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Speciale Deicide parte 2 – Anni di allori, crisi e rinascite, scissioni e vita agra

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GLI ANNI IN CUI QUI SI CAMPICCHIA SUGLI ALLORI – Once Upon The Cross e Serpents Of The Light (1994 – 1999)

Albert Mudrian, nel suo irrinunciabile Choosing Death, ricorda che il 1996 fu l’anno in cui il death subì ufficialmente la sua grande battuta d’arresto. Dopo tre anni di pieno dominio dell’underground (1989-1992)  e tre di crisi (1993-1995) ormai il genere era al tappeto e doveva aggrapparsi a Black Earth, l’esordio degli Arch Enemy e il promettente None So Vile dei Cryptopsy.

Già nel 1995, quando uscì il nuovo Deicide Once Upon The Cross, tutto sembrava lontano secoli dai clamori e i sensazionalismi di Legion. Il panorama era decisamente cambiato e la Roadrunner era passata in così poco tempo dal mettere sotto contratto qualsiasi band che grugnisse a un microfono, al dire che il death metal era morto e sbolognar via tutti quei gruppi a lievitazione istantanea accumulati senza riflettere troppo.

Il death morto? Beh, in effetti “anche la morte può morire”, lo diceva sempre Lovecraft. E come dare torto alla Roadrunner? Infastidisce che dichiarandolo, il signor Monte Conner si lavava le mani da ogni responsabilità di aver contribuito sensibilmente ad ammazzarlo, saturando il mercato più di chiunque altro. Ma sono vecchie polemiche, no?

Se guardiamo con il senno di poi e una genuina attenzione al triennio 1994-1996, notiamo che il death non era morto, anzi. In pratica aveva contaminato quasi tutti gli altri sottogeneri del metal. Anathema, Amorphis, Paradise Lost, My Dying Bride, Opeth, tanto per dire i primi che mi sovvengono, facevano tutti death qualcosa. Death doom, death prog ecc.

Purtroppo il vero death diciamo così “incontaminato”, fatto di blast-beat, growling e riffoni accordati un tono sotto, pagava le conseguenze di una missione fallita nello sputtanamento. Il genere per la verità non era crollato in un ristagno di idee. Se oggi guardiamo all’incriminato 1996 troviamo ancora ottimi dischi di puro death (Vile dei Cannibal Corpse, Millennium dei Monstrosity) e qualche promessa di death evoluto (oltre al citato Cryptopsy anche Purification Through Violence dei Dying Fetus).

La vera colpa che il death metal pagava nel 1996 era di aver tradito l’underground e ritrovarsi “col culo rotto e senza cerase” come si dice dalle mie parti. La colpa era stata quella di aver seguito le sirene della SonyColumbia e della Giant/Warner, grossissime label che illusero Entombed, Morbid Angel, Napalm Death, Carcass, di potersi trasformare nei nuovi Metallica, fare un sacco di soldi e vivere felici e contenti.

Non andò bene a nessuno di questi nomi e di conseguenza, non solo i giganti del mercato gli voltarono le spalle ma anche Earache e Roadrunner cambiarono direzione, deluse perché, come dice ancora oggi Monte Conner, boss della seconda: “potevi spendere duemila dollari o duecentomila, alla fine questi gruppi vendevano sempre e comunque la stessa cifra di copie”.

I soldi avevano fatto male al death metal. Si era passati da pochi migliaia di dollari per produrre capolavori come Slowly We Rot e Deicide, a cinquantamila per realizzare The End Complete e Once Upon The Cross, Questi oggi sono due titoli rispettabilissimi che però nel 1996 offrirono una percezione poco incoraggiante dello stato del death, tra produzioni perfette a spese della furia primordiale.

La Roadrunner quindi decise già nel 1993 di continuare a investire i propri soldi su gente come Pantera, Machine Head e Fear Factory e tenersi giusto quel paio di nomi da cui la storia stessa dell’etichetta era partita sul serio: Obituary, Malevolent Creation, Death e Deicide. Mica scemi, no?

Glen e gli altri Deicide, in una situazione simile, cosa si inventarono al fine di dare una bella smossa a questa situazione? Niente. Si recarono ai Morrisounds come sempre, ci si chiusero dentro per qualche settimana spendendo troppi soldi, richiamarono al mixer l’ormai appestato Scott Burns (che nel mentre aveva deciso con grande prontezza d’animo di voltare pagina e cambiare lavoro) e incisero un altro lavoro all’insegna della “normalizzazione” dell’Apocalisse: Serpents Of The Light, disco considerato l’ultimo salvabile prima della crisi vera della band e titolo che segna la fine del sodalizio con Burns.

La ragione della rottura? In realtà Scott, pur dedicandosi ad altro, ha continuato a dire sì ai vecchi amici e rimettere i panni del produttore. Con i Deicide però no. Durante la realizzazione di Serpents, infatti qualcuno lo fece incazzare di brutto e da lì tutto precipitò. Chi fu il responsabile? Che domande, gli Hoffman!

Domandarono dei suoni di chitarra diversi da quelli che Scott aveva in mente. Lui li sconsigliò ma loro insistettero così tanto da spingerlo a mollare tutto e tornarsene ai cazzi suoi. Richiamato da Steve tornò, finì il lavoro ma qualcosa ormai si era rotto per sempre. Così almeno racconta Asheim.

Allora, qualsiasi rimostranza andiate a fare a Steve Asheim e Glen Benton sui vecchi Deicide 87-97, vi diranno sempre e comunque: “colpa degli Hoffman!” Bisogna dire, a onor del vero, che se oggi esponete le vostre perplessità sulla direzione melodica da Stench Of Redemption in poi, Steve e Glen vi diranno che è stata colpa di Santolla.

Gli Hoffman, questi due nerboruti fratelli, dall’aria un po’ lessa e presumibilmente fottuta dalla dieta a base di steroidi e patatine, in realtà pare che fossero dei despoti livorosi “e senza talento creativo” che tenevano in scacco il gruppo con le loro bizze.

E per quanto sia difficile non domandarsi, come mai Asheim e Glen se li siano “puppati” per così tanto tempo prima di cacciarli, alla fine questo è. Ma nessuno può credere che la colpa dell’insuccesso della band sia stata  solo degli ostruzionismi di quei due, sempre contrari a certe concessioni più sperimentali. E nemmeno della Roadrunner, che come azienda commerciale non fece altro, a parte riconoscere un cambio di tendenza e agire di conseguenza.

Insomma, la colpa fu dei Deicide e di chi c’era sotto quel nome.

GLI ANNI IN CUI QUI SI DEGENERA – Insaneratehymn e In Torment In Hell (2000-2003)

Insaneratehymn e In Torment In Hell sono considerati, anche da chi non li ha mai sentiti, i peggiori album dei Deicide di sempre. In realtà non segnano una crisi compositiva, come potrebbe apparire ascoltandoli. Sono stati percepiti così perché il pubblico non poteva conoscere ciò che c’era dietro.

In un certo senso potrebbe sembrarlo solo perché Steve Asheim non ci stette a consegnare alla Roadrunner due dischi di scorregge. E mentre lui tentava di scrivere qualcosa che fosse almeno decente, gli altri della band quelle flatulenze le infilarono come poterono, prestandosi alle incisioni senza un briciolo di fantasia e di grinta.

A riascoltarli oggi, quei due album non sono né meglio né peggio di tanta altra roba uscita nei primi anni duemila, ma di sicuro furono il frutto di una battaglia che di creativo non aveva nulla. I Deicide erano (o almeno si sentivano) ostaggio della loro etichetta. La Roadrunner non scindeva il contratto, li obbligava a registrare quanto prima i tre dischi che rimanevano da fare dopo Serpents e poi levarsi dai coglioni.

Questo senza investire un soldo sulla promozione, ovviamente. Se provate a cercarne per qualche oscura ragione, non troverete interviste risalenti agli anni in cui sono stati pubblicati questi due “cazzolavori”, e non è un caso. Di fatto l’etichetta non organizzò nulla e di certo allora la band non andò a bussare alle webzine per promuoversi da sola, come si fa oggi.

E anche l’avessero fatto sarebbe servito a poco perché la label trascurava non solo la pubblicità ma la distribuzione dei nuovi album dei Deicide. Seppure qualcosa avesse invogliato il pubblico a correre a comprarsi In Torment In Hell, non lo avrebbe trovato nei negozi.

GLI ANNI IN CUI SI RINASCE – La Earache e il sodalizio con Santolla/Owen (2004-2011)

L’uscita dalla Roadrunner, che si chiuse con la pubblicazione pacifica di un Best Of senza una sola traccia estratta da In Torment In Hell, diede inizio a una rinascita inevitabile per i Deicide, che passati alla convalescente Earache, pubblicarono un lavoro all’altezza della loro fama.

Praticamente dopo essersi finti malati, calciarono via le stampelle e la flebo e ricominciarono a pigliare tutti a calci nei coglioni. Scars Of The Crucifix non è un capolavoro illuminante, ma di certo tocca gli stessi livelli di Once Upon The Cross.

Intendiamoci, se al posto della Roadrunner, nel periodo 1998-2003 ci fosse stata un’etichetta pronta a credere alla band e scommetterci soldi ed eneergie, di sicuro avremmo avuto un solo disco e non due, e certamente migliore di quelli che uscirono, ma almeno, io temo che non sarebbero cambiate le sorti del death o della band.

Erano anni di micragna e la rinascita dei Deicide nel 2004 coincise con una ripresa generale di questo sottogenere: Nile, Hate Eternal, Behemoth… i primi anni del nuovo millennio rappresentano a oggi la ripartenza illusoria di tante situazioni che nei 90s sembravano segnate inesorabilmente. E i Deicide, proprio all’indomani della loro nuova esplosione decisero di sfanculare gli Hoffman Bros!

Oggi non tutti sono così convinti che l’arrivo di Santolla abbia fatto bene ai Deicide. C’è chi rimpiange i dispotici fratellini e spera addirittura in una reunion, ma quando uscì Stench Of Redemption, tutti furono pervasi dal “miracolo”.

I Deicide erano davvero rinati con un disco all’altezza del loro glorioso passato. E questo grazie ai nuovi chitarristi (il suddetto Ralph e l’altro peso massimo Jack Owen in fuga dai Cannibal) artefici di assoli così diversi da quelli soliti degli Hoffman. Il sound ora finalmente guadagnava uno spessore e una varietà che facevano bene alla band e permettevano un nuovo slancio anche della componente violenta e dissacrante.

La “via di Santolla” però stancò presto sia Asheim che i fan, mentre Benton, a sentirlo ora, non ci impazzì mai. Per Glen la lunghezza dei brani e gli assoli così brillanti non potevano essere una novità, a dirla tutta. Per prima cosa Dechristianized, nel 2003, inizio della collaborazione tra Benton e i Vital Remains, aveva già sospinto il suo grugnito troglodita in lidi dove la melodia era molto più presente e anche le tempistiche dei brani erano più lunghe.

Coi Deicide questo non succedeva mai perché, a sentire Steve, gli Hoffman pretendevano che non si eccedesse nelle durate dei pezzi e soprattutto non creavano mai degli assoli più lunghi di otto o dieci secondi. Questa essenzialità, da far rispettare con le buone o le cattive, in realtà era positiva ed esaltava la lezione degli Slayer di Reign In Blood, che in quel disco mostravano quanto la potenza fosse nella rapidità e non nella forza.

Certo proibire tassativamente ogni evenienza di sperimentazione e sviluppo delle idee, solo per contenere superstiziosamente i tempi in quel modo fanatico, contribuì a dare ai Deicide il fetore del ristagno, con o senza scazzi per la Roadrunner. Di sicuro però, una volta fuori Eric e Brian Hoffman, Steve e Glen, fecero uscire album più lunghi e pieni di melodia, almeno per godersi la beata libertà di farlo. Santolla capitò a fagiolo e forzò una porta divelta.

La cosa buffa è che gli Hoffman, nel 2012, 8 anni dopo la loro cacciata dal tempio dei Deicide, e nell’unico titolo realizzato come Amon, Liar In Wait, fecero lo stesso! Anche lì ci sono assoli melodici e brani lunghi quattro minuti circa. Quindi? Bah!

GLI ANNI IN CUI SI VIVACCHIA –  In The minds of Evil e Overtures In Blasphemy (2011-2020)

L’ultima parte di carriera della band sembra non fruire più dello slancio rabbioso nutrito dalla scissione del 2004 con gli odiati Hoffman. La band ha finalmente mollato i Morrisound per gli Audio Hammer Studios, ha trovato un produttore con cui andare d’accordo, Jason Suecof, e un’etichetta che offre al gruppo il giusto supporto senza scassargli la minchia. La Century Media è casa.

Glen continua a dire di credere in Satana ma è sempre più misurato e sobrio nelle sue esternazioni di fede. Steve ha trovato altre valvole di sfogo in progetti poi abortiti (Council Of The Fallen) e altri messi in naftalina (Order Of Ennead) e oggi realizza per i Deicide lavori in cui tenta di ritrovare la carica degli esordi, fallendo come è giusto che sia. Dice il Padrecavallo: “Chi finisce per trarre ispirazione da ciò che ha già fatto, riuscirà solo a ripetersi”. E questo è il destino dei Deicide, che ormai sono adagiati su una routine sicura, ma per certi versi tremendamente noiosa.

Riguardo la questione delle liriche di Benton, bisogna tener presente che l’America, dove principalmente la band vive, è cresciuta e invecchia, è un posto molto diverso dall’Europa. Per noi europei un testo-invettiva di Glen contro i cristiani e Gesù, Giuseppe e Maria, sfonda una porta aperta. Dalle sue parti invece c’è un tale lavaggio del cervello con il sapone di Cristo, che l’insistenza dei Deicide potrebbe anche rispondere a un bisogno di sfogare concetti in un borbottio gutturale, che al popolo americano entrerebbero più facilmente dal culo che nella zucca. Ave Satana!

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