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Il metro mentale – Riflessioni equine da una stalla in quarantena

Salve sdangheri, come state? Io mi aggiro per casa come un fantasma sovrappeso. Tutto si ricopre di polvere, tutto si ammucchia, come se non ci fossi nemmeno. Mi sforzo di andare avanti, di fare le solite cose, ma è difficile riuscirci quando là fuori non è più la solita realtà. La sensazione mi riporta al post – 11 settembre, quando era impossibile pensare a qualsiasi cosa che non fossero quei cazzo di aerei, i terroristi, Bin Laden… Ve lo ricordate Bin Laden? Potevate immaginare nel 2001 che un giorno non avreste quasi più pensato a lui?

Ricordo che nel post-11 settembre vivevo con una certa mancanza di interesse le uscite discografiche e cinematografiche. Erano state realizzate prima di quel grande casino e comparivano sul mercato, per ovvi motivi, poco dopo l’attentato. Ricordo censure assurde, come il trailer del film di Spider Man. Copertine di dischi cambiate perché compariva il World Trace Center e addirittura si pensò di non intitolare il secondo capitolo del Signore dell’Anello, Le due torri.

I libri, film, canzoni prodotte prima dell’11 settembre e uscite poco dopo, dimostravano quanto anche gli artisti fossero poco più che dei coglioni come tutti noi, persi a cianciare di amori perduti e di esistenzialismo fuori-tempo, senza mostrare al pubblico un minimo indizio di quel talento divinatorio che una volta si attribuiva loro.

Non c’era traccia in quegli album, non c’era un pizzico di sentore di quello che si stava avvicinando. E dopo fu anche peggio. Gli artisti che tentarono di parlare dell’angoscia, lo straniamento e la paura che ci coprivano il cuore, fallivano miseramente sia offrendone uno sguardo troppo diretto ma annichilito, che magari limitandosi ad alludere così bene da non riuscire quasi a farsi capire da nessuno.

E poi c’erano quelli che invece fingevano che tutto fosse come sempre. E scrivevano le solite minchiate anche dopo, perché di paura, di casini e di merda terroristica già ne parlavano in troppi e bisognava distrarre la gente.

Ma la gente non voleva distrarsi. Quando tu hai paura vuoi capire come stanno le cose, non guardi da un’altra parte. E io non ho mai creduto all’arte come qualcosa che dovrebbe distrarci. Le migliori opere cosiddette di “evasione”, fantastiche, sotto sotto sono sempre state metafore della realtà: totalitarismi politici, voragini sociali e così via.

Se leggo un libro, ascolto una canzone, vedo un film o ammiro un quadro, voglio che mi aiuti ad affrontare la realtà e non fuggirla. Dico tutto questo perché sono combattuto. Una parte di me vorrebbe scrivere articoli su vecchi dischi, le solite questioni sul metal, fingere che nulla stia succedendo, lasciando ad altri il compito di opprimervi e spaventarvi o alla meno peggio rassicurarvi su quanto sta succedendo e sta per succedere, ma in ogni caso sento che forse non sia il caso di saturarvi con lo stesso argomento che nemmeno voglio nominare per il vostro bene mentale.

Ma allo stesso tempo sarei tentato di parlarvi della realtà anche io, quella che io vedo e percepisco, magari così vicino al vostro sentire, per una volta. So che da Sdangher non vi aspettate mai l’attualità. Quando venite qui è perché avete già fatto il pieno, ma personalmente non amo censurarmi. Non sono il tipo che vi dice, beveteci su e non pensateci più: passerà ‘a nuttata!

Di conseguenza sarei per raccontarvi di cosa vivo e di come il mondo, quando prova a intonare la stessa armonia, finisca per produrre solo un gran fracasso. Pensate a tutti quei musicisti improvvisati che si sono affacciati dal balcone per suonare qualcosa. Avete sentito una sola grande melodia in risposta al caos che si avvicina?

No, avete sentito solo altro caos. E da qui bisogna partire. Dalla strada che bisogna fare per diventare una grande orchestra e non una versione degli Area dopo che si sono fatti tutti una pera collettiva. Siamo divisi, questo è ovvio, deframmentati. Anche al nostro interno.

E ll caos è una sorta di “metro mentale”, un metro di distanza che non è più solo fisico, come impone il governo, è qualcosa che mi distanzia da tutti voi e che anche voi probabilmente applicate, perché le circostanze strane che vivo le vivete voi stesse.

Siamo distanti e allo stesso tempo vicinissimi nel provare le stesse emozioni e sensazioni. Ho tanto tempo ora per fare quelle cose che ho rimandato a lungo, ma ho davvero la voglia e la lucidità per farle ?

Sono sicuro che lo sforzo di dare una parvenza di normalità a qualcosa che normale non è, sia la soluzione migliore ?

Nel frattempo il caos vaga come una nuvola di nebbia scura in casa, si aggira tra dischi, libri, film, a cui finalmente posso mettere mano, dato che ho tempo. Ma ho quella lucidità mentale per apprezzarne davvero e consapevolmente il contenuto ? Non lo so.

Quello che provo è una sensazione ondivaga e divisiva, voci che si sovrappongono e mi dicono di agire, di procrastinare, di fare le stesse cose di prima, di provarne delle nuove, di dormire e sognare. Nessuna mi convince e mi convincono tutte.

Ho come la sensazione di avere dipinto la nuova Gioconda, la nuova Guernica, ma di non avere un pubblico che verrà al museo a vederla. Come quando un albero cade nella foresta Amazzonica, e nessuno ne ascolta il fragore. Davvero è caduto ? Se nessuno è testimone di un evento, realmente è accaduto, o si può considerare alla stregua di una buona (cattiva) intenzione ?

Dico tutto questo perché sono combattuto. Lo sono sempre. Ma mai come oggi. Siete sicuri che anche voi abbiate la lucidità e l’energia, ora che ne avete il tempo, di scavare dentro voi stessi e restare uguali a prima di tutto quello che è accaduto ?

Siate sinceri come me, che mi aggiro per casa come uno spettro con in mano un metro, che guardo e riguardo, ma sempre cento centimetri segna, che mi separano come un abisso da voi, e che mai come oggi mi avvicina sempre di più dentro me stesso. Siete lontanissimi e siete vicinissimi, a seconda dei momenti.
Ripeto, non sono il tipo che vi dice, beveteci su e non pensateci, ma un buon bicchiere mentre mi leggete io lo sto già sorseggiando.

Articolo di Achille Cotone e Francesco “Padrecavallo” Ceccamea

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