Interviste Sdanghere

Fosch – Noi non ci sentiamo orobi ma bergamaschi!

fosch

Ecco a cosa serve un’intervista. A chiarire a approfondire, anche a costo di fare figure un po’ così. Ho giudicato male i Fosch e come me, temo lo abbiano fatto anche altri. Del resto, suonare black metal e cantare testi in dialetto locale può far pensare di trovarsi davanti all’ennesima combriccola di ragazzini alle prese con una nostalgia pagana fuori dal mondo, mentre ciò che fanno i Fosch è esprimersi usando il linguaggio che praticano nel bar sotto casa e raccontarci vecchie storie suggestive con la veemenza dei primi Darkthrone. Ma anche qui, attenti alle apparenze.

1 – Sicché voi sareste orobici, eh? Un po’ come Porz dei Malnàtt quando cantava “Siamo galli!”. Perdonate la mia ignoranza ma è la prima volta che sento nominare gli orobi e praticamente in ogni recensione che tratta il vostro nuovo Per Chi Éla La Nòcc, i recensori si affrettano a dar prova di alta cultura dopo una sbirciata sulla pagina di wikipedia, come ho fatto io poco fa. Perché questa smania di recuperare parentele celtiche nel popolo italiano metal? Io sono nato in un posto dove un tempo vivevano gli etruschi ma non mi sento per nulla vicino a quella civiltà. Sono passati secoli e secoli. Probabilmente nel mio sangue c’è molto altro, magari dei cinesi. Che senso ha, secondo voi riallacciarsi a civiltà dominate e spazzate via da altre civiltà? Vi fa così schifo sentirvi geneticamente parte dell’Impero romano, per dire?

Innanzitutto mi presento: sono Guido “Pagà”, chitarrista e co-compositore delle musiche dei Fosch insieme a Daniele “Gott” (chitarra) mentre l’autore dei testi e cantante è “ol Pier”; al basso abbiamo Ganga ed attualmente alla batteria c’è Maurizio “Picinel”.

Venendo alla tua domanda mi spiace contraddirti ma noi non ci sentiamo orobi, o celti, o quant’altro; anzi, sono io il primo a non capire tutti quei gruppi che “scimmiottano” antiche popolazioni con le quali non so quanto ci azzecchino. L’immaginario e la cultura cui noi facciamo riferimento è del tutto differente. I nostri testi, scritti in dialetto bergamasco, ovvero il dialetto correntemente usato nella nostra provincia e quotidianamente parlato, traggono ispirazione da diverse fonti: leggende e fiabe ancora diffuse nelle nostre zone, storie di vita vissuta oppure da riflessioni personali su alcuni aspetti dell’esistenza. Considera che il gruppo, fondato nel 2004, è nato con l’intento di musicare alcune poesie scritte dal nostro primo cantante, appassionato di poesia vernacolare. Direi, pertanto, che siamo semplicemente legati alla cultura bergamasca, la quale, fortunatamente, è ancora viva e vegeta!

2 –Satana sia lodato. Sono felicissimo di scoprire questo! In effetti non suonate diversamente da tanti altri e usate il dialetto urlando frasi incomprensibili, quindi era facile immaginarvi paganisti con il cervello fuso in epoche mai esistite. Che poi, al di là del linguaggio è la musica che deve comunicare qualcosa. E ascoltandovi io vedo immagini potenti quando vi ascolto: boschi neri, lupi feriti, figure allampanate che vagano nella nebbia comasca e quattro ragazzi incazzati che suonano come assassini dentro una birreria semi vuota. E poi la neve che cade su alberi spogli, come la forfora di qualche gigante alieno che ci osserva prima di inghiottirci. Forse mi sono lasciato influenzare dal vostro ultimo clip su fb e dalla copertina dell’album… che trovo molto bella. A proposito, ditemi come è nata? L’avete commissionata? È disegnata da uno della band?

La copertina (così come tutte le immagini presenti all’interno del booklet) è stata disegnata a mano da un nostro amico, Francesco “Noha” Nozza, al quale, dopo avergli fornito in anteprima i testi e le bozze dei brani, abbiamo lasciato la libertà di creare le immagini che più gli sembravano adatte per rappresentare lo spirito dell’album; il risultato è stato quello che oggi si può apprezzare.

3 – Non ho capito quasi nulla dai titoli dei pezzi in dialetto. I testi poi sono introvabili in rete. Ascoltandovi ho pensato di capirvi lo stesso però, perché diciamo la verità: fate black metal vecchia scuola e parlate una lingua antica: il bergamasco. I temi e gli intenti sembrano simili a quelli di tante altre band: paganesimo, ritorno alla natura, tradizioni compromesse e vilipese dal moderno capitalismo, leggende locali, oscurità, rabbia e tanto dolore. Nel finale di Fosch la voce gutturale dice “le notre tradision… le nostre tradision…” e mi fa pensare a un vecchietto leghista brutalissimo che sclera davanti a un frickettone rasta…

I testi sono introvabili in rete ma sono da sempre pubblicati nei booklet dei nostri cd, così da permettere a chi acquista la copia “fisica” dei dischi di poterli leggere e cercare di comprendere (anche se in qualche caso abbiamo dovuto fornire la traduzione).

Non sono d’accordo nel definire il bergamasco una lingua antica; certamente ha origini antiche, così come ogni dialetto diffuso in Italia, ma per noi è semplicemente la lingua che normalmente si parla nei nostri paesi, al bar con gli amici commentando le imprese dell’Atalanta, nelle situazioni informali. Circa gli argomenti trattati, come hai correttamente notato, tanti testi parlano di leggende locali mentre altri, soprattutto quelli dei primi album, sono più legati alle tradizioni contadine diffuse sul nostro territorio; altri ancora, invece, sono frutto di riflessioni personali: ad esempio Rosén (Ruggine), il cui testo, in modo allegorico, parla di come il trascorrere inevitabile del tempo non solo logori gli attrezzi da lavoro ma anche il fisico e i rapporti tra gli esseri umani.

L’immagine del vecchietto leghista, per quanto simpatica e folkloristica, sinceramente non la trovo poi così calzante col nostro immaginario, nel senso che non è nostro intento esaltare le nostre tradizioni sminuendo quelle altrui, ma il fine è semplicemente quello di diffondere, nel nostro piccolo e a modo nostro, la cultura locale.

4 – Moltissime band black italiane oggi vogliono mantenere una produzione lo-fi, eppure una scheda da cinquanta euro suona molto meglio della miglior produzione dei Darkthrone anni 90. Per quella occorre un vecchio quattro piste di 30 anni fa e comprarlo in un periodo così cool per la retro tecnologia non credo costi poco. Non è un paradosso che fare un disco black metal oggi con i suoni di merda come si deve, sia piuttosto esoso ?

Che sia un paradosso è certo. Per quanto ci riguarda abbiamo sempre tenuto a registrare i nostri lavori “in proprio”, nella nostra sala prove, grazie al prezioso aiuto di amici, cercando di trovare un suono che si adattasse ai nostri pezzi e non per forza cercando di ricreare un sound che ricalchi le “classiche” produzioni black metal. La valutazione sul risultato la lascio agli ascoltatori; certamente a noi piace e, in ogni caso, abbiamo la certezza di non aver affrontato grosse spese per produrli.

5 – Fellonch ha un sapore quasi gotico, La procesiu di morcc è struggente e oppiacea, Ròsen sbriciola dentro la propria stessa brutallitude. Questi sono i tre pezzi che mi hanno colpito del vostro album, che va detto, mantiene una bella tensione dall’inizio alla fine, come se vi foste persi dalla prima all’ultima nota in un bosco di morti viventi. Per quanto voi abbiate cercato di esprimere il lato più furioso, esso è solo una corazza di apparenza da cui si intravedono fragilità e sofferenza profonde. Il metal forse è il genere più bugiardo: mostra la propria forza e si fa grosso, ma dentro sa di essere piccolo e fottuto. Che ne dite di far venire fuori questo lato sentimentale un po’ di più?

Ti ringrazio per i complimenti e concordo con te su quanto il metal, in particolar modo in certi suoi sottogeneri più estremi, cerchi di mascherare sotto suoni distorti e voci mostruose quello che in realtà è un profondo malessere nei confronti dell’esistenza e una conseguente sensibilità molto spiccata che finisce poi per sublimarsi in una forma musicale che può risultare violenta ma che, a mio modo di vedere, mantiene sempre una vena di tristezza e malinconia che, soprattutto in certo tipo di black metal, rende il tutto molto poetico.

6 – Alcuni hanno rilevato una componente fiabesca nella vostra musica… Io credo sia un po’ eccessiva come definizione. Nel bosco non ci sono bambini perduti ma adulti divorati vivi dal buio. Del resto la fiaba rimanda a qualcosa di antico ed emblematico, una codifica estetica di vecchi sonni nel profondo di noi. Voi tentate di ricondurci ai margini degli antichi focolari preistorici, in attesa che un elemento scatenante come la musica possa risvegliare le antiche paure, sbaglio?

Sicuramente le leggende di cui trattiamo hanno come fondamento narrativo le paure ataviche dell’essere umano, come la paura della morte, dell’ignoto, della notte, di un particolare luogo e molte di esse sono state create proprio per tentare di esorcizzare in qualche modo tali timori e fornire, in un certo senso, anche dei contenuti educativi. Attraverso la nostra musica cerchiamo di esaltare l’aspetto più oscuro e misterioso di tali racconti.

7 – I Fosch sorprendono sullo stretto, come si dice nel calcio: rivelano personalità e talento più nel particolare di un brano e credo sia un errore giudicarvi da lontano, badando solo all’insieme. Ti riconosci in una definizione così?

E’ certamente una definizione interessante, anche corretta direi. In effetti ritengo che per poterci capire in pieno sia necessaria una certa dose di approfondimento, sia per quanto riguarda l’aspetto musicale, dato che non ci consideriamo una band black metal “canonica”, visto che cerchiamo di includere nelle nostre canzoni svariate influenze musicali, sia, soprattutto, per quanto concerne l’aspetto legato ai testi.

8 – Oggi è difficile parlare di band. Oramai ci sono più che altro dei progetti. E dietro a questi progetti c’è gente che divide in compartimenti stagni diversi possibili sfoghi alla propria creatività. Conosco musicisti che mettono su il progetto black, quello ambient, quello folk, il progettone death e la cover band degli Iron Maiden, tanto per non farsi mancare nulla. Invece di scommettere su UNA band, le persone preferiscono investire poco e su più tavoli possibili, o magari giocano ad avere delle band ma non tentano più di trasformare certe avventure musicali in qualcosa che sia meno gestibile di un torneo di calciotto il fine settimana. Dico male?

Condivido le tue osservazioni e aggiungo anche che ormai ci sono più band (o progetti) che ascoltatori, con inevitabili conseguenze a livello di qualità delle proposte.

Ti ringrazio a nome di tutti i Fosch per l’intervista e l’attenzione prestataci.

Grazie a voi per la disponibolità.

Ti potrebbe interessare anche

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.