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OCEANS e l’equilibrio imperfetto di The Sun And The Cold

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Ascoltiamo il primo minuto e mezzo di questo disco: dopo una breve intro di effettistica, entrano le chitarre pesanti con un paio di accordi lenti di ascendenza post-metal, cui subito si sovrappone qualche cupo rintocco di piano. Poi parte un velocissimo stacco black metal, che infine lascia spazio al cantato pulito su una base arpeggiata assimilabile al gothic meno heavy.Chi sono dunque gli autori di un incipit così poco banale? Gli Oceans si presentano come Modern Metal band from Germany & Austria. La locuzione modern metal si usava molto negli anni novanta, quando tutti appunto volevano essere assolutamente moderni; le cover di Alice In Chains, Deftones e Radiohead in un loro precedente EP confermano le radici quantomeno ideali in quell’epoca.

Tuttavia il termine moderno potrebbe essere anche speso più letteralmente come rimando all’attualità. Gli Oceans infatti sembrano voler inglobare tracce di tutti i sottogeneri metal più vitali nel nuovo millennio: post metal strumentale, doom-sludge, black intellettualizzato, deathcore, djent, persino screamo …

Il tutto innestato su una solida base di metal cupo e cadenzato che non saprei definire altrimenti che gothic (Katatonia, per fare un nome). Il fatto che la voce pulita (alternata a parti in growl e altre in screaming) ricordi in certe tonalità quella di Chester Bennington dei Linkin Park aumenta il grado di spaesamento che ti prende all’ascolto di un gruppo la cui attitudine fa venire in mente quella di altri irregolari come i Sikth o, con un background più hardcore, i dimenticati Grade.

L’aspetto che più caratterizza gli Oceans, e che forse non emergeva da quanto ho scritto finora, è tuttavia il fatto che vogliano scrivere canzoni, non collage sonori alla Mr. Bungle. E il bello è che ci riescono pure a produrre degli hooks, come appare chiaro ascoltando innanzitutto il radio edit del singolo We Are The Storm, ma anche Legions Arise e Truth Served Force Fed, anthemica anche se dal titolo non sembrerebbe.

Però di fare delle canzoni non si accontentano, perché vogliono anche sperimentare in ogni direzione. Lo dimostra il trattamento di doppio remix strumentale (una pratica, questa sì, davvero molto anni novanta) cui viene sottoposto in fin di disco il lento atmosferico Polaris: credo si tratti di due diverse declinazioni del dubstep, che ai miei tempi si sarebbero definite una ambient e una drum’n’bass.

Il rischio di questa attitudine onnivora è prevedibilmente l’effetto-Frankenstein, ovvero l’accostamento ingiustificato di segmenti sonori incompatibili. Un difetto cui il gruppo non sfugge, soprattutto nei passaggi poco organici tra goth pulito e groove-deathcore nella versione lunga di We Are The Storm e in Take The Crown, canzone dalle melodie glaciali e aristocratiche che – non si capisce bene perché – finisce tra berci di I’ll break your fucking face come dei Limp Bizkit incarogniti.

Questi difetti sono però parte di ciò che rende il disco vitale e intrigante, e gli Oceans (da non confondere con i quasi omonimi e pallosissimi The Ocean) un gruppo che suscita la curiosità di essere seguito nelle sue future evoluzioni.

Evoluzioni che potrebbero andare in due direzioni opposte: limare le asperità verso una scrittura più lineare e hit-oriented (le potenzialità le avrebbero) o aumentare il grado di imprevedibilità, nella direzione di un crossover di nuovo conio.

Personalmente temo che in entrambi i casi sentirei la mancanza dell’affascinante ingenuità di questo primo full-length, ma mi rendo conto che questo ossimorico “equilibrio imperfetto” non può durare. Per il momento prendo come un buon auspicio per l’alba del nuovo decennio l’avvento di un gruppo del quale non si possa già pronosticare con certezza il modo esatto in cui suonerà il prossimo album.

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