heavymmerda!

L’angolo dell’heavy merda, il peggio del metallo in esclusiva, solo per voi, su Sdangher!

heavy merda

A forza di ascoltare pessimi dischi per trovare il peggio del peggio da presentare alle vostre feroci critiche, temo fortemente di averci preso gusto. Sì perché trovare un disco brutto non è così facile, su questo io e Padrecavallo siamo perfettamente concordi. Purtroppo ciò che spicca grattando sotto la superficie  è tanta mediocrità e poco altro.

Perché ci vuole una certa capacità per riuscire a suonare metal davvero male, mentre, ahimè, la facilità con la quale si scade nel mediocre o nel già sentito, senza raggiungere picchi degni di nota, neppure nell’accezione negativa del termine, è sconcertante.

Ho ascoltato i dischi che mi hanno recentemente fornito, ma non per tutti il mio giudizio è stato pessimo, anzi, a volte ho trovato band che, senza sforzo terribile, avrebbero potuto proporre validi prodotti in luogo delle scialbe registrazioni che mi sono arrivate.

Ma non temete, dopo lunghe sessioni di ascolto del peggio trovato in redazione, abbiamo anche oggi qualcosa da offrire al vostro lubidrio. Andiamo quindi a cominciare senza indugi, siore e siori, che anche stavolta qualcuno lo castigheremo.

Cominciamo con uno di quei dischi che a me piacciono tanto, di quelli tutti fanfare e orchestre pompose a supportare la triste mediocrità travestita da powa melodico e presunto lirico.

Si chiamano  Bendida, vengono dalla Bulgaria, hanno un sito spassosissimo dove sono immortalati in pose degne di Conan il Babbaro (la discount-version del celebre film, per capirci). Copertina che potete ammirare qui sopra, con un clone di Jason Mamoa in vesti da cuerriero di World of Warcraft (livello 40 circa) e titolo roboante per distrarre dalla pochezza del materiale proposto.

Linee armoniche elementari, esagerate pomposità, viole e tromboni a riempire un disco davvero in grado di creare entusiasmo zero. Per gli amanti del genere si salvano le voci femminili (che fanno il loro lavoro e nulla più, comunque) e anche il batterista suona onestamente, ma manca qualsivoglia guizzo di sperimentazione o vero virtuosismo.

La sensazione è che questi ragazzi, per non sbagliare, non osino. Mai. Bandida, fatevene una ragione: non siete i Therion. Davvero. Smettere di vestirsi come il mago Gabriel e cominciare a dedicare un po’ di attenzione alla musica credo aiuterebbe. Disco troppo piatto per trovare pezzi migliori o peggiori, fate vobis e scegliete il peggio da soli, io non lo riascolto.

Ma non dilunghiamoci oltre e passiamo al secondo disco in esame oggi, un piccolo capolavoro grindcore tutto dedicato ai germi (e poi dite che non casca al momento giusto, arriva proprio ora, in pieno contagio da piaga catarrosa).

Loro sono gli Autoinducer, vengono dal Texas, fanno un grind scontato e ripetitivo che sotto il profilo musicale non arriva a giustificare chi gli ha consigliato di incidere questo Germophobe.

Il disco non ha davvero nulla di interessante, un susseguirsi di canzoni suonate così così ma in fretta, per carità. Il vero motivo per il quale questo coso passerà alla posterità è la copertina più scema del metal, che ritrae un coglione il quale, temendo il contagio di una manica di zombi verdi, in metropolitana, si versa allegramente una tanica di candeggina addosso. Naturalmente dopo essersi levato le scarpe ordinatamente (durante un contagio mortale è d’obbligo) e aver assunto la corretta posizione joga meglio nota come “coglione che si butta in testa la candeggina”. Mossa geniale immortalata in un disegno degno di un ragazzino delle medie fumato di brutto. Per fortuna la regia ha allegato l’ immagine perché le parole non sarebbero bastate a darvi un’idea…

Ok, ora che vi siete ripresi eccomi a parlare del culturista della terza età, l’ex criniera bionda del metal canadese, il caro Thor!

Alla sua veneranda età eccolo qui a proporci questo capolavoro intitolato Rising. Ora, il buon Thor fu un grande del metallo pagliaccioso e spettacolare degli anni ottanta.
Ottanta.
Cioè quarant’anni fa. Quattro decadi di vita on the road che si vedono tutte. Basta guardarlo mentre saltella sui palchi vestito come un nano di Warhammer pronto per la guerra, simpatico metallaro pressoché settantenne vestito di armature morbide (davvero minacciose quanto una briscola al centro anziani) e armato di martelloni di gomma, attorniato di musicisti di mestiere dall’aria mercenaria e poco coinvolta e qualche fan nerdissimo.

Come già ebbi modo di dire nella recensione in cui mi occupai di lui, forse è giunto il tempo per i cantieri e le bocce. Risparmiatevi il macabro gusto dei video correlati, sono imbarazzanti e lui è una brava persona, in fondo. Pezzo più terribile? Direi il lento Power Mask, in cui il nostro eroe miagola tristissimo dei testi fantasy improbabili che penso ritenga commoventi e profondissimi. Che tristume.

Ma adesso entriamo nella vera zona rossa (ops, scusate, meglio non usare il termine zona rossa, non vogliatemene, vi prego, mi è scappato) del cagatometro: il misura cagate dice che sta arrivando er peggio der peggio!

Uno di quei lavori osceni che la storia saprà condannare a modino, un gruppo con sede a Tokio, ma non di giapponesi, sarebbe troppo facile. Si chiamano RedBedRock, come dicevo hanno in line-up un solo nipponico, il bassista, per il resto vengono da Canada, Porto Rico e Venezuela.

Hanno una copertina che batte ogni cattivo gusto (perfino peggio di quella degli Autoinducer, roba da matti) e mantengono perfettamente le premesse che questa suggerisce.

Con un cantante stonato di brutto, una sezione ritmica confusionaria che non sa che strada seguire e una pessima gestione dei suoni in generale, ci rifilano questo Kicking And Screaming. Un’opera degna del miglior “famolo male” ma fatto peggio. Il massimo raccapriccio si tocca con El Gusano, pezzo latino che vanta la peggior performance del cantante in assoluto. Ascoltare per credere. Oppure fidatevi sulla parola che è meglio, lo dico per il vostro apparato uditivo, potrebbe rimanerne oltraggiato.

E subito eccoci a denigrare un gruppo proveniente dal Brasile, senza tregua alcuna e con grande impegno. Anzi, due gruppi! Con uno split album di due band locali, dedite a un rutto scomposto in varie tonalità senza alcun parallelo con la musica, che del grind ha solo la definizione.

Col titolo di Musica Pra Dancar Apaixonado è emozionante come vedere un pittore d’avanguardia che si infila in culo un’abatjour e la usa per dipingere al buio. Ma meno interessante, a dire il vero.

Le due band responsabili sono gli Extreme Rotten Shit e i Vitimas Do Crack. Avete presente un gatto che vomita palle di pelo? Bene, filmatelo, ripetete le stesse immagini seicento volte e guardate il tutto mentre accanto a voi dicono un rosario in loop. Non riuscirete ad annoiarvi altrettanto di chi ascolta Musica Pra Dancar Apaixonado per intero.

Davvero, se a qualcuno piace è la prova che il mondo va verso una fine inevitabile. Parte peggiore di questo declino della cultura? La cover di Louie Louie (rifatta da un’infinità di artisti, inclusi i Motorhead) ma realizzata in maniera indegna. Vergogna. Ma vergogna tanta, da metterli in castigo in ginocchio sui ceci secchi con il cappello da asino. A vita.

Ne avreste abbastanza? Beh, se siete andati a cercare i gruppi di cui vi ho parlato (e li avete magari pure ascoltati) vi stimo profondamente, quindi vi racconto anche di quel disco che ha una copertina brutta, con su disegnato un porco sellato condotto a briglia da un bambino arrabbiato e si intitola This Shit Is Golden. Opera dei Suricates, band austriaca che voleva fare rock’n’roll ma poi ha optato per scelte più ruvide.

Il disco non è orrendo, almeno la musica ha dei lati positivi. Il cantante pare annoiato in tutte le tracce, ha la voce di uno che pensa “che palle, voglio tornare a casa mia a guardare i pesci nell’acquario!”, ma questo deve essere il suo stile personale.

Le chitarre lavorano onestamente, potrebbero persino fare del metal vero, direi, eppure questo album non decolla, sa di già sentito (di Pearl Jam in versione più speziata e meno creativa, per capirci).

Manca la marcia in più.

Pezzo tristo direi Sunrise, che chiude l’album. Se penso che è il terzo lavoro in studio di questi tizi non mi capacito: potrebbero essere persino accettabili con un po’ di originalità in più, copertine e titoli meno scemi e con un cantante meno scocciato. O, forse, a lui piace proprio così.

Allora, ho stroncato il gruppo preferito di qualcuno? Vostra zia suona con una delle band succitate e mi odierete a vita? Siete componenti dei gruppi che ho deriso e mi giurate vendetta? Ma dai, me ne farò una ragione.

A presto allegri equinidi d’ogni sorta, per oggi il peggio lo avete avuto! E come dicono in fondo i Su(ri)cates:

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