Pascolando

Laundry Horse o come sopravvivere in una lavanderia con uno stomaco di ferro e un ferro da cavallo!

Salve sdangheri, qui è Padrecavallo. Volevo informarvi che ho trovato un lavoro. Sì, l’ultima volta che vi ho parlato di un mio nuovo impiego non è che poi mi abbia portato benissimo, ma non mi importa. Quest’anno ne ho cambiati diversi, dopotutto. Sono al quarto e sapete cosa, per quanto sia difficile crederlo quando se ne perde uno, c’è sempre un nuovo lavoro (di merda) all’orizzonte. La società ci fa credere che sia dura trovarne uno. Ci lascia a stecchetto per un po’ e intanto ci fa sentire dimenticati, poveretti, spacciati, così quando “arriva” un altro impiego non crediamo alla nostra fortuna. E non vediamo l’ora di farci rimettere il cappio e sborrare via le nostre migliori energie dietro un iter pan-meccanico per un misero pugno di dollari, come direbbe Sergio Leone. Lo stato ha bisogno di noi, di tutti noi. Ci lascia cuocere nel nostro brodo da disadattati e quando ci tende la mano siamo abbastanza cotti da leccargliela e scodinzolare. “Ancora una volta, avrai un nuovo lavoro, figliolo. Sarà un duro lavoro ma non ti verrà pagato abbastanza per smetterla di pensare alle tue ansie finanziarie. Ti ritroverai pochissimo tempo libero, giusto per dormire. E ti converrà farlo più che puoi, se non vorrai impazzire. Avrai abbastanza soldi per mantenerti in vita e lavorare ancora. In cambio ci sarà la tredicesima, i contributi e la paga per una volta sarà puntuale. Tu sai come queste cose non siano scontate ai tempi d’oggi, no? Dal 15 al 25 potrai riscuotere il tuo gruzzoletto, che ovviamente ci faremo restituire con gli interessi, ricattandoti e persuadendoti con mille moine catto-terroristiche e turbo-consumistiche. Ma bando a queste tetre minchiate alla Fusaro…

In fondo ai tempi di mio nonno non era tanto meglio, no?

E insomma, ho un lavoro, dio d’un dio. Ed è un lavoro che chiude un cerchio. Prima facevo l’autista che consegnava carne nei ristoranti, adesso mi ritrovo a pulire la merda dei clienti di quei ristoranti, dopo che sono stati ricoverati in cliniche e ospedali con la salmonella o un tumore intestinale. Curioso che i panni sporchi vengano dagli stessi posti dove andavo a distribuire bistecche e salsicce ma così è.

Esatto, è una lavanderia industriale. Nove ore e mezzo di lavoro. Quasi un’ora e mezza di viaggio andata e ritorno e una da passare in auto, in un brutto parcheggio, a far pausa pranzo, a congelare mangiando pasta scotta e sorseggiando bibite energetiche, in attesa di rientrare e stirarmi i tendini ancora un po’. Lavoro duro e sudicio. Roba da uomini cavallo come me. Immaginate 60 quintali di panni sporchi, lenzuola sporche, coperte sporche, tovaglie sporche di urina, feci, vomito, sangue, bile, odio, invidia e sborra malandata. Me li sogno la notte in una gigantesca valanga purulenta. E io ho solo un paio di guanti da giardinaggio a separarmi da tutto quello schifo, respirando meno che posso. Tiro su su chili e chili di indumenti ricacciando giù la bile e tiro e spingo sta roba finché non sento più le braccia e le gambe. Ah, la sveglia è alle 3 e cinquanta di mattina.

Ma vi assicuro, io sono quasi felice. Lo sono perché senza lavoro era peggio. Dovevo comunque procurarmi i soldi da allungare alla mia ex moglie. Dovevo coprire le spese che mi ritrovo a sostenere per le bimbe e ringraziavo qualche dio minore per avere due genitori con una pensione e dei risparmi messi via al tempo dei democristiani. E mi sentivo un fallito, ovviamente. Un bamboccione incapace di farsi una vita. Passavo i giorni in casa a scrivere articoli per il mio blog, cercando di non pensare mai una parola. Intanto rimpiangevo i miei precedenti impieghi sottopagati e mi maledicevo per averli mollati.

Questo lavoro mi ha restituito il diritto a godermi il mio tempo libero, che quasi non c’è ma se strizzo bene lo sguardo è lì. Non vedo quasi le mie figlie e non ho più il problema di avere una vita sociale ma la sera dormo sodo. Mi sono disintossicato in pochi giorni dalla dipendenza tele-mobile mentre prima ero ogni minuto con il cellulare in mano a blaterare messaggi vocali sul metal e l’ingiustizia sociale. E mi sento restituito voluttuosamente al mio letto. Quando torno a casa sono così stanco che appena vedo il mio giaciglio stropicciato e da rifare, ho una specie di erezione, barzotta s’intende e mi ci tuffo sopra esalando una specie di ultimo respiro. Dopo tre cinque ore sono di nuovo in piedi, febbricitante di stanchezza e di paura che farò tardi al lavoro.

E spero che duri tutto ciò. Mi sento così allegro dopo la mia prima settimana alla lavanderia, perché ho un fisico che regge. Tanti hanno rinunciato dopo la prima settimana, sapete? Troppe ore. Troppo duro. Troppo schifo. Il posto del quarto sembrava maledetto. I miei tre colleghi andavano avanti in attesa che arrivasse uno stabile, almeno fisicamente. Loro sembrano tipi tranquilli, sapete? Resistono e non si lamentano. Testa bassa e lavandare. Sono lì da circa quindici anni. Solo uno si era licenziato per motivi che non sono riuscito a farmi dire e da qualche mese è stato riassunto. Sembrano dei miei vecchi zii cotti dalle intemperie e frollati di fatica, gente di un altro tempo, gente senza il problema del wi-fi, con il telefonino Nokia sul palmo della mano e una vaga idea di che giorno sia, ma senza crucciarsene troppo. C’è giusto il particolare che uno di loro ha due anni meno di me e gli altri sono miei coetanei. Mamma, quanto se li portano male.

Se non altro ci sono diverse donne. Allegre, chiacchierone, carine. Tutte in piedi davanti alla propria tavola da stiro che ci guardano e cianciano tra di loro. Non possiamo chiacchierare tra noi. Il capo gradisce che gli uomini nel reparto lavaggio e le donne nel reparto stiraggio non si perdano in interazioni superflue. Sembra il contesto ideale di una storia d’amore alla Charlie Chaplin, fatto di sguardi, sorrisi e sbuffi di vapore e di fumo, gemiti strozzati per lo sforzo di noi uomini (sempre sotto sforzo) e sospiri di inedia di loro, le donne, che stirano e stirano, piegano e imbustano e trattengono scoregge.

Che vi devo dire? Sono di nuovo retribuito e contribuito, oltre che contribuente. E poi fortuna che c’è Sdangher. E poi ho le mie figlie che crescono sempre più irrequiete e complicate ma belle e talentuose. E ho una donna molto innamorata di me. Si chiama Shara e prima o poi vi racconterò di lei. E ho la musica, i libri, il cinema, la salute e la capacità di trarre il meglio dalle situazioni. Invece di lagnarmi sullo schifo dei panni che maneggio tutto il giorno io sfrutto la lezione che mi insegnano. 60 quintali di tessuti che trasudano urina, miseria, disperazione targata OVS e Valentino e mi ricordano la caducità di noi esseri umani. Le lenzuola arrivano da cliniche di lusso o da casette di riposo vetuste e puzzano tutti allo stesso modo. T-shirt piene di croci e di orsacchiotti, vestiti da nonne comprati al mercato, tute da romeno e bei calzoni di stoffa buona mescolati a pannoloni gonfi di piscio che neanche mia figlia a un anno. Mi sento amato come non mi era mai successo prima. Sono ancora giovane e forte. E la vita, per quanto sia diventata parecchio più disgustosa, è ancora su misura per il mio stomaco di ferro.

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