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Suppostare la scena o ucciderla – Noi continuamo a diffondere l’AIDS

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Non capisco come si possa aver paura di scrivere ciò che si pensa di un disco o di un concerto o di una scena, solo per paura di perdere i promo, i biglietti gratis o di far innervosire “qualcuno”. Conosco webzines che ragionano così. Loro stanno uccidendo la scena.Non credo che esista una scena rigogliosa in Italia. Ci sono tante band, è vero, e alcune sono validissime, ma sembrano scollegate dal mondo. Ancora vanno in giro a chiedere interviste alle webzine o recensioni alle riviste come se questo potesse aiutarle a vendere le copie dei loro CD autoprodotti. Come se fare compact disc ed esibirsi alla fiera di Pitigliano davanti a quindici persone (e 300 like all’evento) abbia un riscontro con il mondo reale, sempre più proiettato verso l’intangibilità e la liberazione dal concetto di album. Là fuori c’è un mondo destinato a sessioni compositive più “liquide” e distanti da certe rigide scalette analogiche e sapete cosa vi dico, ha ragione quel mondo. E tutte queste miriadi di band che vagano nei locali ammazzano la scena. Di noia.

Non credo che la cosiddetta scena salverà l’Agglutination con una super colletta. Vorrei che succedesse ma resto dell’idea che se un festival non riesce più ad andare avanti è perché lo stesso pubblico che ora grida di salvarlo, ha disertato l’evento troppo a lungo facendolo morire, e in passato si è guardato bene dal foraggiarlo. La retorica pure uccide la scena.

Sono sempre più convinto che l’AIDS di Sdangher, come ha avuto la buona pensata di tirare in ballo qualcuno, sia quel virus del dubbio che tentiamo di fare entrare nel sistema immunitario di un organismo stanco e aggrappato alle proprie certezze di pastafrolla. Un pubblico che vorrebbe moralizzare l’arte, così da sentirsi meno scemo a inneggiare con le cornine alzate chi ha sempre sostenuto tutti gli inferni possibili piuttosto che un banale paradiso di nuvolette e alucce. Siete cresciuti e volete ancora blaterare “Slayer” senza sentirvi bastardi, lerci, malati e soprattutto disagiati immaturi? Peccato, vuol dire che per il metal siete troppo vecchi. E vi dirò un’altra cosa: gli Slayer l’hanno fatto una vita solo per convenzione creativa e non ideologica. Ci avete sempre creduto più voi che loro.

I recensori invece di farsi temere con il proprio insindacabile giudizio non vedono l’ora di smerdare il culo dei gruppi più fichi, e diventarci amici, così oh, dai ci vediamo al prossimo concerto, mi dai tu il pass? Poi ci facciamo una birra e qualche foto. Tanto siamo tutti fratelli! Grande il vostro nuovo disco, belli!!! Viva il metallo italiano, viva l’esercizio critico. Ma viva la pizza co la pummarola n’ goppa!

Dovremmo coccolare e rabbonire questo pubblico di bambini impauriti che si tengono stretto il loro vinile e le loro musicassette, mentre il Nulla là fuori sbocconcella la piccola Fantàsia in cui vorrebbero vivere per sempre? Ma almeno per chi scrive questa è la vera malizia, la sola attitudine dannosa di un’intelligenza critica che smette di pensare e di far pensare i lettori per il bisogno di non perderli, pur di raccattare ancora per qualche anno quattro vantaggi bruscolinici e sentirsi parte pregiata di un sistema discografico che ha smesso di funzionare da troppo tempo e che vaga come uno zombie dentro un supermercato il giorno dopo l’Apocalisse.

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