Interviste Sdanghere

aTeofania – “Quando penso al mio pubblico penso alla vergogna”

ateofania

La depressione in ambito estremo sta raggiungendo picchi preoccupanti. Siccome a Sdangher ci piacciono i tipi allegri, abbiamo scambiato due nitriti e qualche chiacchiera con Abamon, leader del progetto aTeofania. Parleremo di cose vivaci e rinfrancanti, tipo la morte, la disperazione e le conseguenze del bere acqua dove ha defecato un serpente. Ah, no, questa cosa mi sa che l’ho trattata con i Putrefaction Vaginaz. Ok, divertitevi, che come dice sempre Hannibal Lecter, “La vita è un mozzico!”

1 – Mi hai appena informato, che tu, Abamon, come ti fai chiamare, sei rimasto il solo membro della formazione che ha inciso Declino interiore ma che tu sei anche il solo che ha concepito canzoni e concept. Sei la mente che sta dietro al progetto, in altre parole. Quindi al di là della diaspora (2 su 3 membri) penso che non cambierà poi molto in futuro. Possiamo parlare di progetto e basta o conti di trasformarlo in una band vera e propria?

Diciamo che il progetto aTeofania nasce come one-man band, dopo diversi tentativi falliti negli anni di trovare persone con cui collaborare per suonare musica lenta e funerea. La possibilità di una collaborazione con queste due persone che hanno contribuito alle registrazioni è nata quando già avevo del materiale pronto da essere registrato. Adesso sto provando a mettere su una band, manca qualcuno che venga a suonare la batteria, quindi l’augurio è che aTeofania possa divenire un gruppo con possibilità concrete di suonare dal vivo (dei live sono stati comunque eseguiti con l’aiuto di una batteria riprodotta dal pc). Comunque sia per ora lo sento ancora un progetto solo mio.

2 – Vediamo se indovino il senso del nome. “Teofania” è la manifestazione sensibile del divino (wikipedia) Mettendoci davanti la A- è come se dicessi che il divino non si manifesta in modo sensibile. Si tratta di un modo per dire che non credi nel divino o che il divino non può essere sensibile?

Hai intuito il senso del nome del progetto aTeofonia. Mentre pensavo a un nome da poter utilizzare, mi venne in mente una poesia di Gabriele D’Annunzio La sera fiesolana studiata a scuola, in particolare l’analisi del testo; sembrerebbe che, nei suoi versi, D’Annunzio celebri una teofania (manifestazione sensibile del divino) della luna, dando quindi carattere sacro-religioso al chiarore di luna da egli descritto. Affascinato da questo ricordo, ho pensato di porre una “a” privativa come prefisso del termine “teofania”. In questo modo credo di aver espresso non un giudizio assoluto circa l’esistenza del divino, ma personale: non esiste divino perché non ne ho mai fatto esperienza. Con questo ho voluto anche pormi in rottura con l’educazione base italiana che è ancora intrisa di cattolicesimo; quando ero piccolo al catechismo, in chiesa, a scuola, mi dicevano di pregare il loro dio, “che lui ti ascolta”, che se preghi intensamente egli terrà conto delle tue richiesta. Ecco, all’epoca sono state tante le mie preghiere verso questo dio, ma, citando un verso del brano Come se avesse un senso, “in risposta ho avuto solo silenzio”.
L’atmosfera che caratterizza questo progetto è il nichilismo. E il nichilismo riflette la mia visione atea e materialista del tutto.

3 – La copertina mi piace parecchio. Si tratta di un’incisione o è uno schizzo su tela, un acquerello? Ricorda certe illustrazioni romantiche di tipo cattivo e nero. Mi spieghi perché il teschio si fonde con quella specie di palazzo?

3 – Questo disegno è diventato una copertina per puro caso. Si tratta di un’acquaforte, una tecnica incisoria, ed è stata realizzata da una mia amica, Serena Lotto, che si sta laureando all’Accademia di Belle Arti. Mi regalò un paio di anni fa questo lavoro, l’avrei dovuto semplicemente appendere alla parete. Tempo dopo, mentre pensavo alla copertina del disco, il mio sguardo finì casualmente su questo disegno e ho pensato che sarebbe stato perfetto. La mia amica me lo aveva regalato perché il soggetto rappresentato era in linea coi miei gusti, ma in quel momento ho capito che sarebbe stato perfetto anche concettualmente; un teschio spaccato a metà dal quale fuoriesce una vecchia costruzione, probabilmente fatiscente e logora, non poteva che simboleggiare la psiche in rovina di un individuo. In fondo la nostra mente, il nostro modo di pensare, la concezione che ci costruiamo di noi stessi e di ciò che ci circonda, sono qualcosa che costruiamo negli anni, e questo disegno rappresenta un parallelismo perfetto, considerando che la mia intenzione era di dare voce al senso di disagio interiore che provo nei confronti dell’esistenza. In questo modo anche il titolo era calzante: Declino Interiore.

gli aTeofania dal vivo in qualche catacomba

4 –La scelta di non usare mai la voce pulita è una soluzione che ripeterai o magari stavolta, nel nuovo disco, concederai alle tue corde vocali una declamazione meno catarroidea?

Per ora non ho intenzione di usare la voce in pulito, anche perché credo non ne verrebbe fuori nulla di buono, ma principalmente per scelta stilistica. Già con il growl e lo scream dovrei migliorare tanto. Questa, comunque, è stata la prima volta che ho registro delle parti vocali (lo dico quasi a mia discolpa per il risultato non proprio esaltante).

5 – Il disco comincia con la pioggia e il suono di una campana. Capisco che il “Corteo funebre” come si intitola il brano, richiami uno scenario meteorologico ostile, ma non hai pensato che è l’incipit di Black Sabbath? Perché per esempio non provare a iniziare con degli uccellini che cinguettano e un vociare sommesso di persone, un po’ di vento… una bella giornata di primavera può essere ancora più straniante per un corteo funebre, no?

L’inizio del disco è stata l’ultima cosa aggiunta ai tre pezzi. Inizialmente era previsto un intro diverso, sarebbe dovuto essere un brano a parte, staccato da Corteo Funebre, che aveva come tema centrale un arpeggio di chitarra scritto dal chitarrista che risponde al nickname di Vacuum. Questo arpeggio non è mai stato registrato per varie problematiche, il tempo passava e bisognava trovare una soluzione alternativa, avevo anche provato io stesso a registrare l’arpeggio, ma non avendo molta familiarità con la chitarra il risultato non mi convinceva. Allora mi sono affidato a un’idea della terza persona che ha contribuito alla registrazione del disco, Geddon, che ha prodotto con dei synth questa introduzione che ho preferito far diventare un tutt’uno con Corteo Funebre.

Appena sentito, anche io ho detto la stessa cosa, ovvero che è lo stesso inizio di Black Sabbath, ma la melodia mi sembrava calzante e alla fine ho pensato che comunque un rimando a un disco che ha aperto le porte alla nascita dell’Heavy Metal prima, e del Doom poi, non poteva che essere gradito.

6 – Certo, ma ti dicevo questa cosa perché talvolta associamo musiche tristi e sprofondate in accordi minori, a testi in cui si dicono cose come quelle che scrivi tu: niente ha senso e la morte può essere una sorta di liberazione al dolore di una vita in cui non c’è speranza di gioia e di significato per chi canta. Ma non sarebbe stato più interessante puntare su un contrasto? Immagina un testo allegro su una base devastata come quella di Corteo Funebre. Che ne dici?

Un contrasto sarebbe di certo interessante, come sarebbe stato interessante introdurre Corteo Funebre con degli uccellini che cinguettano, ma questi pezzi sono un tentativo di esprimere ciò che frulla nella mia testa, e nella mia testa quando scrivo un pezzo come Corteo Funebre non sento uccellini cinguettare.

7 – Sempre in “Corteo funebre”, il protagonista, che non commettiamo l’ingenuità di ricondurre al cento per cento a te, racconta della propria morte. Se ne sta su un duro legno, con la saldatura a censire la gabbia. Quindi l’eternità non è dopotutto una fuga rinfrancante ma una gabbia in cui l’uomo può illudersi di fuggire e che invece finisce per renderlo incasinato peggio che mai. Ma allora nella visione degli ATeofania non c’è scampo. La vita è uno schifo e la morte una gabbia di schifo spalmata sull’eternità. Eppure… sarà che mi drogo prima di sentire certa musica, ma io ho scorto un senso di speranza quando nel brano di chiusura dici “Vorrei incontrare un albero e vederlo come fosse nuovo” C’è desiderio di ribellione al caos e al deserto. Poi aggiungi che questo avverrebbe comunque in una foresta senza luce, in cui gli alberi sembrano tutti uguali. Io immagino il protagonista come nel film di Mario Bava, Operazione Paura, costretto a correre e ri-correre nello stesso corridoio, uscendo da una porta che lo conduce nella stessa stanza da cui cercava di scappare. Per te il ciclo vitale è questo? Un’altra trappola? È tutto una trappola?

In Corteo Funebre ho provato a urlare al mondo cosa penso dell’esistenza; se per molti la propria vita è piena di valori, di affetti, di cose in cui credere e per cui lottare, invece io troppo spesso sono spinto a credere che tutte queste cose siano da ridimensionare. Sono necessarie, anzi invidio chi crede fermamente nel senso di ciò che fa quotidianamente, ma non riesco a fare a meno di notare quanto basti poco affinché tutto svanisca. Basta prendere una forte botte in testa e rischi di dimenticare chi sei e chi sono le persone che ti circondano, decretando la fine della tua personalità antecedente al trauma, oppure puoi direttamente crepare, determinando così la fine biologica di quell’essere fatto di carne e di ossa. Questi pensieri ossessivi portano a screditare anche quello che è il saluto che il mondo riserva alla tua salma, ovvero il funerale, ma anche le modalità di sepoltura. Finire a marcire in una gabbia di legno per me rappresenta una ulteriore beffa, ci viene negata anche la possibilità di ricongiungerci organicamente col mondo che ci ha partorito. Quindi sì, in questo testo regna la disperazione, la morte non è più esperienza catartica da invocare, ma solo ciò che ci fa notare quanto sia inutile tutto ciò che facciamo quotidianamente, considerando che ad attenderci c’è solo decomposizione e oblio (secondo la mia personale visione delle cose, è chiaro).

Nel brano finale non mi sbilancerei nello scorgere della speranza, ma più che altro una rassegnazione, con un pensiero del tipo: “visto che tutto è vano, tanto vale provare ad accettare che sia così e vivere con questa consapevolezza”. Posso forse affermare che in questo testo non ci si limiti ad abbandonarsi alla disperazione, ma si provi a prendere in mano la situazione, a vivere con una visione diversa della maggior parte delle persone, a non limitarsi a dare risalto a quelle cose che caratterizzano la routine delle nostre giornate, ma provare ad andare oltre, entrare in sintonia con l’universo intero che ci circonda, indefinito, glaciale, ma anche misterioso, di difficile comprensione per l’intelletto umano. Proprio quella routine che ho citato poco fa è ciò che potrei definire una trappola, perché siamo così ossessionati dal successo economico, sociale, siamo così influenzati da politica, religione, economia, che la nostra trappola è credere in valori e traguardi sponsorizzati dalla pubblicità, dalla quale ci lasciamo totalmente schiavizzare. Ed è anche a questo che si fa riferimento nell’ultimo brano del disco.

Le mie considerazioni esistenziali non possono essere scollegate dalla realtà di tutti i giorni, non possono essere solo astratte. Partono chiaramente da una esperienza di vita personale immersa in una condizione storico-economica ben precisa.

8 – Quanti anni hai, Abamon? Secondo me sei giovane, non so bene il motivo. Ti darei 24 anni, che dici, ci ho preso? Te lo chiedo perché nelle canzoni che scrivi c’è lo scazzo tipico di chi non ha praticamente ancora vissuto un amore profondo e corrisposto o il precipizio nelle responsabilità di una famiglia. Io per esempio conosco queste cose e ora dovrei essere ancor più disperato di quando avevo 21 anni e ciondolavo per i boschi recitando Baudelaire o Lovecraft. E invece oggi io sono allegro, ubriaco di vita. La mia domanda è questa. Posto che tu sia giovane e non un quarantenne precario con tre figli da mantenere, non credi che l’infanzia e l’adolescenza siano spesso così tetre e dolorose perché in fondo vicine al nulla da cui veniamo e a cui torniamo?

8 – Ho 27 anni, ma i brani sono stati scritti e registrati tra i miei 25 e 26 anni, quindi direi che ci sei andato molto vicino. Probabilmente è così, l’infanzia e l’adolescenza sono così tetre perché vicine al nulla da cui veniamo, soprattutto per quanto riguarda l’infanzia. L’adolescenza è un periodo strano, non si riesce a capire da dove veniamo e dove andremo, siamo bombardati da cambiamenti ormonali, ma anche sociali e cognitivi. Da adolescente ero molto più tetro e negativo di ora, giocavo a comporre dei pezzi, ma non mi sarebbe mai venuto in mente di registrare e pubblicare perché non mi sentivo all’altezza. Probabilmente avrei fatto meglio a continuare a non pubblicare nulla, ma ho detto questo per dire che adesso non sono neanche una persona così tetra come prima, ma ho determinati demoni interiori ai quali cerco di dar voce in qualche modo. E comunque è anche una questione di gusto estetico, sicuramente.

9 – Io ho citato nulla a cui spesso associamo l’esistere, talvolta come contrario e talvolta come sinonimi. Il nulla ci partorisce e il nulla ci ripassa a prendere alla fine della corsa. Il nulla o dio o quello che puoi immaginare. Ma se invece di considerare la vita una sorta di stanza in cui entriamo e usciamo non la vedessimo come una gabbia in cui siamo, siamo stati e saremo? In fondo siamo materia che prende vita e poi si restituisce alla terra, macerando nel “GRANDE IMPASTO” della vita. Prima ero un uomo e ora nutro un albero. Sono l’albero? E se non sono l’albero, quando ero un uomo perché non ero solo il nutrimento di quell’uomo? In fondo era questo che gli davo, nutrimento, a quel corpo, a quel cuore. Prova a non nutrirti, Abamon, vedi che fine fai. Scherzo. Tu in cosa credi, Abamon?

Credo che se siamo portati a considerare la vita una stanza nella quale si entra e poi si esce è perché questa idea la può partorire solo un essere cosciente, e fino a prova contraria la nostra coscienza si sviluppa in noi in quanto esseri organici di un certo tipo, dotati di un cervello con determinate caratteristiche. L’ingresso nella “stanza” quindi sarebbe lo sviluppo cerebrale e l’uscita la fine di questa attività cerebrale. In fondo diamo una interpretazione a ciò che ci circonda in base alle nostre caratteristiche organiche.

Come accennavo prima, la mia è una visione molto materialista, di conseguenza ritengo che sia più come dici tu: siamo sostanza organica che cambia forma di continuo.  Questo è quel che credo, mi risulta troppo difficile credere in una dimensione ultraterrena, governata da divinità o cose di questo tipo.

La cosa affascinante è tentare di capire perché ci poniamo domande del genere.

La nostra maledizione è tentare di dare un significato assoluto a ciò che, forse, un significato assoluto non ha.

10 – Ah, ma questo è ciò che canta Vasco Rossi! “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso…” Ok, lasciamo perdere. Il brano “Come se avesse un senso” dice che le droghe sono la sola via possibile per sopportare il dolore. Personalmente ne prendo di legali. Faccio uso di psicofarmaci, che è uno dei motivi per cui a quarant’anni, con due figlie e senza lavoro magari resto allegro e ottimista. Ma forse no. In ogni caso tu che droghe usi per gestire il dolore della vita?

Non penso di sostenere che le droghe siano l’unica via per sopportare il dolore, ma che certe volte la negatività interiore è tale da trovare consolazione nel fare uso di qualcosa che da una parte allevia la sensazione di negatività, dall’altra ci avvicina al decesso, consumandoci. Comunque, non faccio uso di droghe cosiddette “pesanti”, mi piace assumere alcol, ma non disdegno di qualcosa di illegale.

11 – Parliamo ancora del disco, Declino interiore. Come lo definiresti? Di sicuro i pezzi sono lunghi ma non è progressive. I riff sono lenti ma non si tratta di doom. Sembra una sorta di metallo esistenziale, se proprio vogliamo tirar fuori un’etichetta, in cui riff e arpeggi sono messi a seccare su una coltre di rantoli e considerazioni deprimenti.

Anche per me risulta difficile etichettare Declino Interiore; la mia intenzione era di suonare Doom con tante influenze attinte dai miei gusti. Su Metal Archives hanno etichettato il progetto aTeofania come Black/Death/Doom Metal, che potrebbe anche starci. Ascoltando i miei pezzi a volta ho avuto l’impressione che si trattasse di una sorta di Black/Death stile Blasphemy però rallentato, lo stile è sporco, i riff minimali, non è certo un prodotto tecnico.

Di certo non ho scritto i pezzi attingendo da un filone musicale specifico, ho cercato solo di esprimere sensazioni interiori servendomi delle caratteristiche di alcune varianti del Metal.

Mi sentirei comunque di considerare il genere del disco come Death/Doom Metal.

12 – Sarà lieto di leggerlo Giovanni Loria. Ok, mi incuriosisce la prospettiva che tu puoi avere nei confronti del pubblico. Immagino, nonostante la tua musica sembri non tenere in considerazione certi parametri commerciali, che tu ogni tanto pensi al pubblico e come possa recepirti. Personalmente ho provato noia, fastidio, freddo e irritazione durante l’ascolto. Ora, se tu avessi fatto un disco di glam metal o di thrash ti sentiresti frustrato e forse anche un po’ risentito a sentirmi dire una cosa del genere, ma in questo caso? Con un lavoro del genere cosa ti aspettavi che provassi? Era questo il tipo di sensazione che speravi di suscitare?

Diciamo che per prima cosa quando penso al pubblico penso alla vergogna che provo nel condividere testi così negativi con chiunque possa arrivare ad ascoltare questi pezzi. Non mi è mai piaciuto condividere le mie emozioni con tante persone.
Non ci penso da un lato commerciale, se avessi voluto fare qualcosa che potesse piacere mi sarei buttato su altri generi, o comunque avrei lavorato a questo progetto diversamente.

Ho deciso di pubblicare questo materiale per la personale esigenza di espressione, ma anche perché a me piace molto cercare gruppi con sonorità negative e malinconiche, musica nella quale poter sprofondare durante l’ascolto, identificandomi nelle atmosfere e nei testi. Ecco, allo stesso modo spero che qualcun altro che abbia gusti simili ai miei possa trovare piacevole l’ascolto dei miei pezzi. E sentirsi in sintonia con essi.

Non credo tu abbia provato noia durante l’ascolto, altrimenti non avresti ascoltato il disco intero e non mi avresti contattato per una intervista (scherzo!). Che tu abbia provato freddo non può che compiacermi, come dicevo prima io spero che qualcuno si possa identificare in questi pezzi, possa sentirsi capito e lasciarsi cullare dalle onde della malinconia, facendosi trasportare verso l’ignoto, verso il vuoto più totale, alla deriva.

La stessa sensazione che provo io quando ascolto musica malinconica che mi piace.

13 – Di sicuro l’album ha momenti interessanti e altri in cui sembra che tu spinga dentro le parole con la fretta di un pastore sardo che vuol chiudere tutte le pecore nell’ovile prima che arrivi il lupo cattivo. Eppure apprezzo molto il fatto che tu scriva cose tanto negative e non ti nasconda dietro l’Inglese o il dialetto del tuo paese. Credi sia giusto smetterla di “wannagare” nel metal e dire finalmente qualcosa di commestibile?

Mi fa piacere che ritieni che nell’album ci siano momenti interessanti. Ho deciso di usare l’italiano perché è la mia lingua, quindi mi permette di esprimermi al meglio e considero il prodotto artistico come qualcosa di intimo, non mi interessa scrivere in inglese affinché possano capirmi più persone possibili o perché è la regola ormai, in particolar modo nel metal. Poi mi piace la letteratura e la poesia, i letterati scrivono nella propria lingua madre, per esprimersi al meglio, appunto.

Non penso però di poter parlare anche per gli altri, ascolto tanti gruppi di cui i testi neanche vado a leggere perché utilizzano gli stereotipi del genere, ma ben venga. Il genere che forse ho più ascoltato in vita mia è il Black Metal, e adoro anche quei gruppi attuali che non fanno altro che inneggiare a Satana, va bene, è un filone musicale e ci sta anche che si rifaccia ancora riferimento ai canoni del passato. Esistono così tanti gruppi che è impossibile fare un discorso generale.

Io sentivo l’esigenza di comunicare qualcosa, di fare attenzione anche al linguaggio e al modo di esprimere determinati concetti, ma non è una caratteristica che cerco nella musica che ascolto, non cerco testi impegnati. Cerco vibrazioni positive suscitate da atmosfere negative.

Ok, grazie per questa intervista, Abamon… o qualunque sia il tuo vero nome.

Grazie a voi per le domande e l’attenzione.

La sala prove degli aTeofania

Ti potrebbe interessare anche

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.