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Morte di un CD – Elegia in un cimitero discografico

“Ma chi è che compra ancora i CD?”.
“A che ti serve un lettore DVD?”.
“Come, non hai Netflix? E come fai se vuoi vedere un film?”.
“I videogiochi ormai si scaricano e basta”.

Queste sono alcune frasi che mi sono sentito dire da colleghi e conoscenti in tempi recenti. Mi sono guardato intorno ed effettivamente il mondo di musica, film e videogiochi sembra del tutto diverso rispetto solo a pochi anni fa.
Sempre meno CD, DVD e Blu Ray nei negozi. Sempre meno lettori video, per lo più relegati in un angolino.
I produttori di case per computer non includono quasi più gli slot da 5.25” per masterizzatori e lettori ottici.
Sempre più gente ascolta musica solo dal proprio smartphone con Spotify, vede film via Netflix, usa giochi via Steam.

Secondo la IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), nel 2019 le vendite di musica basate su copie fisiche pesavano solo per il 25% a livello mondiale. Streaming, download e digitale in genere valevano invece il 59% del mercato. Diritti d’autore e copyright vari si prendevano il restante 16%.

E la tendenza è nettamente in favore dell’aumento ulteriore dello streaming, con ricavi che raddoppiano praticamente ogni due anni: solo nel 2010, infatti, le percentuali di copie fisiche e digitali erano opposte: quasi 60% il fisico e 28% il digitale.

Ribadiamo, questo è a livello globale. Negli USA invece, secondo la RIAA (Recording Industry Association of America) lo scenario è ancora più deprimente, con i supporti fisici che a stento raggiungono il 9%.

Stiamo veramente andando verso una realtà in cui l’album, il film, il gioco saranno solamente fruibili tramite un collegamento a internet? Tutto parrebbe confermarlo.

I giovani cosiddetti millennials, cioè chi oggi non ha più di 20 anni, praticamente non si ricordano com’era “prima”, dove “prima” non è un secolo fa ma solo dieci anni fa.
Ricordo di aver visto un’intervista a Fatboy Slim in cui diceva di aver fatto molta fatica a spiegare al proprio figlio che una volta dovevi comprarli, i dischi. Che non c’erano le playlist e YouTube e per ascoltare un album dovevi andartelo a comprare o fartelo prestare.

Certo, per un amante della musica in movimento, lo streaming è una manna dal cielo e un sogno che si realizza: avere la possibilità di ascoltare praticamente qualunque cosa in qualunque momento è oro colato. Io stesso sono abbonato a Spotify e lo uso con estrema soddisfazione durante i viaggi per lavoro, come se fosse un inesauribile jukebox che mi permette di passare con uno schiocco di dita dai Malevolent Creation a Michael Jackson, dai Napalm Death a Fred Buscaglione o dagli Slayer agli Earth Wind & Fire. Il tutto senza dovermi portare appresso una borsa piena di dischi dove inevitabilmente mancherà quel titolo che all’improvviso mi verrà voglia di ascoltare.

Però… Mi viene da pensare ai veri appassionati. Quelli che da ragazzini mettevano da parte la paghetta per andare il sabato pomeriggio a comprarsi l’ultima musicassetta della propria band preferita. Quelli che mostravano con malcelato orgoglio agli amici la loro discografia completa di questo o quell’artista. Quelli che del proprio gruppo preferito volevano avere tutto e il contrario di tutto, dal singolo uscito in Giappone a prezzi spaventosi all’edizione speciale di un album solo perché c’era quell’oscura bonus track in più.

Ecco, forse la parola magica è “avere”. Possedere un disco. Rigirarselo fra le mani guardando ogni dettaglio della copertina, studiando i testi e i ringraziamenti, leggendo e rileggendo i nomi di ogni musicista ospite che magari ha suonato tre note ma che “beh, si sente che quelle tre note le suona lui!”.
Trovare un’edizione speciale per caso. Scartabellare nei mercatini riempiendosi le dita di polvere e scovare l’album solista del cugino del batterista della band per cui impazzisci e prenderlo solo per dire “ce l’ho”.

Oggi è tutto fin troppo facile: un clic, una ricerca veloce su Google e taaac! Eccoti servito il brano o il video che volevi. Solo che finisce per essere un’esperienza fin troppo rapida, aleatoria, deficitaria. Può forse andare bene con il pop mordi e fuggi, quello che dopo dieci minuti ti sei già scordato chi diavolo era che cantava (?) quel brano iperprodotto e zeppo di autotune ma poco importa, tanto era uguale a centinaia di altri.

Si perde la sensazione del possesso, l’emozione della ricerca, quella soddisfazione quando finalmente riesci a mettere le mani su quel disco, quel film o quel gioco che desideravi da tanto tempo.
Una volta pagavi per un album e ti ritrovavi in mano qualcosa di tangibile. Oggi paghi per un album e ti ritrovi una serie di bit che arrivano magicamente tramite il wi-fi.
Che succede se stai in un luogo in cui non c’è campo? Se a casa ti salta la connessione? O semplicemente se il tuo telefono tuttofare decide che uno dei tuoi millemila account non gli è più simpatico?
In questi casi ti rendi conto che hai pagato per il nulla più assoluto. Almeno i CD, i DVD e i giochi che ho comprato venti o trent’anni fa sono ancora lì e se voglio posso fruirne in qualunque momento.

Ci sono categorie di dischi a cui lo streaming non potrà mai rendere giustizia, per esempio i concept album e le opere liriche: riuscite a immaginarvi un cultore di musica lirica che ascolta un’opera di 5 ore senza stare in religioso silenzio con il libretto in mano? O un appassionato di prog rock che ascolta 2112 dei Rush, Tommy degli Who o The Wall dei Pink Floyd senza conoscerne o capirne la storia?

Esistono poi quegli album la cui confezione è una componente così fondamentale che non averla significa perdersi una buona fetta del loro significato. Per fare un esempio lampante, Thick As A Brick dei Jethro Tull uscì racchiuso in un vero e proprio giornale di 12 pagine che ne era parte integrante e imprescindibile:

ascoltare quel disco senza aver mai nemmeno visto il giornale vuol dire capire poco o nulla di quei 45 minuti di musica.
Che dire di copertine come quella di Sgt. Pepper dei Beatles, che dopo più di 50 anni è ancora oggetto di dibattiti e discussioni? O Somewhere In Time degli Iron Maiden, così ricca di citazioni ed easter eggs da richiedere un’attenzione maniacale per trovarli tutti?

C’è anche da considerare chi è abbastanza fortunato da incontrare i propri artisti preferiti. Credetemi, trovarvi di fronte a uno dei vostri idoli che vi autografa un bootleg su vinile e vi chiede dove diavolo l’avete preso perché non ce l’ha nemmeno lui… beh, quella è davvero una soddisfazione! Se ci fosse stato solo lo streaming, cosa gli avreste fatto autografare? Lo smartphone? (Niente autografi, ora si fanno i selfie ndr)

A ogni modo, credo che alla fine i supporti fisici non spariranno tanto facilmente. Ci sono schiere di persone che non rinuncerebbero mai a collezionarli, sia per tutti i motivi suddetti che per il fatto che la qualità sonora rimane comunque di un livello superiore. Probabilmente finiranno relegati a una nicchia, così come è successo ai dischi in vinile che negli ultimi anni stanno vivendo un’inaspettata rinascita.

Banalizzando un po’, potremmo dire che per chi la musica la sente in sottofondo, lo streaming è uno strumento perfetto. Per chi invece la vive con autentica passione, non c’è niente che possa sostituire la gioia di scartare un disco, metterlo sul piatto o dentro un lettore e immergersi nel suo ascolto assimilando e leggendo ogni nota e ogni parola.

Potrò apparire un nostalgico retrogrado agli occhi di molti ma so di non essere l’unico a pensarla in un certo modo. Mi auguro solo che non si vada a perdere quell’entusiasmo per la musica o meglio per l’arte in genere e che gli artisti stessi non finiscano per rinunciare a creare, magari disillusi dalla mancanza di cultura che sembra sempre più imperante nel grande pubblico. In effetti una speranza in più ce l’ho ed è data da un fenomeno in costante crescita su YouTube… qualcosa di cui parleremo la prossima volta su questi stessi schermi.

Stay tuned!

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