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The Witcher – Un Fantaghirò dei tempi moderni?

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Recentemente è uscita The Witcher su Netflix, una serie che ci porta su schermo la celebre saga di Sapkowski. È guardabile, ma nulla di clamoroso: eccelle in alcuni ambiti (scenografie e atmosfere evocative), ma per la maggior parte è scritta, girata e recitata con i piedi, a parte le ottime scene di azione all’arma bianca. Praticamente ci avevano detto che non avrebbe avuto nulla a che fare con la celebre serie di videogiochi (io ho adorato il terzo capitolo) e invece sembra una roba fatta su misura per accontentare quel tipo di pubblico: alcuni momenti ben riusciti, tanta mediocrità, due chili di fan-service esagerato e il sospetto che possa invecchiare molto, ma molto male.

Però.

Alla fine, nonostante il casino con le linee temporali e un casting imbarazzante, questi otto episodi me li sono sparati tutti. D’altra parte, le storie di Geralt Di Rivia sono una roba metallosa all’inverosimile e una volta tanto non per una questione di world-building, ma proprio per la narrazione in sé. Devo dire inoltre che il Continente potrebbe essere il paradiso di qualunque Epic metaller in fissa con l’heroic fantasy: non a caso anche i Visigoth vi hanno scritto della musica sopra.

C’è l’eroe taciturno e mascelluto, una creativa rivisitazione del Philip Marlowe di Raymond Chandler con il cosplay da mercenario-stregone (heroic hardboiled?!), che fa il suo sporco lavoro beccandosi il catarro altrui, vagando in un mondo in rovina e perennemente in guerra, circondato da “companion” dementi e donne quasi sempre molto belle e molto forti. Come se non bastasse, parla con il suo cavallo, e già questo basta a renderlo uno dei nostri.

Se da un lato la costruzione di tutto il setting è spesso incoerente – si passa dai fiordi scandinavi alle corti dell’Europa centrale in età basso-medioevale, fino ad arrivare a un ibrido franco-italiano seicentesco, il tutto in pochi chilometri quadrati – dall’altro si fa veramente interessante per i personaggi, anche quelli apparentemente più irrilevanti nel grande schema della trama principale.

Essi si muovono sempre in una gamma morale molto ampia, alternando slanci di grande eroismo e inevitabili miserie umane, calcolando le loro azioni senza mai sbilanciarsi completamente verso il bene o verso il male. Come spettatore, questa cosa qui ti spinge sempre a valutare di fino le loro più recondite intenzioni, in un modo molto più convincente di quanto avveniva in Game Of Thrones. Là c’era la telecronaca di una partita a scacchi in cui le pedine, a parte rare eccezioni, si muovono sempre entro percorsi morali ben stabiliti; qui, incece, c’è più dramma faustiano e meno Maurice Druon.

Ouì, c’est moi!

C’è poi un’altra cosa che è davvero peculiare in The Witcher e cioè la sua natura trans-mediale completamente sfasata: è un adattamento televisivo di una serie di racconti e romanzi, ok, ma sono sicuro che la stragrande maggioranza di chi l’ha guardato (e apprezzato) appartiene allo stesso pubblico che ha amato i videogiochi, magari avendo sentito parlare di Sapkowski solo per riferimento letterario. Per un prodotto del genere, questa massa critica di fan cerca un approfondimento di *quel* mondo e un prequel a *quell’*esperienza: non reclama necessariamente la fedeltà al testo, ma cerca disperatamente le sensazioni che ha vissuto pascolando (sic!) con Rutilia per il gigantesco open world.

Come in un gioco di prestigio, la serie scritta dalla Hissrich gliele offre con un bel pacco regalo, nascondendosi dietro un dito e dichiarando furbescamente di prendere le distanze da CD Project Red. Peccato che poi, una volta scartato, dentro ci trovi bucherelli ovunque manco fosse la lore di Dark Souls, Henry Cavill al posto di Humphrey Bogart ai bei tempi (Madds Mikkelsen mi andava pure bene, eh) e una rappresentazione delle relazioni tra i personaggi che funziona come interruttori della luce.

Perché approfondire così bene la genesi di Yennefer (probabilmente il personaggio più interessante della serie), per poi semplificare all’inverosimile il suo rapporto con il protagonista sin dal momento del loro incontro? Perché perdere un sacco di tempo a menarcela con la vacanza di Ciri nei boschi, in mezzo a driadi che sembrano uscite da un festival reggae (OMFG), per poi spiegarci quello che succede a Nilfgaard solo con una didascalia di due scene in croce?

Ma soprattutto, perché la canzoncina di Dandelion è così terribilmente fastidiosa? Io mi aspettavo un cazzo di bardo mediovale, mica uno sfigatissimo cantautore indie-folk…Ah, quanto mi mancano i motion capture renderizzati e quei semplici primi piani di tre quarti alternati, capaci di creare quel pathos senza limiti, pad alla mano…

Alla fine, non so se sperare in una seconda stagione migliore di questa (per risollevare le sorti) o peggiore, per liberarci definitivamente da questa sòla, ma al momento, tolto il fan-service, i balletti con le spade e le tette, The Witcher rimane un telefilm di quelli che si guardavano distrattamente la domenica pomeriggio su Italia Uno, ridendo per le patacche e la bassa resa degli effetti speciali di una volta. O, nel migliore dei casi, un Fantaghirò dei tempi moderni.

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