Interviste Sdanghere

Deviate Damaen – “Dove c’è il diavolo c’è occidente!”

deviate damaen

Ringrazio Frank Blogthrower per avermi fatto scoprire questa band. Lui è molto più nelle profondità dell’underground estremo rispetto a me, che cerco di stare un po’ ovunque, mantenendo un ecclettismo e una dialettica ormai rara, nel giornalismo rock come in tutto il resto. Frank mi ha passato il promo dei Deviate Damaen dicendomi che lo mettevano a disagio, lo incuriosiva sapere cosa ne pensassi io. Ricordo ancora il momento preciso in cui iniziai ad ascoltarli. Me ne andavo al bar dopo aver riscosso gli ultimi spicci dal bancomat, sprofondato nella miseria di pensieri e di finanze, pensando al Natale in avvicinamento e al lavoro che non avevo più. E mentre vagavo tra i passanti, come una cinta da zingaro ormai allo stremo della fibia, iniziò l’intro recitato da una voce infantile. Era l’inizio di In Sanctitate, Benignitas Non Miseretur. E la mia mente si sbriciolò. Rimpiazzai tutte le ansie e le preoccupazioni materiali, con una tremenda angoscia metafisica. Scordatevi la multitudine lo-fi del black metal da cameretta: l’inferno acustico è quello dei Deviate Damaen! Non mi dilungo oltre con questa pappa di intro. L’intervista è lunghissima e ho deciso di pubblicarla integrale, senza spezzettarla in due o tre parti. Due sono le ragioni di questa scelta: la prima è che non mi sono mai piaciute le cose a puntate e la seconda è che a Sdangher facciamo sempre la scelta più schietta, che talvolta è anche la più scomoda. Buona lettura!

1 – Permettete che mi presenti. Sono Francesco Padrecavallo Ceccamea e gestisco Sdangher.com. Il sito è una stalla in cui dei grassi pennaioli indossano maschere da cavallo e biancheria intima di donne morte (le nostre povere nonne) prima di sedersi a scrivere. Trattiamo metal, pornografia, musica leggera e altre cavallerie. E ora passiamo a voi. In sanctitate, benignitatis non miseretur, che secondo google traduttore vorrebbe dire, “Nella santità, la gentilezza non ha pietà” è un disco che mi ha molto colpito. Prima di tutto perché nel circuito in cui sono solito pescare la musica, ovvero i torrent russi specializzati in metal, non capita una proposta tanto istrionica e audace. Entrambi questi aggettivi sono offerti ai Deviate nella migliore accezione possibile, sia chiaro. E so per certo che qualche metallaro avvezzo a recensire black metal band svervegiche, si è ritratto un po’ imbarazzato e ha lasciato che il vostro disco finisse nel cestino del suo pc. Io l’ho sentito e ho pensato di capire la ragione. In fondo voi non fate che parlare del diavolo, del cristianesimo, della retorica buonista che ammorba le genti, innaffiate di falsità mediatiche riversate non solo dai telefilm americani ma anche dalle cosiddette proposte “de na certa curtura”, tipo le trasmissioni di Codardo Augias, che per alcune povere menti disorientate, rappresentano un lume di buon gusto e stimolazione clito-mentale. Scusate, divago…
Dicevo che voi parlate di cose che dicono di trattare anche i blackster di terza categoria, ma lo fate in Italiano, ben scandito, a doppia voce, maschile e femminile. Certe tracce del vostro disco non sferragliano di chitarroni e blast-beat noiosissimi, ma sono sciarade declamatorie piene di osservazioni curiose, intuizioni geniali e momenti di amabile sberleffismo. Peccato che condiate tutte queste meravigliose menate di risate, risatine, risatone e rumorosi rettili sonori, che frusciano e belano, ruttano e sfarfallano, intorno alle parole che sentiamo. Ecco, quelle parole mettono ansia, inquietano, diffondono un senso di disagio nel metallaro avvezzo agli inglesismi blasfemi manieristici e nascosti dietro urla scimmiesche. Non c’è bisogno del bric-a-brac venuto dall’Abisso, mi spiego? E in ogni caso voi siete speciali. Con voci chiare e un tantino impostate, parlate al cuore nero dei cristiani, anche quelli che si credono ormai in salvo da Gesù. Non mi dite che avete bisogno di una domanda per continuare?

G/Ab : Non scherziamo. Chiunque mi intervisti sa che riesco a parlare di quanto mi faccia schifo il rap anche rispondendo a un quesito sui copertoni delle mountain bike, quindi occhio con le domande “aperte” perché rischi di sforare con i giga. E difatti divago subito, dichiarandoti il mio apprezzamento per l’appassionato taglio dato agli snodi di quest’intervista, molto personale e tutt’affatto supino al plauso del nerdone metallaro medio infarinato di cipria comprata dai cinesi sotto casa.
Me ne compiaccio, dal momento che ci sono tuoi “colleghi” dal midollo talmente sinistrato che, dopo averci leccato il culo per anni, si sono improvvisamente accorti che siamo una band dalle idee “scomode”. E così, frustrati dalle reazioni inaspettatamente positive della stampa mainstream rispetto all’estremismo tematico di In Sanctitate, invece di impegnarsi a stroncarlo musicalmente, hanno fatto partire un tam tam tutto ideologico volto a boicottarne la diffusione evitando di recensirlo e di trattarne. Della serie: non sborro per evitare di sgocciolare in terra. E questo sarebbe l’underground erede delle grandi avanguardie punk e metal? Ma andate a cagare.
Bene, iniziamo dal titolo che è fortemente identificativo del contenuto semantico e spirituale dell’album. Al di là di una sua traduzione letterale, che il Latino difficilmente concede, il senso è che per avere brame di santità non si può indulgere alla misericordia. Misericordia e Santità, nella nostra visione, lungi dall’essere grandezze propedeutiche l’una all’altra, sono in realtà accezioni spirituali ossimoriche. La Santità intesa come raggiungimento d’una perfezione etica ed estetica (sostanzialmente il Kalòs kai Agathos già delineato in chiave molto più prosaica sul precedente album Retro-Marsch Kiss), è indefessa e spietata tensione alla purezza. Una purezza della quale la Dannazione è mera simmetria geometrica, non opposizione politica o morale.
Ciò che minaccia la nostra gloria non è dunque il Male o il Diavolo; è piuttosto quella tipica ipocrisia buonista votata a destrutturare il legame fra bellezza e genos, al fine di spalancare le porte al mondialismo.
E questo non è un discorso ideologico; è un discorso e basta. Se vi rode così tanto il culo (mi rivolgo a chi ha orecchie per intendere) da intravederci ideologie di sorta è perché avete la coda che vi gronda di emorroidi. Noi siamo solo Artisti. Artisti appassionati delle umane vicende a 360°, certo, ma restiamo una goth/metal band pregna di quel repertorio estetico e scenico “glam” tipicamente occidentale, truccato, borchiato e scappellato.
Insomma, non siamo bancari al soldo di committenti o di referenti politici di sorta e non lo saremo mai. Quindi con la stessa goliardia con cui sfanculiamo le zecche, lo facciamo anche con quei fantocci cosiddetti “di area”, bigotti e perennemente ingrugnati, che non si fanno una sana risata manco se gli ficchi un dildo nel culo, e sanno solo ammorbarti con litanie acustiche altrettanto tediose di quelle dei loro omologhi “compagni”, tradendo così quell’indole “punk” che ogni creativo marinettiano dovrebbe potersi permettere senza chiedere il permesso ad alcun “ambiente” e ad alcuna “area”.

MESSOR: Non capisco cosa abbiano in comune i Deviate Damaen e il Black Metal a livello filo-ideologico. Nulla in comune. Le nostre tematiche non si avvicinano al canonicismo Black, e nemmeno la nostra sfrontatezza musicale lo fa. Solo, per questo album abbiamo mantenuto l’oscurità come manto estetico, ma, non appena si va a osservare di che tessuto è fatto questo manto, si capisce al volo che si tratta di tutt’altro. Quest’album deriva dalla luce, è lei la fonte: noi cantiamo solo dell’ombra per parlare di temi attuali, per provocare, per dire la nostra su ideologie, moti politici e avvenimenti cari al mondo moderno.

2 – Questo disco è “tanta roba”. Nel senso che ci sono momenti metallici, assoli virtuosi, mosaici vocali pieni di voci risentite, divertite, liriche, Stanlio e Ollio, provocazioni imbonitorie, lagnose e malate grida che parlano di anime, e ovunque si denuncia il puzzo di morto, negli spezzoni di canzonette di protesta, nelle ballate goticheggianti, nel cuore di una messa sonora nerissima e altamente artistica. Però talvolta c’è un fondo di manierismo, se mi concedete. Nel satanismo dei Deviate Damaen avverto una sorta di prevedibilità. Una contea di provocazioni e di visioni, di peoticità e di lordura che ho già conosciuto e sentito da qualche altra parte. Quello che mi piace è che invece ci sono momenti in cui uscite dal prevedibile satanesco e ci fate salire in una nave di folli emarginati e sconfitti, feroci predatori e sbavanti elemosinieri, e con loro galleggiamo tutti lungo la corrente di una mota fognaria. Ma cosa ci state dicendo, al fondo di tutta questa negatività? Che l’umanità è ripugnante e che Satana è bellissimo? Già sentito.

G/Ab: Che figata, sei l’unico che cita il film di Fra Diavolo; e noi gli unici ad aver avuto i coglioni di perculare quel nano massone di Napoleone (<<..morto a Sant’Elena come un coglione..>>, da Santo Fra’ Diavolo, Spara Per Noi!).
Oltre ad aver dato vita al magnifico pezzo lirico di Aubert che intono nell’intro, e a una produzione filmica e letteraria meschinamente trascurata, Fra’ Diavolo (al secolo Michele Arcangelo Pezza) è stato un grande patriota anti-giacobino e per questo è passato alla storia come “bandito”.
Del resto, come avrebbero mai potuto considerarlo un “patriota” quanti, dalla Rivoluzione francese in poi, hanno remato verso una de-spiritualizzazione dell’Occidente, onde favorirne l’imbastardimento etnico-culturale?!
Guarda tu il caso, dove c’è il “Diavolo” (nel caso: Fra’ Diavolo) c’è Occidente, c’è Dante, c’è la “sacralitas” romana. Satana diventa l’estetico e letterario anticorpo, ideale a contrastare il morbo del laicismo e del multiculturalismo mercantilista.
“L’angelo Preferito, Il Primo Insorto, Il più antico Dannato” è tratto da un testo di Giovanni Papini (autore che invito tutti ad approfondire) che noi abbiamo riadattato al tema dell’album, ovvero la condanna dell’ignavia e della mediocrità spirituale. E lo sfondo della messa cantata è stato registrato dal sottoscritto nella cattedrale di Ratisbona poiché la mistica sontuosità gotica di una liturgia occidentale non si può ricostruire in studio di registrazione, ma va respirata là dove essa nasce e continua a celebrarsi.
Quello della veridicità sonora e timbrica è sempre stata una vera ossessione per i Deviate Damaen; già nel ’97 ci recammo presso un confessionale romano a registrare la reazione del prete innanzi al sacrificio di un giovane santo che, pur di evitare che la sorella commettesse sacrilegio masturbandosi con un rosario, decise di possederla commettendo incesto.
Quel giovane, scegliendo la dannazione volontaria anziché la tolleranza di un atto impuro, da santo divenne peccatore agli occhi del mediocre prete di turno che lo confessava (e che lo condannerà) esattamente come tutti gli omuncoli di turno hanno sempre condannato i grandi ideali salvifici che avrebbero potuto rendere più bello e radioso il futuro di tutti noi.
All’epoca, molti pensarono che avessimo registrato quella confessione come atto di blasfemia satanista, mentre era l’esatto contrario; era una celebrazione di eroica tensione alla “sanctitas” sonorizzata all’interno di un luogo realmente santo.
Così come solo negli abissi, nelle grotte, nelle gole e nelle cripte ci rifugiamo a comporre e registrare. Fra torri diroccate che sono state teatro storico di eventi salvifici per la preservazione estetica di ciò che possiamo scorgere in ogni istante guardandoci allo specchio. Magari per rifarci la bocca dopo un bel giro in metropolitana.

3 – Satana è l’avversario e il satanista si dichiara tale perché decide di essere avversario egli stesso del falso, dell’ignorante, del buono a ogni costo, del retorico. Il vero satanista, ammesso che ne esista uno spendibile, non crede nel demonio ma usa il demonio come figura ispiratrice, filosofica e poetica. Io sono satanista convinto in questo senso. Sdangher, il sito su cui è pubblicata l’intervista, si regge su un motto profondamente libertario, “se senti di non doverlo scrivere, allora scrivilo” e credo che questa sia la preghiera più satanista che abbia mai concepito e praticato. Amo la libertà, di conseguenza smetto il satanismo perché altrimenti diventa una fregatura come tante altre. In voi noto delle piacevoli affinità, e sento a tratti quel “divenire” che dovrebbe, a mio avviso essere la vera base di una natura “satanica”. “Trasformarsi” – al punto di non potersi più neanche definire satanista nella fotografia un po’ datata scattata da Anton LaVey molti anni fa, ma qualcosa di nuovo, incerto e pericolosissimo. Purtroppo è pieno di tanta gente che indossa il manto nero, le cornine e il forcone e non ne esce più viva. Cosa ne pensate?

G/Ab: nel pormi la tua domanda hai espresso concetti talmente vicini al mio sentire che non serve ch’io aggiunga molto, se non questo: da non credente, sono convinto che oggi tendere a Dio (chiamalo Zeus, Giove o Wotan) sia un atto rivoluzionario e ribelle, poiché il regime imperante (globalista, laicista e massonico) fa di tutto per farci tendere alla scimmia.

MESSOR: Ciò che stai descrivendo è satanismo razionalista aka ateismo paraculo dal quale i DD sono lontani anni luce. Io non sono ateo e non provo simpatia per questa linea di pensiero.

G/Ab: come vedi un ateo come il sottoscritto e un credente come Messor, pur partendo da presupposti diversi, convergono sulla medesima progettualità: esaltare misticismo e spiritualità e sbertucciare materialismo e paccottiglia globalista.

4 – Il black metal mi annoia. E voi, quando lo praticate (Messor sarà felice di questa mia impressione) finite per essere noiosi, come tutti gli altri, mi spiace. Inevitabile. Non c’è un modo di farlo che non sia… quello e quindi che palle! Vi adoro quando cercate costumi sonori diversi (sono letteralmente impazzito per la vostra scatologica rievocazione di Fra Diavolo del vecchio film di Stanlio e Ollio che da bambino adoravo) ma nel momento in cui comincia il tuppatuppa, con le chitarre che ronzano e la voce che ulula blasfemie impercettibili, allora sbadiglio. Il metal estremo è tra le cose più monotone che ci siano in giro. Siete d’accordo?

G/Ab: vedi, i Deviate Damaen possono permettersi di fare qualsiasi genere senza dover ammettere di fare quello specifico genere. Io ascolto pochissimo black metal e noi non siamo una band black metal, ma se ci gira facciamo black metal; ci è girato e l’abbiamo fatto. Non dobbiamo certo chiedere il permesso a qualche black metaller del cazzo che non rutta neanche con l’acqua minerale. Per noi tutto parte da Dante, il poeta più metal di sempre: senza la Divina Commedia non sarebbero esistiti i compositori romantici, né la letteratura gotica, né la musica classica; di conseguenza non sarebbero esistiti né i Venom né i Candlemass, né i Mercyful Fate, e quindi nemmeno i loro nipotini più o meno spuri black/death.
Non a caso, sul fronte opposto al metal, non c’è il folk, il rock o la disco; c’è il rap. E si sa che il rap è la musica del globalismo. E il globalismo ha scelto l’Islam come religione papabile ad annientare la sacralità occidentale, e come l’unica a poter essere adattabile al “grande meticciato globale”, in quanto capitanata da un’entità incorporea, amorfa e, ancor peggio, iconoclasta. Loro odiano la personificazione della divinità, l’ “eidolon”, lo specchio; mentre noi lo adoriamo e a esso dedicammo uno dei nostri primi brani, Mirror, My Love, nel ’93, che presto riproporremo in una nuova veste.

MESSOR: No, a mio avviso il metal estremo è fra i generi in grado di trasmettere di più (parlo del Black specialmente, non del Death). Oltretutto non trovo che nel nostro estremismo ci siano particolari punti in comune con quella che è la mediocrità nel genere in questione.

5 – In un mondo in balia del neoliberismo, la gente capisce solo il proprio stomaco. Lo riempiono a spese di altri e lo svuotano nelle bocche di chi non ha potuto mangiare. E voi sembrate osservare tutto questo con un ghigno, come se non vi riguardasse. Non vorrei farvi una ramanzina eppure io credo nell’uomo. E non aspetto che ci sia un dio a salvarlo. Mi aspetto che sia l’uomo a trovare un modo. L’egoismo dei lupi non esiste. Nemmeno i lupi sono così egoisti come vorremmo dipingere gli uomini. Troppo ottimista?

G/Ab: non lo definirei ottimismo. Piuttosto, volontà di credere nelle potenzialità umane, quelle di cui sopra, che tendono a Dio e non al fango. Però attenzione: l’antidoto all’egoismo non potrà mai essere lo spalancare le chiappe a tizio o a caio e, men che mai, a chiunque. “Il simile attira il simile”, diceva Omero: ebbene questa è la nostra logica affettiva. Una logica gerarchica e decisionale, non apolide e universalista.
Qualsiasi legame affettivo, amicizia in primis, è frutto di scelta; e il corollario di una scelta è la conseguente discriminazione di tutto ciò che resta escluso da essa su base volontaristica. E così, tornando al concetto di volontà dal quale son partito, si chiude il cerchio del mio ragionamento.

MESSOR: Io sono e sempre sarò vicino e fedele alla Morte. Trovo sia la via più adatta, e l’unica cosa nella quale credere.

6 – Parlatemi d’amore. Nel vostro disco ce n’è eccome. Per me non siete una banale satanic metal band proprio perché affrontate la cosa in modo assai schietto e variegato. Nel satanismo c’è un incredibile amore verso gli altri. Non siamo mossi dall’odio, ma lo riconosciamo come necessario. Questo non significa che si debba usare con la violenza, ma riconvertirlo in energia utile. Altrimenti è solo altra merda che spandiamo intorno a noi e difficilmente ci torneranno indietro dei fiori, come si illudeva De André. Almeno a me gira di pensarla così. Eppure conosciamo la potenza dell’amore. Nel disco dite che “Satana fu da Dio impossibilitato ad amare, e Dio al contrario è obbligato ad amare tutti, anche chi non può più amarlo come Satana”. Dio, in quanto entità fatta a immagine e somiglianza dell’uomo, è la causa del suo stesso male. Sistematicamente toglie il cuore dal petto di una bella donna e poi immette nelle proprie arterie una passione indomabile per lei. Quanti uomini e donne piantano il proprio cuore nei terreni più brulli e devastati che ci siano in giro? E dopo li innaffiano di lacrime sperando che da quei cuori nasca qualcosa che non sia polvere e puzza di putrefazione del loro organo stesso. Ma tornando a voi… Nella quinta traccia, Aspetterò l’altrove, c’è una dolorosissima dichiarazione d’amore post-datata. Sembra che si dica: l’amore è eterno e la vera dimensione in cui può davvero vivere è dove l’eternità è vera e non c’è la caducità della carne, non c’è una scadenza, un tempo, una meccanica che si arrugginisce sempre di più. L’amore è oltre questa vita, oltre la morte… Che ne dite, ho inteso qualcosa di ciò che volevate dirmi?

G/Ab: ..ti parleròòòòò d’amoooorrrr…ohhh, finalmente qualcuno che ci intervista su tale argomento. Tutti son sempre lì a dirci di odio, estremismo ideologico, provocazioni filosofiche, militanza politica. Eppure nei testi dei Deviate Damaen c’è tanto amore, ce ne è sempre stato.
Sebbene il nostro motto sia “We Love You All, Adore Us All”, tale argomento viene puntualmente “tralasciato” nelle interviste e nelle recensioni almeno quanto il mio talento vocale.
Il narcisismo è la prima forma d’amore; quelle successive sono il sangue: madre e padre, ovvero ciò che il putridume globalista vorrebbe ridurre a entità numeriche come i carrelli d’un supermercato. Poi vi è l’amore d’elezione, ovvero l’amicizia. Segue l’appartenenza, ovvero i luoghi, l’etnos, la storia. Infine l’amore creativo, ovvero i gusti, le passioni, l’arte e ovviamente l’eros.
Ora, per vivere e celebrare tutte queste dimensioni amorose è indispensabile disporre di un corpo efficiente; poiché l’unico stato vitale e cosciente di cui abbiam contezza è quello corporeo, inutile girarci attorno. E poiché il corpo è soggetto a deperimento come ogni elemento dello scacchiere entropico, dobbiamo gestirlo “spartanamente” affinché duri al meglio e il più a lungo possibile: vivere a basse temperature, alimentarsi esclusivamente con prodotti partoriti dal medesimo territorio che ha partorito noi stessi; allenarsi quotidianamente, rifiutare l’uso di automazioni e servomeccanismi, non assumere medicinali e vaccini creati apposta per indebolirci e assoggettarci al nichilismo.
Così io coltivo il mio corpo e, pertanto, così io lo amo. Amore ed eros passano per le mie membra, risentendo e dipendendo inevitabilmente dai loro equilibri; ecco quindi che l’unica dimensione svincolabile dalle limitazioni entropiche resta quella extracorporea, che conto di poter finalmente abbracciare in quel luogo letterariamente definito come “aldilà”. Ivi, spero di incrociare i mille sguardi di individui che le contingenze spazio-temporali dell’attuale dimensione non mi hanno mai consentito di amare carnalmente; e spero che allora, guardandoci e sorridendoci vicendevolmente, ci si possa finalmente chiedere un bacio senza arrossire più.
Certo, l’auspicio è quello arrivare al trapasso con pochi rimorsi e con ancor meno rimpianti; quindi nel frattempo farò di tutto per consumare la candela della vita, e quindi anche quella dell’amore, sino all’ultima lacrima di cera colata.

7 – Sacre gesta cavalcano il metallo / Heilige taten reiten das metall si apre con una frase meravigliosa: “non vedo giovani tra i viali dei cimiteri. Dovrebbero essercene invece, per fare amicizia con quei cipressi che un giorno ne veglieranno ciò che resta”. Io amo i cimiteri ed è lì che vado quando voglio sentirmi al mio posto. Ho lavorato per anni con alcune imprese funebri e ho immerso le mie mani nella polvere che si dice, un giorno tutti torneremo. Non è proprio polvere, è più una specie di fango. Questa vostra frase però mi ha acceso il cuore. Anche se non rinunciate a sferzare la gioventù, così lontana dal pensiero della morte, siete poetici. E poi continuate… “dovrebbero essercene INVECE, è come se rispondesse alla protesta di un adulto, che scusa l’assenza dei ragazzi nel cimitero dove un giorno nutriranno la terra o imperleranno il marmo delle piccionaie”. Comunque l’incipit mi ha ricordato la Scapigliatura. Vi piacciono gli Scapigliati?

G/Ab: E’ molto bello che tu abbia considerato il valore di quella frase. E’ una frase importante, per far recitare la quale ho riarruolato alla voce il mio pupillo di Retro-Marsch Kiss, Laerte, dal momento che essa riprende il fondamentale tema della continuità biologica e spirituale trattato in quell’album. Un giovane uomo dallo spirito fiero e dal corpo scultoreo, il nostro Laerte, che guarda dall’alto in basso la vuotezza dei tanti adolescenti che invece di frequentare i cimiteri per nutrirsi di sacre memorie, ciondolano fra un divano e una panchina, con la visiera girata al contrario (grottesco aborto della ragione su cui sto scrivendo un brano a sé), il grugno all’ingiù e i cuffioni da orango saturi di rap perennemente calzati in testa. Un rap che è l’adattamento moderno di quell’editto di Saint Cloud nel quale già Foscolo vedeva il tentativo massonico di allontanare i giovani dal ricordo dei loro ancestri, ponendo i cimiteri lontano dalle città che rimanevano così mere babeli commerciali alla mercé dell’onanistico pascolo di greggi promiscue. E noi proprio con Foscolo chiudiamo tale brano dedicato alla memoria delle eroiche gesta che ci hanno preservato grazia ed eleganza nei lineamenti.

Ma sappi che Sacre Gesta non è certo il primo brano dei Deviate Damaen a denunciare il tradimento del sangue perpetrato dai servi del mondialismo: Già nel ’93 in Hail Lefebvre! ci scagliammo contro l’ecumenismo inculturazionista post-conciliare; in N. Anathem inveimmo contro i soloni sessantottini che ci hanno sommersi di cazzate storiche; in Basta Non Basta imprecammo contro i barbarismi e contro l’oblio in cui la società moderna vorrebbe frullare i nostri anziani. In Tethrus imploriamo Poseidone di affondare le navi degli invasori (per rendere l’effetto audiofonico ho pagajato sino al largo del Sentiero degli Dei, lungo la Costiera Amalfitana, per poi affondare un microfono legato alla canoa fra i flutti impetuosi); e sempre sullo stesso brano raccontiamo una delle tante vicende “trascurate” dalla storiografia del dopoguerra, ma tramandata oralmente nelle campagne del Maccarese: la barbara uccisione a tradimento – e a guerra finita – di un soldato tedesco, benvoluto da tutti e rimasto a lavorare nella zona come contadino, da parte di partigiani vigliacchi e sfaccendati.

Ebbene è questa la nostra “scapigliatura”, l’unica plausibile sotto dittatura globalista: rivendicare l’orgoglio per il fluido rubente che ci scorre nelle vene.

Un ultimo cenno su quest’aspetto, già che ci siamo: la pornografia. Per anni è passata come “arte di sinistra” perché le si attribuiva il vezzo radical-chic di sbeffeggiare un certo qual perbenismo catto-borghese. Nulla di più contraddittorio e ossimorico: la pornografia è anzitutto Occidente. Essa è istoriata ovunque nel mondo antico. E’ differenzialismo ancestrale, iniziando dalle differenze maschio-femmina, cioè esattamente ciò che il mondialismo progressista vorrebbe asfaltare. E’ differenzialismo umano, poiché la nudità rende esponenziale la superficie di corpo scoperta a evidenziare le differenze morfologiche fra i più svariati esseri, iniziando da quelle bianchi/neri, alti/bassi, in forma/fuori forma, lasciando ognuno libero di scegliere il proprio modello. Osservate la moda attuale: copre, non scopre; sovrasta le forme, non ne delinea le fattezze. Insomma, mira in ogni modo a uniformare e a sterilizzare quella bellezza fatta di colori, forme e differenze che solo denudando i corpi sarà possibile svelare.
La pornografia è vitalità corporea, è catalizzatore di prolificità erotica e di creatività plastica. E’ espressione ed espressività, quindi vita. W la pornografia.

8 – Non avete usato l’Italiano in tutti i vostri lavori. Qui però ce n’è parecchio, insieme al latino e al tedesco. Ecco, il tedesco secondo me andrebbe evitato perché se sotto ci si mettono delle chitarre robuste si finisce per trasformare tutto in una versione produttivamente blanda dei ritriti Rammstein. E Sacre gesta… mi sembra che finisca per perdere quota proprio quando passa al cantato in tedesco. È un bel pezzo, sia chiaro. La qualità del disco è molto alta, ma qui avrei evitato una concessione così palese al Krautanz Metal, anche se per molti versi voi siete più parenti con i Lacrimosa.

G/Ab: guarda, mi piacerebbe chiarire un punto una volta per tutte. Chiunque tenti parallelismi fra i Deviate Damaen e altre band sfida la mia abissale ignoranza musicale, che già di per sé rende improbabili quelle che sarebbero le presunte fonti d’ispirazione che talvolta mi vengono indebitamente attribuite. Ascolta qua: giorni fa ero con amici e sentiamo accennare il giro di Paint It Black su una pubblicità televisiva, <<toh…i Mephisto Walz>>, faccio io; al che, i miei amici: <…>. Eccomi, ok?
Quindi dei Rammstein so poco o nulla, se non che il cantante non ha nemmeno il mellino delle mie doti vocali, e che per continuare a galleggiare nel mercato giovanile mainstream, quella band è costretta e mettere attrici africane nei propri video o a inscenare duetti con rapper turchi che evidentemente rappresentano oramai il baricentro del gusto giovanile.
Già che mi avessi citato i Laibach, sarei stato più disponibile a riconoscerne originalità e trascorsi tali da poter costituire un qualche velato riferimento papabile per i Deviate Damaen. Purtroppo però, anche la band slovena, da che si è trasformata in una sorta di angelico gineceo fricchettone e pacifista, è riuscita a farmi andare di traverso gli ultimi album.
Molti “leader” hanno il brutto vizio di farsi strappare lo scranno da sotto il deretano da coriste e cantantucole che poi finiscono col prendere il timone della baracca, femminilizzandola come il tavolino delle riviste d’un parrucchiere. Per cosa, poi, per qualche trombata? Io bei fighetti nei Deviate Damaen me ne son passati più d’uno, ma non per questo li ho lasciati mai lontanamente pensare di scavalcarmi… ah… sai le capocciate che pijavano?!

Quindi, tornando a bomba, ti prego, lascia stare le similitudini fra i Deviate Damaen e altre band perché rischi cantonate colossali. Sacre Gesta nasce come brano epico nel quale declamare gesta eroiche tratte da classici della letteratura europea, fra i quali ho scelto La Gerusalemme Liberata e Il Rolanslied, fatto cantare a un mio fraterno amico tedesco, attore televisivo sotto mentite spoglie, PanaRXa; non posso farci niente se il suo cantato teutonico “teutonizza” i brani assimilandoli a quelli di autori solo più famosi di noi.
E a proposito di “autori famosi” vorrei spendere due righe per trattare un altro aspetto filosoficamente importante della nostra produzione, e cioè le “cover”. Premesso che siano fuori discussione la nostra originalità e unicità, rivendichiamo tuttavia il valore del “genos” anche in ambito musicale. Tutto in natura viene partorito da qualcosa di preesistente che ne firma in qualche modo il dna; un dna del quale ogni erede dovrebbe esser fiero e paladino.
Ora, in un momento storico in cui forze palesi stanno tentando di estirpare ogni legame fra gemma e radice, fare una cover significa dare un pestone sul grugno ai fustigatori della Verità. Significa celebrare nomi, brani, titoli e band che hanno tracciato quel prezioso Filo d’Arianna con il passato che i fautori dell’Uguale vorrebbero seppellire sotto palate di letame uniformante e modernista. Ecco perché è fondamentale inserire in almeno ogni album una cover che racconti da dove veniamo: poiché ognuno di noi viene da qualche parte.
White Venus (già coverizzata dalle Bananarama negli anni ’80), Schizo (Venom), Stabat Mater (Pergolesi), sono solo alcuni di titoli “radicali” che abbiamo voluto valorizzare. Ho in animo di registrare un intero album di classici del metal riarrangiati in chiave organistica, così da farli conoscere ad attempati fruitori di musica classica, e, al contempo, far saggiare la musica classica a giovani metallari, sperando che sempre più virgulti affluiscano a un genere musicale che i potentati mediatici stanno facendo di tutto per estinguere.

9 – I tarocchi della vostra sfiga è il pezzo che mi ha più colpito. Uno scenario satanico in cui una voce femminile dileggia un corteo di gente assetata di rassicurazioni divinatorie e di conforto. “Siete troppo buoni per essere santi”, dice. E nel discorso della cartomante ecco che inserite degli spezzoni che sembrano pescati da you tube o dalla TV. Voci grevi, volgari, esasperate che ruttano odio, risentimento, piccoli frammenti di realtà montati insieme su Salvini, meningite, rom, miseria africana e nuove diete a base di insetti… c’è anche il monologo di una donna romana che sembra ripreso dalle proteste di Torre Maura contro i Rom, a cui fa seguito a una voce angelica che esorta a devolvere l’8 per mille alla chiesa. Sembra però che nella voce della cartomante e nelle altre prediche demoniache e un po’ melliflue disseminate nel disco, vi sia una specie di contro-appello al senso di colpa di quei cristiani ipocriti che sprofondano in una mota di irresponsabilità e illusione. Sbaglio? Usate le stesse armi dei preti cristiani?

G/Ab: Beh, sulla storia dei preti sì, sbagli, ma sul resto c’hai preso in pieno. Questo è il brano che maggiormente argomenta il titolo dell’album e quindi il tema del rapporto inversamente proporzionale che esiste fra bontà e santità, dal nostro punto di vista. Già in precedenza brani come Luciditas, Semper Luciditas!, come Un Mondo Senza Stelle o come L’Elite De Notra Merd avevano preso di mira “l’ipocrisia dei buoni e degli uguali”, ma questo li sbaraglia tutti per estremismo e sprezzanza (il bullicame di sfondo l’ho registrato rischiando la vita presso le venefiche sorgenti del Mefite, nelle quali mi sono immerso di polla in polla munito del mio fido minidisk).
La nostra horrenda fattucchiera deviatica dispensa sfiga a <> e a chi continua a starnazzare “Bella Ciao” senza invocare mai altra libertà che non sia quella di pensarla come i companeros. Tutta questa strafottenza ci è servita negli anni a farci un nome, certo; un nome che oggi, nel bene e nel male, è sinonimo di palle attaccate allo scroto: nel ’97 su Un Mondo Senza Stelle già denunciavamo la partigianeria di uno “show business” dove per fare carriera devi recitare la parte del drogato, devi fare pietà alla gente con qualche menomazione fisica, devi avere “l’anima rossa o nera la pelle” (pelle che oggi vediamo sempre più scurirsi su tanti ruoli cinematografici e televisivi del passato, in ossequio al politicamente corretto). Nel ’99, sullo Stabat Mater Deviatika, la nostra rivisitazione dell’opera di Pergolesi, già avevamo preso di mira i soprusi di certo “regime” ai danni dell’autodeterminazione delle vulnerabili coscienze dei bambini, anticipando di vent’anni il caso “Bibbiano”. In Purgazione Canonica domandavamo al mondo intellettuale come mai esso non battesse ciglio circa la barbara pratica dell’infibulazione, in deroga ai suoi stessi mantra femministi. E in Reazione! fustigavamo certi premi Nobel che si erano arricchiti predicando pauperismo e comunismo per poi andare ad inchinarsi davanti al Re di Svezia agghindati in costosissimi smoking.
Nel 2017 abbiamo inviato due nostre attrici impellicciate come maitresse in uno dei templi dell’editoria radical-chic a mettere furtivamente un nostro album privo di codice a barre fra gli scaffali, per poi fingere di volerlo acquistare, mandando così nel panico gli addetti e registrando l’intera sceneggiata per confezionare il brano Nel Limbo D’Un Codice A Barre, una feroce critica al materialismo mercantilista imperante nel mondo editoriale.
Ebbene, dov’erano tanti nostri “colleghi borchiati” (e magari blasonati) mentre noi facevamo tutto questo? Forse erano a cantare di comunismo e fratellanze universali, come i CCCP, il cui leader ora viene a fare il pianto greco su come la globalizzazione abbia devastato la sua amata terra natia. O come i Litfiba, che su Tex rivendicano il diritto degli Indiani a difendere la loro terra dagli yenkee e poi su No Frontiere blaterano che la terra è di chiunque voglia accaparrarsela. O come i tanti fighetti più o meno metal che vanno a ciucciar piselli in qualità di esperti musicali in danarose trasmissioni mainstream.
O forse erano a farsi chiudere i negozi di rock, goth e metal, oramai spariti ovunque e sostituiti da kebbabberie e cianfrusaglie etniche?

Ovvio quindi che una band come la nostra pulluli di nemici, e non solo fra i suoi detrattori naturali, ma anche fra molti “colleghi” invidiosi, agli occhi dei quali i Deviate Damaen simboleggiano elemento di frustrazione della propria inadeguatezza a essere altrettanto espliciti nel dire quello che si pensa e nel cantare quello che si dice.
Noi ce ne fottiamo, poiché come caschiamo, caschiamo in piedi! ( da Gothiko, Non Hai Capito Un Cazzo Se…: <<Gothiko, non hai capito un cazzo se fai quello di sinistra e multiculturalista sei.. ..multo nel cul lo prenderai…>> ).

10 – Fratelli d’occidente, salviamo noi stessi dall’estinzione! Invece è un comizio poliglotta che esorta l’occidente a salvare la sua poesia, le proprie statue, il diritto alla celebrazione del proprio orgoglio dall’imbarbarimento estetico e spirituale voluto dall’ingordigia dei mercanti. Quando ci si trova davanti a certe band estreme non si capisce mai se dietro un simile momento nazi-fucky ci sia connivenza o provocazione. La tastiera sotto la voce però sembra uno score di un vecchio film di John Carpenter che monta la tensione. Direi che bisogna seguire le note e non le parole per capire davvero cosa ci sia dietro un pezzo del genere, quale sia il suo nocciolo. Voi lì state facendo la parodia dei nazionalismi moderni europei, che stanno al vero nazionalismo, come i Greta Van Fleet di oggi stanno ai Led Zeppelin del 1971. Mi spiego?

G/Ab: Sì, è un brano focale per comprendere il nostro approccio all’attuale momento storico: musicalmente partorito dalla virtuosa verve compositiva ed esecutiva di Maxx Maryan (Black Shine Fever, Helalyn Flowers, Okkultum Magnificentia, Imjudas), molte sono state le defezioni nell’arruolare cantanti europei che fossero disposti ad accodarsi al grido di “resistenza” che rivolgo nel testo a tutto l’Occidente, nelle diverse lingue nazionali. Ti parlo di gente che ci chiede di autografarle i cd per poi farcisi la foto; ma poi, se si tratta di mettere la faccia su un brano militante, nisba.
In ogni caso, dato che non ci mancano né il prestigio né le amicizie per reclutare celebrità adeguate ad una missione così fatidica (fra le quali troverete Apolokia e ZetaZeroAlfa), il testo è stato recitato anche in Inglese, Latino, Greco e Norreico. Ed è senz’altro il brano più “politico” dell’album.
Ma ora basta con la politica, vorrei chiudere parlando un po’ dei reali protagonisti del focus di tante parole: i Deviate Damaen. Sono loro i veri propellenti delle folgori che scateniamo da quasi trent’anni. Partendo con gli ospiti di quest’album, il primo, in ordine di importanza, Vincent Felis, conosciuto grazie a Renato “Mercy” degli Ianva (col quale ho collaborato in passato). Vincent, deluso da un buon numero di ex compagni di band nel corso degli anni 80 e 90, e dagli inevitabili compromessi musicali che comporta far parte di una band, a partire da fine anni 90 ha intrapreso la scelta drastica di rimboccarsi le maniche e autoprodursi la propria musica in completa solitudine. Un orgoglioso vissuto che lo ha reso il perfetto lupo solitario dal gusto e dalla tecnica scevri da mode e tendenze.
Di alcuni degli altri ospiti ho già parlato nei paragrafi precedenti, ma ci tengo a citare anche gli amici Immortadell, la cantante lirica italo-ungherese Mikayla Benedicta Sestilia, Jonathan Add Garofoli (già nella formazione di RMK) e il virtuoso violinista Zrcadlo, egregiamente cimentatosi in un brano settecentesco che già conoscete nella sua versione corale sull’intro di Armageddon di Paul Chain.

 

Venendo alla band vera e propria, quest’album saluta l’ingresso del succitato Mysticvs Ex Nigra Flamma Messor “Matt&Deviàt”, un gran bel virgulto (ahimé gli piace la figa!) con un approccio al metal tanto originale quanto aggiornato. Oltre ad avermi affiancato sui cantati in screaming e growl, aiutandomi anche a mosaicarne le partiture vocali, mi ha fatto scoprire l’uso dei Deathwhistle, i “fischietti della morte”, che, armatici di mountain bike, siamo andati a registrare insieme all’interno di gole naturali e santuari a strapiombo per sfruttarne al meglio i riverberi. E che dire di come ha “suonato” la falce che chiude il brano Signore E Dio e del suo “personale” orgasmo che chiude L’Urlo Del Cappuccino ? Da urlo.


Eccezionalmente questa formazione ha visto l’amichevole presenza di Cyberwolf (Giampaolo, negli Stormlord), che da sempre collabora con noi come chitarrista, ma che stavolta è presente in chiave attoriale ed elettronica. Quanto alla nostra Lilì Lilien, non necessita di presentazioni di sorta: basta guardarla nelle foto.

Last but not least, il mio fratellino e braccio destro nonché eminenza grigia della band, Ark, geniale polistrumentista, thereminista e valente ingegnere del suono che tutto suona e tutto fa suonare. Titolare a sua volta di un eccellente e spericolato progetto musicale di ardua catalogazione, come tutto ciò che è “Hanormale”, senza di lui i Deviate Damaen non sarebbero quello che sono e, men che meno, avrebbero un cantante capace di andare a tempo.


La grafica è stata invece affidata a una pestifera diciottenne di nome OberKvmmara, spietata, con la quale abbiamo lavorato fianco a fianco un’intera estate, romanticamente affacciati sul guardo del Promontorio dannunziano di San Vito Chietino, ove il buon Vate ci ha tenuto la sua mano sulla spalla sino all’ultimo tramonto.
A tal proposito, una grata menzione va all’amico Mario “The Black” Di Donato che ha impreziosito la veste grafica con un suo dipinto raffigurante un Cristo alquanto caucasico che farà scagazzare di bile i sostenitori del mito di “mama Africa”.

Due cenni sul futuro più prossimo: partecipazioni a go go (imminente è quella che mi vede sul venturo album degli amici Imago Mortis) e, come da tradizione dopo ogni uscita, il riassetto della formazione che vede due new entry: DanPK alle chitarre ritmiche e all’elettronica, e la scosciatissima Sin dai Labyrinthus Noctis al basso (già con noi su Schiuma Su Sto Scroto, Progressista!). Quanto allo stuolo di ospiti, ritroveremo presto John John Purghezio degli ZetaZeroAlfa, ed esordirà con noi la piccola Angra Mainyu, una bambina davvero malvagia che si esibirà sul nuovo singolo Buon Maiale! (del quale potete vedere la copertina qui sotto) dedicato al brulicare di pidocchi politicamente corretti che c’ammorba ogni santo Natale con la solita smegna multiculturalista.


Anzi, ti lascio con l’ultimo capoverso di questa adorabile, inedita canzoncina che sarà “on line” i primi di febbraio per tenere compagnia alle anime (realmente) ribelli che rinunceranno alla rappereria sanremese:
<> Sdangh.

E con questo, non passo… ma chiudo.
La mia soavità, G/Ab ASMODEUS SVENYM VOLGAR DEI XACRESTANI

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