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La rinascita del vinile durerà oppure no?

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Da un po’ di tempo a questa parte sento parlare con una certa frequenza della rinascita del disco in vinile, il cui mercato è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni facendo registrare numeri capaci di far drizzare le antenne anche ai pigri media nostrani, con tanto di approfondimenti e servizi dedicati nei principali notiziari televisivi. Le etichette grandi e piccole hanno invaso il mercato di ristampe, e anche le novità vengono ormai pubblicate direttamente nel supporto musicale per eccellenza. Certamente i numeri, per quanto importanti, sono ben distanti da quelli del passato, ma è innegabile che il vinile si sia preso ultimamente una bella rivincita nei confronti del compact disc, la cui manegevolezza e le dimensioni ridotte l’avevano portato ad assumere per un lungo periodo un ruolo egemone nel mercato musicale, relegando il disco in vinile al malinconico status di oggetto obsoleto, da svendere o riporre in una cantina fredda e polverosa, in attesa di fare un viaggio di sola andata verso la discarica più vicina.

Per molto tempo la scelta di puntare sul suono digitale sembrava essere incontrovertibile, anche a discapito di una qualità sonora che, inevitabilmente, mortificava lo standard analogico della registrazione, a vantaggio di una fredda compressione del suono. E invece, ecco che il passato ritorna: ma quanto durerà? Sarà vera gloria? A parer mio ci sono molte, troppe contraddizioni in tutto ciò, a tal punto da considerarlo più come un fenomeno modaiolo, figlio di questi tempi, in cui in ogni ambito, culturale e non, si tende a esaltare simboli del passato da riproporre in pompa magna sul mercato con nuove forme e contenuti dal taglio modernista.

Il punto è che oggi è cambiato anche l’approccio stesso alla musica e a tutto ciò che le ruota intorno, così il rischio che la massa punti al disco in vinile solo per poter arredare il salotto con un oggetto vintage e dal fascino indiscutibile, è molto più elevato di quanto si pensi. Mi viene difficile pensare che improvvisamente la gente si sia svegliata con l’idea di ascoltare un suono “più caldo” (oltretutto è dimostrato che si tratta di un mito ndr) così come dubito che la stessa massa che ha decretato la chiusura dei negozi di dischi e mortificato l’editoria musicale possa garantire lunga vita al vinile.

La mia percezione è che qualcuno che sta più in alto di noi abbia in qualche modo orchestrato questa improvvisa rinascita solo dopo aver annusato i numeri interessanti generati dal mercato collezionistico, decisamente molto più vivo e dinamico di quanto si potesse pensare e non esattamente da ieri. Oggi la musica è ridotta alla stregua di un panino, da consumare rapidamente prima di rientrare in ufficio o a casa, magari dopo aver fatto una corsa con l’iPad intorno all’isolato per mantenere la linea.

No, non credo proprio a questa messinscena, e lo dico semplicemente dopo aver osservato il mondo che mi circonda. Mancano delle basi troppo importanti per rendere tutto ciò credibile, a cominciare da una cultura musicale sempre meno diffusa e da una proposta nello stesso ambito che in fondo appare sempre più povera nei contenuti, specchio fedele di una società disillusa e priva di ideali e di traguardi da raggiungere.

No, alla fine non sarà vera gloria, e la tanto decantata rivincita del vinile svanirà nel nulla, senza lasciare traccia. Il disco in vinile continuerà certamente a vivere, ma solo grazie al mercato collezionistico, tenuto in piedi da un nutrito stuolo di appassionati veri, leali e sinceri; loro sì con ideali e traguardi da raggiungere, e per questo non addomesticabili da una società consumistica che ci vede solo come delle cavie da lobotomizzare. Ho addirittura la sensazione che questo sarà anche l’ultimo momento di gloria per i nostri amati dischi vinilici, a maggior ragione considerando che le nuove generazioni difficilmente daranno loro un’altra opportunità.

Prima di chiudere, visto l’argomento trattato, voglio condividere con voi un breve momento tragicomico vissuto dal sottoscritto a una fiera del disco tenutasi dalle mie parti un paio di anni fa. Durante la consueta battuta di “caccia vinilica”, notai un paio di dischi di Rory Gallagher non in mio possesso. Ovviamente li misi da parte, in attesa di terminare il mio giro disco per disco. Il venditore, con uno scatto felino, decise di lasciare la sua postazione e si venne a complimentare con me per aver scelto di investire dei quattrini sul chitarrista irlandese.

Poi cominciò a recitare la parte dell’esperto, sparando una raffica infinita di banalità che in qualche modo provavano a mascherare la sua scarsa conoscenza nei confronti dell’artista in questione. Alla fine le mie sensazioni trovarono una risposta definitiva quando mi chiese se avrei partecipato al concerto di Rory Gallagher che, almeno secondo lui, si sarebbe tenuto a Milano pochi mesi dopo. Il fatto è che Rory Gallagher è morto nel 1995, per cui, senza girarci intorno risposi con inarrivabile sicurezza che sarei andato certamente a vederlo, ma alla data del 2 novembre!

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