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Percezione e realtà – ovvero, l’obsolescenza programmata dell’esistenza

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Ecco, ci siamo: la linea immaginaria che ci catapulta nel vostro nuovo film di Romero è tracciata, possiamo finalmente dare libero sfogo alla speranza di vivere il nostro tempo, la performance. Siamo tutti zona rossa. Siamo un tutt’uno con il grande specchio dei tempi e finalmente possiamo illuderci una volta tanto di vivere la grande tragedia che renderà le nostre misere vite degne di essere vissute. Dopo mesi di insulti sussurrati sul nostro (vostro) telefono cinese verso i negri, giusto ieri avete scoperto che in fondo non siete mai stati Charlie Hebdo (ma io sì, e anche prima dell’ISIS) e che i disagiati del mondo di oggi siamo noi, e vaffanculo ai porti aperti o chiusi.

E non venitemi a dire che la sensazione non vi piace, perché, nella maggior parte dei casi, io non vi crederò. Voi non volevate qualcosa di reale per cui lamentarvi, ma solo una panacea per le vostre merdosissime vite fatte di autovelox ingannevoli e aperitivi creati con gli avanzi del giorno prima, di preventivi mai del tutto soddisfacenti e di contratti a progetto da ammucchiare sulla mediocre casetta Lego multicolore della vostra realizzazione personale.

E poi e poi: di cene agli all you can eat finto-giappo a seguito di un acceso dibattito su un gruppo facebook a proposito di profughi e metafisica; di sacrosante cagate in fretta e furia con una corsetta di straforo ad Asphalt 9.

“Ma vaffanculo, va. E intanto ho l’impressione che qualcosa ci stia scappando di mano, tipo la realtà”.

In questi giorni ho come la triste sensazione di vivere un’esperienza atroce, percepisco l’ansia delle persone che mi stanno attorno, ne leggo i risvolti grotteschi e non posso fare a meno di interrogarmi se tutto questo non sia nient’altro che una commedia, una farsa.

Quello che ci viene dato dai media è la percezione di un incubo che probabilmente non esiste ma che, in un modo o nell’altro, ci ha reso bulimici del terrore che da esso scaturisce, per generazione spontanea.

Chiamiamola pure propaganda a bassa intensità. Perché i morti, tanti o pochi che siano, valgono, e se ci toccano da vicino, valgono ancora di più, a maggior ragione se non abbiamo modo di dar loro un volto.

Sai, come si dice, così lontano e così vicino…

Per dire, l’anno scorso gli incidenti stradali hanno fatto 1500 morti: io stesso ho vissuto indirettamente le tragiche conseguenze di una perdita di questo tipo, per non parlare delle svariate decine di migliaia di vittime per cancro ogni anno, e senza possibilità di un qualche contenimento preventivo.

E gente come me, che vi sputa addosso banalità (?) del genere, potrebbe essere la vera peste del buon senso in giornate come questa. Io sinceramente mi bagnerei, a pensare che potrei diventare l’untore della vostra immoralità. Ma non lo sono, perché alla fine somiglio a tutti voi e, nonostante le chiacchiere, sono stato programmato per parlare in un certo modo, senza dire assolutamente un cazzo di vero.

Ma quindi? Ah già, la realtà, dicevamo: chiusi in casa e gli occhi spalancati a forza, come degli Alex con il Gulliver sempre in tiro, costretti a fissare 24/7 un distorto concetto di senso di responsabilità, cucito addosso ai nostri culi pigri da parte di gente indecente che ha imparato a vestirsi con roba da sbarco puzzolente.

Parliamo di un abito fuori moda, che probabilmente non varrà più nulla il mese prossimo, quando i 26 gradi centigradi si porteranno via per sempre quel masochismo esistenziale che, momentaneamente, ci fa aggiornare ogni due minuti i feed delle notizie su Google.

Cosa resterà di tutto questo, allora? Nulla. E il percepito e il reale si diluiranno ancora una volta l’uno dentro l’altro nella nostra memoria imperfetta e difettosa, spianando l’autostrada verso il prossimo piano d’allarme da sottoscrivere; ci sarà chi continuerà a bullarsi di essere un sopravvissuto (al divano, sorseggiando una schifezza al bergamotto) e quelli che riprenderanno a frignare non appena si renderanno di nuovo conto di morire un secondo alla volta, con o senza pandemia.

E i vegani riprenderanno a menarcela di nuovo con la tirannia degli uomini malvagi e i terrapiattisti con il satanismo in assenza di tensione superficiale, davanti a una platea di troll.

Ad esempio, potremo metterci a parlare di barconi e nazi che spruzzano idranti contro profughi siriani, in Grecia. Oppure riprenderemo a lavare i panni sporchi dei nostri beniamini che abbiamo votato, indipendentemente dalle stronzate senza senso che continueranno a raccontarci.

La percezione della normalità, insomma.

Fino ad allora restiamo in campana e diamoci pacche sulla spalla a un metro di distanza, svegliamoci eroicamente come tutti i giorni e corriamo di corsa a lavorare, se è un lusso di cui si può ancora usufruire.

Probabilmente, per la maggior parte di voi non cambierà poi tanto rispetto a prima, a parte una nuova scartoffia da compilare e l’esclusività delle penne lisce sul piatto. Ma almeno per un mesetto, sul serio, gli sfigati del globo sarete voi e potrete finalmente lamentarvi per qualcosa che, inevitabilmente si sarà fatto più reale rispetto alle gigantografie del vostro capopopolo preferito o ai lacrimoni in 4k dei morti di fame in prima serata, prima di Lilli Gruber.

“Quando sarà finita, vi sentirete vivi come non mai, e proprio per questo, una subdola parte di voi ne vorrà ancora. E ancora”.

 

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