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Vichinghi – La messinscena metallara e la verità storica

vichinghi

Quella dei vichinghi è probabilmente una delle fissazioni più grandi dell’appassionato di musica rock e metal, sin dai tempi di Immigrant Song (dei Led Zeppelin). Egli in qualche modo riconosce nella loro epopea un certo senso di libertà, indipendenza ed esotismo raramente riscontrabili in qualsiasi altra narrazione storica. Però quella dei vichinghi è anche una delle narrazioni più falsificate e romanzate che io conosca, anche al di fuori dal metal. D’altra parte, i media – come ad esempio quel polpettone di serie che comincia con la V, il cui protagonista sembra un testimonial per la pubblicità di un profumo – ci hanno abituato a versioni dei loro eroi come baldi biondi zozzoni finemente tatuati di tribali e rune, vestiti di corazze di cuoio marrone e nero (!!!), in un mondo completamente inverosimile, visto che probabilmente indossavano coperture in lana variopinta per la maggior parte del tempo ed erano pulitissimi. Ora, è risaputo che spesso chi vive di musica metal tenda a leggere le proprie storie e i propri miti attraverso una sensibilità che si muove tra la tragedia e lo stoicismo. Immaginate un giovanissimo ragazzo che si immerge nelle suggestioni di eroismo vichingo di Amon Amarth, Bathory, Doomsword e compagnia bella. Essendo metallaro (e quindi spesso curioso di natura) egli brama di dare un fondo di verità alle immagini che evoca la sua musica: un bel giorno apre un libro di storia sull’argomento e scopre l’inganno.

Un vichingo secondo i media di oggi

Le conseguenze possono essere due:

  1. A) sentendosi preso per il culo, la tragedia ha il sopravvento e manda a quel paese gli Amon Amarth, passando ad un’altra fase della sua passione metallica…vche ne so, quella del DSBM;
  2. B) preso da profondo senso di orgoglio, comincia stoicamente ad accettare la presa per i fondelli, continua lo stesso ad ascoltare gli Amon Amarth rilevandone il lato comico, ma diventa un enciclopedia ambulante nel campo della storia dei popoli vichinghi.

Ecco, in ogni caso una parte di lui – quella più irrazionale – continuerà per sempre a trastullarsi sulla possibilità che l’eroismo e la magia dei vichinghi raccontati nei suoi dischi abbiano un qualche significato recondito e molto profondo nel disegno cosmico dell’esistenza. È così che funziona la testa di un metallaro.

L’epopea vichinga inizia attorno alla fine dell’ottavo secolo e finisce nel 1066, in Inghilterra, anno in cui si chiude una storia tutto sommato abbastanza noiosa, fatta di saccheggi e adesione ai cambiamenti culturali delle terre occupate.

Per carità, non sto qua a raccontarvi cosa abbia portato a questo finale – su Wikipedia trovate l’essenziale -, ma vi basti sapere che le battaglie di Stamfordbridge e Hastings, a differenza delle pippe pagane sulla mitologia norrena di decine di gruppi black, hanno segnato per davvero il corso degli eventi, e su scala globale. In quell’occasione, infatti si sancì l’inizio della conquista normanna in Inghilterra a opera di Guglielmo il Conquistatore, che instaurò un radicale cambiamento nei rapporti di forza fra gli stati europei, destinato ad influenzare la storia umana per molti secoli a venire.

I vichinghi secondo i media prima di Calvin Klein

Senza esagerare, direi che se oggi il rock e metal sono cantati in lingua inglese, lo dobbiamo alla vittoria dei Normanni ad Hastings. Chiaramente, la suggestione per una roba simile può essere immensa e infatti ci sono decine di band che in un modo o nell’altro hanno parlato di questo evento e nei generi più disparati: dalla versione Looney Tunes degli Amon Amarth (sì, sempre loro),

…al power metal piri-piri-strizzacoglioni dei Thy Majesty, fino ad arrivare all’ottimo tecno-thrash dei granderrimi Braindamage. Tuttavia non mi spiego ancora come una storia come quella dei Vichinghi, che si fa veramente interessante solo sul finale, possa aver influenzato così tanto il mondo del metal, sulla scia di un romanticismo così fine a se stesso: per lo meno, quello del diciannovesimo secolo che per la prima volta si era preso la briga di portare in voga la figura del vichingo, l’aveva fatto dandogli connotazioni politiche, e quello dei nazisti aveva ovvie finalità ideologiche…

Digressioni storiche a parte (che mi interessano, per carità, ma che non sono propriamente il mio campo d’azione) mi soffermerei sull’altra “cosa” dei Vichinghi che fa sognare un metallaro: ovviamente sto parlando dei loro miti e della loro religione. Spesso questo tipo di ossessione ha portato, oltre alle roboanti pose alla Manowar, anche a una serie di album e band che rappresentano tutto ciò che amiamo della nostra musica, nella sua essenza più primordiale: storie leggendarie e mitiche, narrate attraverso sinfonie d’acciaio, grezze e quadrate, sì, ma estremamente viscerali e di un’intensità senza pari.

Però c’è una cosa assai peculiare che contraddistingue alcuni sottotipi di metallari da qualsiasi altra persona semplicemente appassionata di mitologia, ovvero la necessità di identificarsi nella spiritualità di quei racconti, con lo scopo di affrancarsi dalle sue origini giudaico – cristiane, sia morali che culturali.

Qui entriamo di botto in tutta quella paccottiglia fatta di rune e simboli pagani che ha fatto la fortuna di un numero spropositato di band black e viking. Molto spesso quei rimandi su disco funzionano abbastanza bene (ad esempio, io adoro gli Enslaved, i Borknagar, i Bathory e altri), ma a volte sono semplicemente un tentativo maldestro di avvolgere della musica abbastanza mediocre in un alone di paganesimo/misticismo un po’ raffazzonato.

Il nostro giovane ragazzo di prima si documenta: scopre il politeismo nordico, imbraccia la battagliera causa contro la cristianità, rea a suo dire di aver spazzato via le antiche culture, e studia i culti pagani, sperando nella rivelazione di chissà quali segreti. Ed ecco che gli album e le band che si propongono con quel tipo di interessi diventano per lui non solo dei semplici strumenti di intrattenimento, ma dei veri e propri manifesti-simbolo contro la modernità e nonostante egli sappia benissimo trattarsi di una messinscena (perché sa che lo è…oh se lo sa!), continuerà imperterrito a cercare chissà quali implicazioni culturali nel paganesimo che aleggia nella sua amata musica. Poi magari si fa regalare la prima stampa di un disco di Burzum proprio per il santissimo (e consumistico) Natale, ma anche questo fa parte del suo mondo così contraddittorio e complicato.

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