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Torino – La città che non voleva dormire. Mai.

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Per me, che ormai sono andato via da tanti anni, parlare del mio ricordo delle notti e dei locali torinesi è una cosa strana. Ho amato Torino, quella sua atmosfera festaiola che aleggiava sotto le braci, sempre pronta a dilagare come un incendio appena alzavi il volume della musica.

Arrotolata su se stessa come un gatto che fa le fusa sornione, con le Alpi tutto intorno, è una città particolare, gaudente come una reggia a cielo aperto, strana, magica fin nella sua intima natura, nei suoi viali disposti ad arte che la rendono un grande talismano vivente.

In tempi non lontani fu anche una fucina di rock band di un certo livello, animata da una serie di locali che fecero la storia del metal, piena di ritrovi interessanti. Negli anni ottanta e novanta, il capoluogo piemontese vantava un numero di posti in cui ascoltare e suonare metal come in Italia poche altre (o nessuna) città. Erano anni in cui la musica rock faceva parte del tessuto stesso della società, permeandone le attività, rendendo meno fredde le lunghe notti piemontesi.

I locali, a partire dallo Studio 2 di via Nizza che ospitò musicisti di tutto rispetto negli anni, ad arrivare a realtà più moderne come le discoteche che il sabato sera viaggiavano su binari rock, alternative, metal di vario genere e livello, come il mitico Barrumba di via San Massimo, che tante volte mi ha visto andar via all’ora di chiusura, o il Cafe Blu di Barriera di Milano (ricordo una festa di Halloween che ci organizzammo secoli fa, mai fatto un pienone così a suon di metal). Chi ha all’incirca la mia età e viveva a Torino in quegli anni non può non ricordare le lunghe notti spese a ballare e bere al Faster (intendo quello al Naxos in piazza Guala, non le varie riesumazioni postume) o all’Hiroshima Mon Amour.

Torino vibrava di vita, era una città con due anime. C’era quella borghese, educata e precisa dei torinesi classici, quelli che lavoravano (c’era la Fiat, non ciò che ne è rimasto oggi, parlo della grande fabbrica di Mirafiori al massimo della sua attività, con i tram gialli che all’alba vomitavano fiumi di operai in tuta blu e MS in bocca), guadagnavano, spendevano, in una sorta di continua attività frenetica.

E c’era la Torino notturna, quella della città che di andare a dormire non ne voleva sapere, dei locali aperti tutta la notte (e mica solo il sabato), la Torino decadente e un po’ folle in cui si tirava tardi per il piacere di farlo, che sapeva di birra, sigarette e rock’n’roll, che non si arrendeva mai a chi cercava di uniformarla, di omologarla.

Era una città che sapeva essere ribelle senza bisogno di diventare eccessiva, perché dell’eccesso faceva la propria normalità, visto che il cuore della città “bene” confinava con posti come i Murazzi del Po, affollati ogni notte di giovani in cerca di divertimento (qualche canna) e musica, musica e ancora musica.

Per noi che venivamo da fuori, dalla provincia, Torino era meta pressoché fissa. Ci si festeggiava sempre qualcosa, c’erano club, pub, circoli di ogni tipo, si mangiava e soprattutto si beveva parecchio. Si ballava, fino a notte fonda e a essere sfiniti. Si rimorchiava anche bene, perché la città era piena di posti fighi, e nei posti fighi la gente diventa più propensa a socializzare, si sa.

Non essendoci ancora la rete, le serate si pubblicizzavano tramite poster appesi un po’ ovunque, volantini, qualche annuncio sui vari giornali locali. Si vedevano pubblicità di serate ad ogni fermata del bus o del tram, c’erano davvero una tonnellata di manifesti, manifestini, biglietti. Certo oggi la città è più pulita, ma mi fa l’impressione di una statua, bella e muta.

Questa era la mia Torino, superficiale quanto basta, impicciona ma con garbo, casinista e bellissima. So che in queste poche righe ho dimenticato chissà quanti locali, è inevitabile scrivendo a memoria dopo vent’anni almeno, ma il mio intento è solo quello di rendere giustizia a un luogo che in questi anni ha perso tantissimo per quanto riguarda il divertimento. Sono nati altri locali, è vero, ma la verità è che, cambiando i tempi, la città ha perso smalto. Complice la tendenza degli ultimi anni a vietare semplicemente tutto, a rendere sempre più complesso aprire posti che non sembrino tutti le fotocopie sbiadite dei precedenti, a politicizzare ogni minimo spazio, io vedo la “mia” Torino sempre più lontana.

Vuoi la crisi, che ovviamente la città più industriale d’Italia ha avvertito in maniera devastante e ha generato una penuria di denaro, una provvisorietà del lavoro diffusissima, che non giova certo alla voglia di divertirsi con leggerezza, vuoi la chiusura dei posti più iconici della città (ma senza i Muri le serate uno dove le finisce?) o la persecuzione in atto tramite un controllo delle norme sempre più oppressivo, che ti porta a vedere le patenti volar via con due birre medie… le ultime volte che sono stato a trovare quella che era la città che più amavo in Europa ho visto una patina grigia di tristezza che spero sia solo passeggera.

Si perché io, come ogni buon torinese so che, per tanto che la nostra città possa passare lunghi periodi di “letargo”, ha la bizzarra abitudine di rinascere come una fenice.

Ripenso con un sorriso ai sabati che cominciavano ritrovandosi davanti ai negozi di dischi (chi si ricorda di Rock’n’Folk quando era in via Viotti, prima di trasferirsi?). Avevo quattordici anni e tutte le settimane prendevo un treno e ci andavo perché lì era il nostro ritrovo fisso. Una rapida occhiata ai dischi, un giro per il centro (pausa da Videomusic in via Po, altra tappa fissa del pellegrinaggio metallaro torinese di allora, per vedere cosa c’era di nuovo anche lì) e poi si decideva dove saremmo finiti la sera e come tornare a casa, cosa non facile se venivi da fuori città e non avevi ancora la patente. Spinti dalla voglia di divertimento, di musica (e di gnocca) ci facevamo chilometri su chilometri pur di goderci la scena metal appieno.

L’unico rimpianto? Quello di aver perso qualche serata, anche se raramente. Ampliamente ripagato dai momenti che però posso ricordare e che fanno di Torino una splendida città che non sarà mai più la stessa ma che mantiene comunque un fascino senza tempo che la rende unica. Molto meno rock di allora, ma unica.

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