Recensioni

Cosa mi manca nel metal di oggi!?

Non sto per dirvi che il nuovo album dei God Dethroned sia un capolavoro irrinunciabile ma di questi tempi è senza dubbio un disco da tenere in considerazione. Illuminati infatti ricorda alla stragrande maggioranza delle band uscite di recente (e soprattutto a me stesso) alcune cose di cui il metal non può proprio fare a meno e che negli ultimi anni sembra aver perso per strada.

Prima cosa: la linearità e la semplicità di certe ritmiche. Il cervello ha bisogno di appigli. Vanno bene i momenti complessi ed esasperati, però ci vuole pure la distesa ventosa, non solo cunicoli e vicoli in cui correre a cento all’ora.

Prendete l’inizio del disco, proprio l’incipit. La title-track parte con una batteria dai suoni grossi, direi obesi: un quattro quarti fottuto alla Vinnie Appice. I colpi sono come i passi di un elefante che attraversa la città delle formiche o potete pensarli tipo quattro nerboruti e pelati schiavi che sorreggono il grasso riff papale, schematico, sempliciotto ma schietto e inarrestabile.

Potete fare i teorici preziosi, ma appena sentite partire un disco in questo modo siete già fregati, come se una mano morbida e tiepida vi afferrasse il cazzo nel buio solitario della vostra routine fatta di progetti ambient folk e brutal djent metal.

Ecco cosa mi mancava, cazzo! Pum-Pam-Pum-Pam e un riffone. Ecco di cosa avevo bisogno. Pane e salame, capite? Manowar e death metal! Gli Hypocrisy hanno sempre espresso la loro grandezza con uno stratagemma così basilare. State lì e pensate: “capirai, gli Hypocrisy, gruppo minore, hobbystico di un producer che ha sempre giocato a fare la…” e invece bum, avete già due mani invisibili intorno alla testa che vi fanno fare su e giù davanti all’invisibile vagina della Vergine Maria. E voi sì, sì. Prendete Eraser o Apocalypse e ditemi se non è come dico io.

Le composizioni metal di oggi sono in balia della foga isterica dei batteristi ipertecnici, sempre pronti a farcire i brani di dodicimila colpi al secondo, appiattendo tutto in una tempesta di rintocchi che lascia l’ascoltatore in balia della sferzante corrente del fiume NOIA in piena. Quante volte vi capita di ascoltare un bel riff e subito dopo ecco che attacca un ritmo sincopato e sovrabbondante di colpi che ve lo porta via da sotto il naso?

Sarò vecchio io ma non rompetemi il cazzo. Il metal ha dimenticato la semplicità e i God Dethroned non hanno paura a servircela davanti al grugno.

Seconda cosa che manca al metal di oggi e che troverete nella violenza di Illuminati, è la fottutissima melodia. Il pubblico non può solo cibarsi di annichilenti riff tecno-thrash o melmosi fraseggi doom, ci vuole pure il coro, l’apertura melodica emozionale che ci tiri su il cuore oltre la mota nera della disperazione quotidiana. Il metal è musica da battaglia e ogni esercito che si rispetti ha bisogno di inni che lo sospingano verso la maledetta trincea. Illuminati ha un sacco di bei momenti da urlare alzando il pugno al cielo. Prendete Dominus Muscarum o Gabriel e ditemi un po’ se non c’è abbastanza carburante energetico per un salto dal balcone di vostra nonna sulla testa di vicini stronzi o cani dei vicini stronzi che rompono il cazzo!?

Terza cosa che non trovavo da tempo in un album metal (a parte il nuovo dei Val Tvoar) sono i riff emotivi. Non ridete e sentitevi il pezzo migliore dell’album: Book Of Lies. Qui non ci sono i soliti powerchords. Gli accordi che si succedono all’inizio camminano in un percorso quasi orchestrale. Fanno venire in mente quelli che usavano i Metallica in Orion o i Megadeth di Countdown o magari quelli degli Amon Amarth nel loro ultimo grande album: Twilight Of The Thunder God.

Insomma, di sicuro i God Dethroned sono un gruppo minore rispetto a Paradise Lost, Dark Tranquillity, Mayhem e tutte le grandi band estreme che conosciamo, ma al confronto dei soliti nomi e non solo in questo disco, stanno ricordando a tutti noi perché molta musica metallica negli ultimi anni ci entra e ci esce dalle orecchie come una scorreggia di mosca. Mancano alcuni elementi indispensabili per non perdersi nella tormenta sonora. Quattro quarti, melodie da cantare e riff più evocativi.

Il metal deve tornare a parlare al nostro cuore, non solo alla bocca dello stomaco.

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