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Fabiana Dadone e il metallaro col chiodo nell’armadio

fabiana dadone

Qualche giorno fa il nostro ministro della pubblica amministrazione Fabiana Dadone ha dichiarato che avrebbe seguito Sanremo solo se fosse stato un festival metal e che le piacciono gli In Flames. Su Rai Tre e di prima mattina. Di per sé la notizia non sarebbe stato nulla di rilevante, ma il fatto che si parli del metal in Rai è davvero un evento epocale, specie in questi anni. E mi ha colpito, in primis perché almeno ho conosciuto nome e cognome di una carica dello stato di cui ignoravo l’esitenza fino a ieri, e in secondo luogo perché la cosa mi ha stimolato a pormi alcune domande neanche tanto banali sulla musica che amo.

In giro ho letto un bel po’ di commenti riguardo al fatto che nessuno l’avrebbe mai detto, che sembra solo una professorina ignorante o che fa semplicemente finta, giusto per il fatto che magari la persona in questione non mostra alcun segno visibile della sua passione per la nostra musica.

Allora mi sono chiesto: in che misura nel 2020 l’abito fa il metallaro? E il metal ha ancora bisogno di segni visivi inequivocabili per ribadire la sua tribù d’appartenenza?

Spesso leggo tentativi di psicanalizzare il nostro genere musicale per una presunta perdita di identità, quando magari si è semplicemente trasformato, pur senza perdere la sua integrità.
La verità è che il metal è cresciuto e invecchiato, ma di certo è vitale più che mai. Il problema è che non si vede quasi più e quindi di questi tempi sembra una cosa nascosta, quasi evanescente e del tutto privata, per la maggior parte del tempo scollegata dal senso di appartenenza a una comunità che non sia solo virtuale od estemporanea.

Perciò ha un grosso problema di come viene percepito, anche tra i metallari stessi, che potrebbero erroneamente pensare che il metal sia morto solo guardandosi attorno e non trovando nessuno con le magliette dei Judas Priest. In alcuni casi è così: per dirne una, io vivo in un paesino vicino al delta del Po la cui densità di gente che conosce i Gorguts o che nell’armadio ha una maglietta degli Slayer per chilometro quadrato è inferiore a quella degli abitanti dell’Antartide.

La cosa singolare, però, è che gli universi, gli incubi e le visioni infernali che il metal sa creare nella mente di chi lo ascolta sono sempre lì, e impattano allo stesso modo di un tempo, solo che adesso, nella stragrande maggioranza dei casi, sono venute a mancare i collanti esteriori che aiutavano a rendere riconoscibile un certo tipo di sentire (che comunque non è mai stato proprio così scontato).

Aggiungi poi il fatto che i social e internet hanno ulteriormente liquefatto quel senso di comunità fisica e reale (anche se alcuni potrebbero pensare l’esatto contrario) che anche il metal, come tutte le altre fenomenologie umane, aveva manifestato nei suoi momenti migliori.

Il metallaro ha da tempo messo il chiodo nell’armadio, non è una novità, ma anche oggi come ha detto il nostro Max “Doomicus” Guidotti “i metallari sono ovunque, anche dove meno te lo aspetti” e per andare ai concerti non si fanno nessun problema a ritirarselo fuori, scoprendo poi di non essere affatto soli, anche se i numeri di un tempo sono ormai un miraggio… ma qui probabilmente dovremmo fare una riflessione sulla perdita di interesse (e di soldi) per la musica in senso generale, e non solo circoscritta al metal.

Ecco che quindi, in tutti i campi dell’agire umano scopri gente di una certa rilevanza che il metal lo segue e lo apprezza, talvolta contribuendovi in maniera attiva. Oltre alla ministra in questione, possiamo ricordare attori (Keil Ghilcrist e la sua passione per il grindcore), sportivi (Dominik Paris con i suoi Rise Of Voltage) e direttori d’orchestra (Carlo Carcano, a Sanremo con la maglietta dei Fleshgod Apocalypse), ma sicuramente la lista potrebbe allungarsi di molto se solo si avesse voglia di scavare a fondo.

Se ci pensate, sono prove viventi del fatto che il metallaro, indipendentemente dalla sua estrazione socio-culturale e dalla sua professione, necessiterà sempre di un modo di manifestarsi e auto-determinarsi, anche senza una battle-vest instagrammabile.

Anni fa ci lamentavamo in continuazione dei facili stereotipi da superare sul metal e di come questi abbiano contribuito in maniera negativa alla sua caratterizzazione: ebbene, una volta tanto siamo smentiti dai fatti. E questo è un test di sopravvivenza ampiamente superato, mi pare.

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