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Gli Iron Maiden con l’orchestra e la fisiologia dei sognatori

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Ho sempre pensato che i concerti delle band metal con l’orchestra siano la cosa più tronfia e impraticabile del mondo. Il tentativo dei Metallica secondo me è esemplare. Il 2 è la dimostrazione che dopo un certo livello di fama gli artisti finiscano per circondarsi solo di lacché e furbacchioni. Pure i Kiss l’hanno fatto ma insomma, se Gene Simmons facesse un porno con due squinzie vestite da Hallo Kitty non credo che cambierebbe il mio modo di percepire quello che è sempre stato principalmente un giocattolone formato concerto. L’idea di vedere anche gli Iron Maiden cimentarsi con il zum zum in doppiopetto non è esaltante. Per fortuna Bruce Dickinson ne ha parlato in via ipotetica, aggiungendo che in quel contesto, finalmente la band potrebbe eseguire anche Alexander The Great. E di sicuro la lunghissima e per lunghi tratti ben ispirata Empire Of The Clouds. Anzi, quella sarebbe la ragione alla base di un live orchestrale. Suonare degnamente quel pezzone.Una parte del pubblico ha trovato l’eventualità appetibile, come qualsiasi altra eventualità che coinvolga gli Iron Maiden dal vivo. Magari sentirli con i pifferi e i violini (immagino quanto ancora di più si affosserebbero le chitarre e quale lotta dei volumi si instaurerebbe tra il basso di Steve Harris e il direttore d’orchestra, costretto a indossare la maschera di Eddie) esalterebbe alcuni momenti dell’epica maideniana, ma inevitabilmente finirebbe per stravolgere in modo poco opportuni altri segmenti più rock e in balia dei riff che i fan amano ascoltare incontaminati.

La regola d’oro di una cosa del genere ce l’hanno insegnata i Rage. L’uso di un’orchestra in un contesto metal deve essere parsimonioso, ragionato e soprattutto non spalmato su ogni nota del brano. Ci sono momenti in cui è bello che gli archi e i fiati stiano fermi con quei cazzo di piripiri. Punto e basta.

Una fetta di pubblico, quello più intransigente e privo di raziocinio inorridisce solo a pensare un concerto degli Iron Maiden con l’orchestra. Non è permesso. Non si può. L’accademia resti nei conservatori. Basso, chitarre e batteria e pedalare. Sempre. Già le tastiere sono tollerate a stento, figurarsi un oceano di suoni in espansione intorno alle cavalcate e le accelerazioni. La cosa che rende queste persone poco lucide non è tanto questa obiezione purista del cappero. No, loro auspicherebbero il contrario, vale a dire un ritorno alle origini della band, con brani più immediati e brutali.

Cazzo, gente. Gli Iron Maiden hanno sessant’anni. Guardate vostro zio e domandategli di essere brutale e immediato su per le scale di casa o sul divano. Vi rendete conto che fisiologicamente non è possibile chiedere una cosa del genere a delle persone così mature? Non possono rimettersi a buttar fuori adrenalina, a menoché non usino droghe. E Steve Harris non si droga. Lui e neanche i suoi amici. Quindi dovete rassegnarvi alle melliflue tirate prog, piatte e prive di sorprese come una veduta della Val Padana.

Gli stessi facinorosi che sognano un ritorno alle origini degli Iron Maiden, sono speranzosi in vista del ritorno dietro la macchina da presa di Dario Argento. Un uomo malato e che non riesce più a fare un film decente da vent’anni. Possibile che nonostante le decine di horror magnifici che si riversano dai vostri torrenti negli ultimi lustri, (Prendete Midsommer, La casa di Jack, il mai troppo visto It Follows) ancora vi raccomandate al “maestro”?

La cosa che mi sconvolge però non è tanto la speranza inde- ma soprattutto -fessa di un ritorno ai vecchi tempi dei Maiden e di Argento, ma anche la gioia di chi, dopo aver visto Il Signor Diavolo di Pupi Avati, ne ha scritto e parlato benissimo. Il film di un anziano, circondato da altri anziani, rammollito e fuori fase come è giusto che un anziano, fisiologicamente e artisticamente sia. Ci sono rimasto così male che sono subito andato a cercarmi una stroncatura che desse voce al mio scontento. E non ne ho trovate. Al punto che stavo per scrivermela da solo. Brutto. Imbarazzante. Fa più male questo film ad Avati che qualsiasi stroncatura. Praticamente si è stroncato da solo.

Ma tornando agli Iron Maiden. Vi siete davvero domandati come mai non abbiano mai suonato Alexander The Great? Avete mai riflettuto che forse non sia una buona idea insistere tanto, per ascoltare un pezzo che la band ha sempre evitato? Sapete perché non lo eseguono? Porta sfiga.

Scherzo. Non credo sia superstizione. Non è il brano “maledetto” che farebbe andare a puttane il tour. Non è il loro Mastorna. Non penso neanche sia un brano così complesso che la stessa band in grado di eseguire Seventh Son o The Ryme Of The Ancient Mariner abbia paura a suonarlo dal vivo. Però se non l’hanno mai fatto un motivo c’è. E sono certo che scoprirlo non sarebbe piacevole. Immagino tutti questi sventurati, tutti insieme, millemila, davanti a un megaschermo in uno stadio, ammutoliti, increduli, dopo averlo sentito suonare ai Maiden. E poi a fine concerto, tutti cupi, con la lingua in cancrena, la coda tra le gambe, diretti a casa. E qualcuno che non è riuscito a entrare che ferma la gente e chiede “come è stato… come è stato”. E riceve solo dinieghi con la testa. Se gli Iron Maiden eseguiranno Alexander The Great e terra sarà risucchiata in un buco nero di malinconia. Queste news solo Lercio o Sdangher possono avere il coraggio di riferirvele.

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