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E se Keith Richards si fosse beccato il Coronavirus?

Coronavirus… Coronavirus. L’influenza quest’anno ha fatto fuori 30 persone, ma ci caghiamo sotto per il nuovo arrivato, il nelo-fiammante Colonavilus (scoperto negli anni 60). E il web sta sodomizzando l’argomento in un’orgia di meme, troll allarmanti e filippiche superdocumentate dei complottisti e gli antivax. Non se ne può più. C’è un tale esubero di chiacchiere ma fossero solo quelle. In rete girano foto (chissà poi se sono davvero scattate oggi o magari risalgono al 2001) di banchi di carne svuotati nei centri commerciali della provincia meneghina, scaffali di cereali e pasta così deflorati che meriterebbero i nastri della polizia. E giornalisti (ci) marciano tra la gente, chiedendo se più della maschera di carnevale non ci voglia una mascherina antibatterica.

Lavatevi le mani e cianciate fino a svenire a vicenda. Avete paura di morire, eh? Come se domani non fosse più probabile schiantarvi con l’auto sotto le grinfie di un tir mentre condividete sul vostro cel l’ennesima news sui contagi da Coronavirus.

Purtroppo o per fortuna andrà come per la Mucca pazza, la Sars, l’aviaria e la suina, tre diversi tormentoni che agli inizi del millennio fecero vendere bene i giornali per qualche mese e andare a gambe all’aria diverse ditte alimentari, e spinsero molte persone a sborsare bei soldoni in vaccini. Se oggi il Corona vi sembra più grave e invasivo è perché da quando facebook e la “social vita” sono esplosi definitivamente anche da noi in Italia (2010-2011) è la prima volta che abbiamo un virus che minaccia di essere pandemico. La suina del 2009 (H1N1) poteva raggiungere gli stessi livelli di allarmismo ma mia zia non aveva ancora un profilo facebook e come lei milioni di altri analfabeti funzionali che oggi sono invece super-attivi a condividere e cliccare mondezza informativa da due soldi e dichiarazioni inquietanti di sedicenti auterevolezze politiche e sanitarie.

Facebook in questi ultimi due giorni ha raggiunto livelli di delirio che non si leggevano dai tempi della profezia dei Maya. E la saturazione del mercato delle chiacchiere è prossima. Non c’è luogo più asfissiante del social quando si innestano questi tormentoni. I memes, che dovrebbero “vaccinarci” con una sana risata dai facili e inutili terrorismi, finiscono per sprofondare tutto quanto in una innegabile e autocompiaciuta tiritera della reiterazione, forse ancor più irritante e deprimente delle news ufficiali, così strillate e panicanti.

Sapete una cosa, non riesco più a capire la differenza tra i giornalisti che trollano dai quotidiani on line e i blogger come noi cavalli di Sdangher, in cerca del modo più estremo per farci notare. Segno che ormai le modalità poco ortodosse consolidatesi in rete sono diventate strumenti del giornalismo ufficiale e che un cronista di La Repubblica è pronto a usare la provocazione, il bluff, il paradosso o lo strillo volgare pur di ottenere l’attenzione sempre più deframmentata (o decomposta) dei cliccatori.

Perché poi ormai non si parla più di spettatori o di lettori ma di click. La gente ormai è definita click. Questo vortice di notizie in stile mercato di Via Sanio, dove tutti gridano e agitano le mani pur di farsi ascoltare dai potenziali consumatori, è la nuova metodologia di diffusione delle news.

Non esiste una specie più tenace dei giornalisti nella lotta all’estinzione. Vi siete accorti che stanno diventando inutili? Che in rete non guadagnano quello status di ufficialità e autorevolezza che avevano quando c’erano solo carta e TV? E sapete che se i giornalisti si estinguessero si chiuderebbe solo una chiassosa parentesi della storia della comunicazione? Per secoli siamo sopravvissuti senza il Corsera e Bruno Vespa. Sono loro che non sopravvivono senza di noi. E per colpa dei giornalisti io devo rassicurare mia figlia di sei anni che è terrorizzata da stamani perché ha sentito che il Coronavirus uccide, è arrivato anche in Italia e lei già si sente il mal di pancia.

Il Coronavirus non ha a che fare col mal di pancia, amore.

Allora ho il mal di pancia e in più è arrivato il Coronavirus in Italia!

Ma lasciamo perdere e torniamo ai condivisori e i cliccatori disorientati. Per loro il mood domenicale è coronavirus e basta. Ogni tanto qualcuno prova a inserire vecchie news di lercio o qualche battuta sulla vita dei baristi o vecchi nei cantieri, ma l’occhio legge i post in attesa di imbattersi nella parola fatidica: Coronavirus. Dove non se ne trova sembra quasi un affronto: un post fuori dal mondo, dissociato e di dubbio gusto in un momento così tremendo. Il mondo muore di raffreddore e invece di sparare cazzate su questo si ironizza sul parrucchino di Trump o sulle radiografie anali con dentro bottiglie di birra? Era magari una Corona?

Non c’è riscaldamento globale o conflitto mondiale all’orizzonte che tengano: la pandemia incombe. Del resto hanno sospeso il calcio, non lo fecero dopo l’11 settembre, figurati quanto è grave la cosa se invece qui pure il pallone si ferma.

Intanto oggi è stata una domenica con temperature da maggio e siamo a febbraio ma nessuno ci fa caso. Si parla dell’estate più calda mai vissuta prima ma per ora stiamo tutti bene. L’uomo più potente del mondo è un tizio con diversi problemi mentali, però il conflitto tra USA e Iran procede alla grande: parlano tutti di erigere muri e cacciare gente dal proprio paese ma sono solo parole, vero? Anche se è Putin a dire così, non un deficiente al bar. E qui compriamo mascherine e amuchina come fossero succhi di frutta e preservativi. Ci salveremo???

E se morisse una rock star proprio ora? Se Keith Richards fosse trovato in stato di decomposizione nella sua camera da letto? Magari questo produrrebbe una sterzata d’attenzione su quanto è ingiusta la vita a portarsi all’oltretomba un ultrasettantenne che ha ingerito e sniffato e inalato più catrame di un fenicottero iracheno nel 1990. E tutti piangerebbero per il povero Keith e si inizierebbe a parlare di chi lo sostituirà per il prossimo tour degli Stones, magari Brian May o Slash! E il Coronavirus perderebbe quota, fino a ridursi a un trafiletto, come le notizie sull’HIV e l’Ebola.

Ma pensate che esplosione di cervelli nel multimedia se all’improvviso si sapesse che la morte di Keith sia dovuta al subdolo e arrembante Coronavirus! Non si potrebbe più esistere per mesi su internet, osando parlare e condividere altro. Pensate i meme con gli Stones e il Corona insieme. I doppisensi con le canzoni della band, le frasi toccanti… Di questo avrebbe bisogno il nuovo virus per affermarsi definitivamente sul mercato e non fare la fine di un’aviaria qualsiasi. Ora è il momento, ci vuole una vittima illustre. Tra poco non basteranno dieci meneghini e nemmeno quindici capitolini. Una rockstar. O al limite, quando scende a Roma, il papa.

Diciamo Keith Richards per l’ardire dell’impresa. Si sa che lui è più forte della peste bubbonica, che mi risulta aver ucciso delle persone nel 2019. E se il Coronavirus sfidasse la biologia occulta del chitarrista degli Stones, potrebbe uscire “illo” in lacrime da quel corpo e strisciar via dalle cronache come la vicenda Morgan Bugo o la colletta per l’Agglu.

Che poi vi offro un esempio di stupidità umana spicciola. Come pochi di voi sapranno, ho trovato lavoro in una lavanderia industriale. Ogni giorno metto le mani, con dei guanti da 3 euro, in bustoni pieni di asciugamani e traverse intrise nel sangue, le feci, l’urina, il vomito. Mia figlia giorni fa mi ha domandato di comprarle uno zainetto con un personaggio di un videogioco che le piace tanto. Me lo spedirebbero dalla Cina. Le ho detto che al momento è meglio di no. Però io domani torno alla lavanderia industriale…

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