Black dei Testament e Horrorscope degli Overkill, le band in questione avevano invece fatto il “compitino”, pubblicando lavori solidi ma troppo simili ai precedenti e spesso inferiori a essi.

Ecco quindi che molti di quei gruppi hanno iniziato probabilmente a perdere l’entusiasmo degli esordi, magari ad avere tensioni interne e magari sì, anche a considerare che i loro colleghi che avevano ammorbidito il proprio sound stavano facendo il botto mondiale con canzoni più semplici come Enter Sandman.

Da qui a comporre lavori di rottura col passato, la strada è breve.

Quasi tutti quei gruppi avevano iniziato praticamente insieme e sempre praticamente insieme, sono arrivati ad un crocevia.

Un genere inflazionato, una decade vissuta sempre di corsa e l’età più “adulta” dei musicisti hanno fatto il resto.
Da lì c’è stato il crollo definitivo: chi si è sciolto, chi ha continuato senza convincere troppo, chi ha cambiato 3/5 della band e infine chi, (Overkill per esempio) ha fatto subito dietro-front per tornare a un sound più consono. Ormai, però, la frittata era stata fatta e per anni non abbiamo sentito più parlare di thrash metal com’era un tempo.

Effettivamente il “Black Album” dei Metallica e la contemporanea consacrazione internazionale di una band come i Pantera, hanno senza dubbio influenzato la direzione musicale di più di un gruppo. Tuttavia, non ritengo si tratti dell’unica origine di una crisi che ha colpito un’intera scena, una scena che era in piena salute fino al 1990 e dal 1993 praticamente non c’è stata più.

Come spesso accade, comunque, nel giro di qualche anno quelle band che erano ancora attive sono riuscite a rimettersi in carreggiata e dal 1999, anno d’uscita dell’ottimo The Gathering dei Testament, il thrash “old style” è tornato prepotentemente a ruggire. Certo, i fasti degli anni 80 non sarebbero mai più tornati ma per lo meno abbiamo avuto conferma che il genere non era del tutto scomparso e soprattutto che aveva ancora qualcosa da dire.

Oggi resta solo da sperare che tutti quei musicisti storici non commettano l’errore opposto a quello di quasi trent’anni fa, cioè pensare di andare avanti fino a 70 anni a suonare un genere come il thrash ed essere ancora credibili.

Adesso che ci penso, gli Slayer hanno da poco annunciato il loro ritiro dalle scene e pare che facciano sul serio. Vuoi vedere che anche stavolta hanno anticipato tutti gli altri e fatto la scelta giusta, ‘sti volponi?

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