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Black Death – Sound Barrier: afroamerican heavy metal!

black death

Nell’universo tendenzialmente “bianco e purista” dell’heavy metal statunitense, deve aver stupito e non poco l’intrusione di due formazioni interamente composte da musicisti afroamericani. Le prime esibizioni dei Black Death e dei Sound Barrier saranno accolte invitabilmente allo stesso modo a distanza di 3.773 km, quelli che separano Los Angeles (California) e Cleveland (Ohio): “Quattro negri che suonano heavy metal? Mai vista roba del genere!”.

Black Death

I musicisti afroamericani dediti all’hard’n’heavy non erano certo una novità assoluta nel panorama statunitense a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio della nuova decade, ma in genere si trattava di un singolo elemento in una line-up composta da bianchi. “Il negro che suonava in genere si cimentava con la musica soul o R&B”, non Siki Spacek, ammaliato prima dalla figura di Elvis Presley, poi rapito dalla musica dei Black Sabbath; e saranno i ripetuti ascolti di Master of Reality e Paranoid a illuminarlo definitivamente, fino a spingerlo a convincere alcuni amici della comunità afroamericana di Cleveland a seguirlo nell’intento di mettere in piedi una vera e propria band.

I Black Death cominciano la loro avventura nel 1977, ma è solo l’anno successivo che le cose si fanno più serie. “Alcuni miei amici bianchi hanno più ritmo e anima di me. Sono un afroamericano bianco e mi prendevo in giro anche per il modo in cui parlavo. All’inizio non avevo idea di cosa avrei fatto, ma sapevo che sarebbe stato fatto. C’era un destino dietro questa merda e doveva essere adempiuto. Ho incontrato Phil Bullard e Greg Hicks nel 1977, ma è stato solo nel gennaio del 1978 che abbiamo iniziato davvero. Il mio piano iniziale non era quello di creare una band heavy metal composta solo da neri. Non è mai stata una cosa inventata a tavolino e non ci ho mai pensato fino a quando altre persone non hanno iniziato a notarlo. Un mio amico, Squeaky, mi ha fatto conoscere Phil e Greg e non suonavano nemmeno heavy metal. Ho dovuto trasmettere loro la mia passione, ma penso che nulla sia stato più efficace del concerto che i Judas Priest tennero a Cleveland nel 1978. Quando Halford e soci salirono sul palco dell’Agora, una lampadina si spense nelle loro teste e si accese nei loro cuori. Capirono!”.

Con una line-up completata dal bassista Clayborn Pinkins, il primo concerto dei Black Death si svolge al Charlie’s Tavern, a Saint Clair: “All’inizio il pubblico era incredulo, ma canzone dopo canzone la gente cominciò ad applaudirci sempre più convinta”. Ma non tutto viaggia per il verso giusto, e proprio l’ultimo arrivato, “Clay”, viene ucciso da un coetaneo, che gli spara prima di essere raggiunto e ferito lui stesso dai proiettili esplosi da due agenti di polizia: “Clay ha sempre avuto un po’ di merda intorno alla sua vita. Spacciava un po’ di droga e potevi sempre contare su di lui per avere delle prelibatezze, ma era anche una testa calda, molto difficile da controllare”.

Sostituito lo scomparso Pinkins con Ed Goodan -morirà anche lui in seguito – è solo con l’arrivo di Darrell Harris che i Black Death stabilizzano la formazione, registrando tre demo tra il 1981 e il 1983, facendosi notare da Bill Peters, autentico agitatore della scena heavy metal di Cleveland e fondatore della Auburn Records, etichetta mitica tra gli appassionati di U.S. metal, il cui catalogo vanta alcuni tra i migliori acts dell’Ohio: Shok Paris e Breaker su tutti.

Nel 1984, finalmente, Siki, Greg, Phil e Darrell entrano in studio e registrano Black Death, vinile pubblicato dalla Auburn in 2000 copie e accompagnato da un 7″, ma presentato da una copertina assai discutibile. Poco dopo la sua pubblicazione la band al completo si ritrova in una stazione radiofonica in compagnia di Cindy Lauper: “Le ho stretto la tetta”, ricorda Siki, “Eravamo alla WMMS, la grande stazione radio qui a Cleveland, a fare spot promozionali. Cyndi Lauper aveva appena tenuto il WMMS Coffee Break Concert all’Agora, che era uno spettacolo gratuito trasmesso in radio. Qualcuno decise di fotografarci. Ero sul lato sinistro, tenendola per la vita, e prima del flash ho spostato rapidamente la mia mano sinistra sulla sua tetta. Pensavo mi desse un ceffone, invece sorrise di gusto”.

L’album non avrà molto riscontro tra gli appassionati e la band resterà confinata alla sola scena di Cleveland, gettando la spugna nel 1988, nonostante un secondo album, The Black Assassin, praticamente già pronto e con un nuovo membro in formazione, il chitarrista Vincent Lindsay.

Nel 2009, a sorpresa la band si riforma, ma con due versioni differenti. Solo l’anno prima era venuto a mancare Phil Bullard, quando Greg Hicks decide di rispolverare il vecchio moniker, costringendo il fondatore Siki Spacek ad adottare il nome di Black Death Resurrected, dopo una disputa non esattamente amichevole e conclusasi in tribunale.

Nel 2017 viene pubblicata la raccolta Until We Rock: The Early Recordings of Black Death, ma la sua pubblicazione è interdetta da Greg Hicks. Nel 2018 muore invece Vincent Lindsay, mentre l’annuncio di una ristampa dell’ormai raro disco omonimo sembrerebbe il preludio a un pace definitiva tra Greg e Siki. Tuttavia dopo il rilascio della suddetta ristampa a opera della Hells Headbangers Records, Greg Hicks torna a farsi sentire dichiarando di non aver accettato di risolvere la controversia, gettando quindi un’ombra circa l’ufficialità della ristampa stessa. Comunque vada a finire, nessuno potrà mai togliere a Siki il ruolo di fondatore della prima band heavy metal afroamericana.

Sound Barrier

Se i Black Death sono la prima band composta esclusivamente da musicisti di colore del panorama heavy metal statunitense, i Sound Barrier possono vantarsi di essere stati i primi afroamericani ad aver pubblicato un disco heavy metal. Formatisi nel 1980 a Los Angeles, California, la band ruota attorno alla figura del carismatico cantante Bernie Kimbell. “Amavamo i Mother’s Finest, ma tra i nostri ascolti preferiti c’erano anche Iron Maiden e Judas Priest, e credo che il nostro primo album sia stato fortemente segnato da questo stravagante mix”.

I Sound Barrier non hanno vita facile nella Los Angeles all’alba degli anni ottanta, e le loro esibizioni nel Sunset Strip – al Whisky a Go Go, al Troubadour e al Rainbow Bar & Grill – non sono inizialmente accolte con favore da un pubblico che in quei giorni acclama Mötley Crüe, W.A.S.P., Quiet Riot e Hanoi Rocks.

Tuttavia la loro energia e il loro talento vengono notati da un emissario del colosso MCA che, dopo aver ascoltato un demo li mette immediatamente sotto contratto, forse immaginandoli come una nuova versione dei Mother’s Finest. Gli uomini della MCA si dovranno presto ricredere: il primo disco dei Sound Barrier, Total Control è infatti assai ben diverso dalle aspettative della label, proponendo un incandescente heavy metal sporcato di blues e funk.

Pubblicato nel 1983, Total Control vende solamente 12.000 copie, inducendo la MCA a stracciare il contratto con la band. Rimasti senza il supporto di un’etichetta, i ragazzi non si danno per vinti, pubblicando autonomamente l’ep Born to Rock nel 1984 e contenente una rivisitazione del classico Born to Be Wild degli Steppenwolf.

L’ep ha scarso successo, ma anche il merito di richiamare le attenzioni di Brian Slagel, fondatore della Metal Blade nel 1982; “Eravamo stati scaricati ma volevamo andare avanti. Avevamo fino a quel momento dimostrato di poter suonare heavy metal a dispetto del colore della nostra pelle!”.

Nonostante l’opportunità di pubblicare un nuovo disco per la Metal Blade, il bassista Stanley E. Davis decide di abbandonare il progetto dopo la pubblicazione del singolo Hollywood (Down on Your Luck), cover dei Thin Lizzy.

Il sostituto al basso è Emil Lech Brando, il cui vero nome è Emil Lechințeanu, bassista romeno emigrato negli U.S.A. che in seguito ritroveremo al fianco del chitarrista portoghese Joshua Perahia. Speed of Light esce nel marzo del 1986, presentando una band che ha ormai abbandonato il feeling funk-blues del primo album, proponendo uno stile ora ben più duro e arrembante.

Poco dopo la pubblicazione del disco, Slagel propone ai Sound Barrier di unirsi al chitarrista veneziano Alex Masi, ma solo Kimbell e il batterista Dave “Skavido” Brown prendono parte al progetto partecipando all’esordio americano di Masi: Fire in the Rain, pubblicato nel 1987 dalla stessa Metal Blade.

Chiusa l’avventura con i Sound Barrier, il chitarrista Tracey Singleton -conosciuto come Spacey T. – coronerà il sogno di entrare a far parte dei grandi Mother’s Finest. Dopo anni di silenzio la band è tornata in pista con tre quarti della formazione originale e un nuovo batterista, Eric Valentine, visto che nel 2013 era venuto a mancare Dave “Skavido” Brown, morto di cancro. I Sound Barrier continuano a suonare con orgoglio ancora oggi, e di tanto in tanto hanno condiviso il palco con i Living Colour, i quali non hanno mai smesso di ringraziare Bernie e co. per averli originariamente ispirati.

Black Death – Sound Barrier discography:

Black Death – Black Death (1984 – Auburn Records)
L’omonimo disco dei Black Death è un lavoro ruvido e selvaggio, irruento e crudo, influenzato tanto dai Black Sabbath quanto dai Judas Priest; marchiato a fuoco dalle vocals istrioniche di Siki Spacek, che di tanto in tanto si cimenta anche in falsetti halfordiani nel pieno di una vera e propria tempesta metallica. Il sound essenziale conferisce all’album un tocco naïf, evidenziando spunti mutuati dall’hard rock anni settanta alternati a minacciose impennate metalliche. Il lato B offre i pezzi migliori: The Scream of the Iron Messiah, Streetwalker e la title-track, i cui riff sembrano scritti da Iommi in persona. Non si sottovaluti il 7″, contenente l’ottima Here Comes the Wrecking Crew. L’album originale ha raggiunto quotazioni elevate, ma è stato ristampato in cd e vinile dalla Hells Headbangers Records.

Sound Barrier – Total Control (1983 – MCA)
Pubblicato dalla major MCA, attratta dalla possibilità di lanciare una nuova versione dei grandi Mother’s Finest, l’ascolto del disco d’esordio dei Sound Barrier ci rivela invece un pregevole heavy metal prima maniera, attraversato da un atavico feeling vagamente funk-blues. Il chitarrismo torrido e avventuroso di Spacey T. e il particolare timbro vocale di Bernie Kimbell sono tra i punti di forza di un disco in cui non un solo episodio risulta debole. Il vinile -mai ristampato, ma di facile reperibilità- è un piccolo manifesto dell’avvenuto passaggio di consegne tra l’hard rock e l’heavy metal anche negli U.S.A.. Venderà appena 12.000 copie: poche per la MCA.

Sound Barrier – Born to Rock (1984 – Pit Bull Records)
Scaricati dalla MCA i Sound Barrier tentanto la via dell’autoproduzione, in attesa di accasarsi presso un’altra etichetta. Il mini Born to Rock ripropone solo in parte quanto espresso nel disco d’esordio, e in certi momenti sembra di ascoltare qualche estratto dei The Rods. Il pezzo migliore è anche il più duro: Raging Heart. Presente anche la cover del classico degli Steppenwolf, Born to be Wild

Sound Barrier – Speed of Light (1986 – Metal Blade Records)
Accasatisi presso la Metal Blade, i Sound Barrier si ripresentano con un nuovo bassista, il romeno Emil Lech, ma soprattutto con un piglio ora più oltranzista rispetto ai lavori precedenti. Speed of Light è un disco arrembante, che esaspera i connotati metallici prendendo spunto da Iron Maiden e Judas Priest, filtrati attraverso un suono caldo e un riffing affilato. La title-track, Gladiator, Hard As A Rock, Fight For Life! e Aim for the Top sono gli episodi migliori di un album davvero bello e sottovalutato. Presente anche la cover dei Thin Lizzy Hollywood (Down on Your Luck) già pubblicata come singolo. L’album è stato ristampato in cd nel 2016 dalla Marquee Records.

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