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Speciale Obituary 1985-1999 – Quando la putrefazione era una roba da ragazzi!

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Nota: Salve primati, prima di immergervi in questo articolone sugli Obituary (Obies, per gli amici) vi chiedo un momento di attenzione. Troverete dei link ma non pensate siano i soliti rimandi a Wikipedia o a vecchi articoli sdangheri. Si tratta di pezzi nuovi nuovi che ho scritto appositamente per questo specialone. Prendeteli come dei box di approfondimento, che siete liberi di leggere o magari risparmiarvi e tirare dritto con il pezzo principale. Fate come vi pare, ma non sottovalutate i link, tutti (tranne il primo e il secondo) conducono a stanze interne che completano il lavoro sugli Obituary e se li leggete sono contento.

Francesco Padrecavallo Ceccamea

Gli Obituary un tempo erano una band dall’alone misterioso e decadente. Purtroppo dal 2004 hanno iniziato a mostrarsi sul palco con le loro pance prominenti e l’aria rilassata, quell’attitudine cazzona USA da bbq e birra, spinelli e old records, che onestamente converte in modo assai sconveniente tutto quel loro mistero primordiale emerso dai gloriosi anni in cui la Florida esportava puzza e grasso cadaverino un tanto al chilo e l’urlo di John Tardy si ergeva su un cumulo di purulente macerie.

Eppure gli Obies sono sempre stati gli amiconi in bermuda e birra che vedete oggi.  Fin dai tempi di Slowly We Rot, l’avverbio “lentamente” rappresentava più di qualsiasi altro aggettivo l’andatura ascensionale della band verso la gloria: senza fretta, sorniona, quasi indolente ma inesorabile. Come hanno spiegato anni dopo a commento del loro preambolico strumentale Redneck Stomp su Frozen In Time, “slowly” è il tipico passo dinoccolato e zombesco dei floridiani: fieri burini che amano fare le cose in modo semplice e vicino casa.

Se confrontiamo gli inizi di carriera dei Morbid Angel o i Deicide con quelli della band dei fratelli Tardy, salta subito la differenza attitudinale. I primi due gruppi si immolavano a Satana tagliandosi e marchiandosi la pelle con le croci rovesciate, ribollivano di furia e determinazione, traslocavano addirittura da uno stato all’altro nel tentativo di mettere insieme delle line-up adeguate, mentre gli Obituary erano un pugno di amici delle medie, si divertivano a realizzare la musica più pesante possibile nel garage di casa, ridendo come matti. La voce di John Tardy, così enorme e capace di esprimere armonia oltre le coltri catarrali, era sostanzialmente uno scherzo, una presa in giro.

C’è qualcosa che è sfuggito a molte band death e grind, nel corso del tempo. Quello che Carcass, Napalm Death, Repulsion e Obituary cercavano di fare non era serio e cattivo, come i loro innumerevoli discepoli hanno finito per credere. Era solo uno scherzo provocatorio di un pugno di ragazzini stanchi e annoiati dal rock e dal thrash metal. Nessuno di loro sognava di farne un mestiere. Pensavano soltanto a realizzare qualcosa di originale e non allineato con quello che sentivano in giro. Volevano portare la musica ai limiti del percettibile e dell’estremo, giusto per dire al mondo: “vi basta? Perché più veloce, più violento, più schifoso di così c’è solo il manicomio, gente!”

Quando il gruppo iniziò a provare i pezzi che poi sarebbero diventati la scaletta di Slowly We Rot, spesso interrompevano le esecuzioni per mettersi a ridere. E non avete idea quante belle risate si siano fatti durante le session di registrazione al Morrisound. Loro e Scott Barnes immaginavano la faccia della gente che avrebbe ascoltato quella roba. John poi era così concentrato sul concetto limite di come la sua voce negasse qualsiasi possibile empatia e scambio con gli ascoltatori, da scegliere di non sprecarsi nemmeno a scrivere dei testi veri e propri. Non c’era bisogno, fin da subito aveva pensato che urlando in quel modo avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e lasciare che l’ascoltatore immaginasse da solo di sentire quello che gli pareva. Un po’ come macchie di Rorschach acustiche anziché visive. E così si concentrò su come sposare armoniosamente quel fiume di mastice rosso sangue nelle insenature ritmiche della band e nei riff poderosi.

La sua scelta iniziale di non cantare dei testi e non mandare messaggi andava oltre l’anarchia del punk, osava davvero tanto ma nel tempo è stata una mossa che gli è valsa una specie di tormentosa maledizione, aprendo per sempre LA questione sui testi (ci sono o no?) del gruppo. Anche oggi la cosa è sempre molto dibattuta (cliccate qui, se volete saperne di più).

In quegli anni si tendeva a prendere molto sul serio il metal estremo. Benton lo sapeva bene e ne approfittò infuocando il mondo con le sue sparate, mentre gli Obies avrebbero magari voluto dare una pacca sulla spalla a tutti, stapparsi una birra e allentare la tensione con una versione ribassata di Free Bird degli Skynyrd. La cosa però era tassativamente vietata. E per Cause Of Death la Roadrunner li fece addirittura posare tutti dentro delle bare appositamente costruite per la foto session.

I ragazzi protestarono per una simile buffonata, ma alla fine dovettero prestarsi, così come farsi le foto di gruppo al cimitero dietro casa o davanti a qualche albero morto. La Roadrunner sapeva che per “vendere” gli Obituary dovevano essere coerenti con quel gioco di morte e splatter. E bisogna dire che oltre al sound, anche fisicamente entravano bene nella parte: l’estetica depressiva e sinistra del death metal calzava con le occhiaie galattiche di Trevor Peres e i musi lunghi dei fratelli Tardy. Nei muggiti apocalittici di John finimmo tutti per sentire il dolore e l’agonia del moribondo adolescenziale che c’era in ognuno di noi. Nessuno si sognò di sghignazzare.

Nati con la camicia funebre

Da quei primi anni, dal 1985 e il demo Metal Up Your Ass, pubblicato col nome Xecutioner e venduto per divertimento ai compagni di scuola, fino al 1990 e il successo mondiale di Cause Of Death, il gruppo non si è mai dannato i nervi, ha solo lasciato che il metaforico pulmino wolkswagen su cui aveva piantato il culo, planasse dolcemente, in folle, lungo la discesa della storia. Gli Obies si trovavano al posto giusto e al momento giusto, ed era come se lo sapessero.

Pensateci: Trevor Peres e Donald Tardy andavano in classe insieme. Un giorno decisero di mettere insieme una band e scelsero di reclutare altri elementi tra i compagni di giochi. Gli mancava un cantante e lo trovarono lì nel garage dove facevano le prove, già bello e pronto. Era il fratello di Don e amava i Grand Funk e gli Zep. Non impazziva per i Venom e i Celtic Frost, ma si prestò in attesa che trovassero qualcuno, e un giorno inaspettatamente tirò fuori quella cazzo di voce. E quella voce vestì la band dalla testa ai piedi.

Gli Xecutioner finirono per registrare dei pezzi in uno studio non lontano da casa: i Morrisound. Non potevano immaginare che proprio quel posto, specializzato in tutto tranne che nel registrare roba heavy, sarebbe diventato la mecca del death metal.

E ai Morrisound, incontrarono lo stagista di nome Scott Burns. Lo conoscevano già perché a volte gli aveva fatto i suoni dal vivo ma in quel contesto non sapevano come fosse. Era un tipo sveglio che già spingeva i bottoni ma ancora preparava i caffè per i fratelli Morris, puliva il bagno e svuotava i cestini dei rifiuti prima di andarsene a casa. Poi Rick Miller, il tecnico dei Morrisound ebbe un incidente. E toccò a Scott sostituirlo. Fu con loro che iniziò a far pratica seria, quindi. Il gruppo spedì il risultato a un amico di penna, tale Borivoj Krgin, (il futuro creatore di Blabbermouth). Costui aveva una fanzine e si dannava come un matto a promuovere il metal più pesante possibile. A riprova del suo buon gusto e della sua volontà, finì per pubblicare un’antologia con dentro gli Xecutioner, i Sadus e i R.A.V.A.G.E. (futuri Atheist).

Borivoj era così sicuro del valore degli Xecutioner che decise di portare una copia dell’antologia a un suo amico per farglieli ascoltare: Monte Conner della Roadracer (meglio nota oggi come Roadrunner) si innamorò subito della voce di John Tardy. Spedì al gruppo un contratto (di merda) e gli offrì soldi per aggiungere qualche altro brano a quelli già incisi per la raccolta di Borivoj e la sua Godly Records e ottenere la lunghezza sufficiente a un long-playing.

I ragazzi tornarono ai Morrisound e offrirono a Scott Burns, già che c’era, la possibilità di finire la “produzione” del loro primo album, aiutandoli a incidere altre quattro tracce, che insieme al resto formarono Slowly We Rot.

Semplice no? Però c’era un problema. Per Monte, prima di uscire con l’album bisognava cambiare nome perché esisteva già più di una band che si faceva chiamare Xecutioner. E così John prese il vocabolario, lo sfogliò un po’ e fece cadere lo sguardo su “Obituary”. Sorprendendosi che nessuno avesse già usato quella parola la propose al resto dei ragazzi. La parola magica era lì, intonsa dalla notte in cui nacque l’heavy metal e nessuno aveva pensato prima di usarla.

L’album uscì e suscitò un clamore senza precedenti nell’underground, raggiungendo nel giro di qualche mese i folli di mezzo mondo, pronti a supportare gli Obituary a ogni costo. E loro cosa fecero dopo un simile exploit? Nulla. Si limitarono a suonare un po’ intorno a casa, spostandosi con la macchina di famiglia e continuando la loro vita di sempre, tra canne, birra e jam session nel garage dei Tardy. Erano così sulle nuvole che si persero per strada il bassista Daniel Tucker, e quasi non se ne accorsero. Conoscete la faccenda? Altrimenti sapete cosa fare.

Si svegliarono da quel sonno solo dopo che l’etichetta li spinse a organizzare un vero tour che supportasse sul serio Slowly We Rot e avviare i lavori per secondo disco.

Nel 1990 praticamente gli Obituary fecero due tour, uno per il primo album e uno per il secondo. E in quei mesi, tra America ed Europa, ovunque andassero trovavano gente che li acclamava, ululando le loro canzoni. Fantastico!

Peccato che più o meno a quel punto, la discesa verso la storia iniziasse a trasformarsi in pianura. All’orizzonte, anche se nascosta dalla bruma mattutina delle grandi illusioni giovanili, si nascondeva una dura salita, impossibile da fare continuando a non pigiare sull’acceleratore di quello scassato pulmino wolkswagen metaforico. Ci voleva benzina per il motore, tutta la benzina risparmiata fino a quel punto. E anche quella che il gruppo non avrebbe mai avuto.

Causa del decesso: il mancato successo

Siamo nel 1990, l’anno perfetto in cui tutto davvero si allinea in un filotto cosmico irripetibile: il disco migliore, Cause Of Death, il tour più bello, quello con i Sepultura (lanciatissimi e prossimi a incidere Chaos A.D.) e la risposta crescente di un pubblico così fuori di testa da capire fino in fondo la proposta degli Obituary e tutto il fenomeno death metal.

Mentre viviamo, noi moriamo di continuo, quindi non dovrebbe suscitare meraviglia che proprio in seno a questo anno meraviglioso, il 1990, per gli Obies si possano notare, col senno di poi, i primi germogli della putrefazione. Per cominciare  l’uscita dell’album cosiddetto “storico” per eccellenza, è l’unico senza la formazione “storica”.

Allen West, anima tormentata e principale mente creativa del gruppo, scrive parecchio del materiale finito Cause Of Deah, ma quando arriva il momento di registrarlo, dei problemi famigliari gli impediscono di continuare a far parte degli Obituary. Nello specifico, sua moglie. La ragazza rimane incinta e l’atteggiamento del suo uomo non la tranquillizza per niente. Invece di trovarsi un lavoro sicuro continua a perder tempo con quegli idioti dei suoi amici rockettari, inseguendo smanie da star impossibili da realizzare. E quindi lei decide di dargli un ultimatum: se non molla la band sarà lei a mollar lui, portandosi via il bambino.

Cosa può fare Allen? Ci sarebbero diverse soluzioni, ma lui sceglie la peggiore: rinuncia al gruppo per una moglie dispotica, nonostante abbia investito tutto se stesso negli Obituary, siano la sua vita, e nonostante il nuovo album sia una bomba. Inutile dirlo, una ragazza che fa così non ti ama davvero ma lui nel ’90 ha 23 anni, ha paura di tutto, probabilmente pensa al bene del figlio e ubbidisce.

Al suo posto entra nella band il pezzo pregiato James Murphy, che si fa un giro sul carrozzone del death and roll al posto di Allen, nel momento più figo della storia di questo genere. Il bello, ma non c’è da stupirsene, è che la moglie di West, lo lascia ugualmente, portandosi via il figlio. E West torna nella band con un seme gigantesco d’invidia che cresce e cresce nel corso degli anni.

Gli altri ragazzi restituiscono il posto a lui, senza neanche farselo chiedere ma la cosa non gli basta mica. E per cambiare, anche James non la prende benissimo. Era stato avvertito ancora prima di essere accolto dal gruppo che poteva andare così, vero, ma non gli va giù lo stesso. A rileggere le vecchie interviste di quegli anni, la transizione dei due chitarristi sembrò una cosa pacifica, corretta e amichevole, ma non lo fu per niente. Si trattò di un trauma, una frattura che ha finito per condannare il gruppo a convivere con un tumore intestino di scontento e risentimento e ha consegnato Murphy una volta per tutte al nomadismo di lusso che tutti conosciamo.

James si è sempre sentito superiore ad Allen. Peccato che il suo talento creativo, al di là degli assoli stupendi realizzati su due piedi per Cause Of Death, il resto della band non lo abbia mai compreso. I suoi riff e le sue idee, che Murphy ha proposto, hanno lasciato basiti e un po’ imbarazzati gli altri. Chiaramente non sapevano cosa farne di quelle idee, erano cose troppo complicate per i loro gusti. E non è tutto qui, già durante il tour, il virtuoso chitarrista non si dimostrò un grande amicone, rappresentando l’unica nota stonata del 1990, per gli Obituary.

Sempre incazzato e polemico, al ritorno a Tampa sia John, Frank che Trevor non avevano dubbi di doverlo mollare. E la cosa era sicura ancora prima di trovare Allen con la sua chitarra ad aspettarli in sala prove. E per quanto James sia stato il solo tra tutti i rimpiazzi di West, capace di aggiungere qualcosa di significativo allo stile della band, a guardare le foto e i vecchi filmati, è abbastanza evidente che si trattava di un ospite. Quel suo sguardo attento e il suo bell’aspetto stonavano con lo stile imbronciato e un po’ nerd di quegli altri zuzzurelloni. Tutto il materiale offerto agli Obies e da loro rifiutato, Murphy lo ha usato per il primo e unico disco dei Disincarnate, tanto per la cronaca. Se avete curiosità ascoltatevelo, Dreams Of The Carrion Kind è un bel lavoro, anche se al tempo dell’uscita fu sopravvalutato dalla critica e quasi ignorato dal pubblico.

Adoro James Murphy ma qui si parla degli Obituary e non posso deviare troppo. Se vi interessa che tratti ancora di lui, favorite pure da questa parte. Altrimenti seguitate a leggere l’articolo e pace.

Allen West incasinatore

Purtroppo Allen West ha sempre avuto la testa un po’ matta e a causa del suo mancato appuntamento con la storia di Cause Of Death, ha finito per covare un rancore irrazionale e narcisistico verso i suoi ex compagni che al tempo lui reputava fratelli e che si sono macchiati della “colpa” di non essersi fermati quando per motivi personali dovette scendere. Una cosa assurda ma molto umana che ricorda l’invidia del moribondo di cui parla Tolstoj in Anna Karenina: “perché non morite tutti come me?” I Tardy, Peres e Watkins hanno presunto di rimpiazzarlo e fare a meno di lui? Ma come hanno potuto??? Andare a spassarsela con le sue canzoni in mezzo mondo, tra bagni di folla e feste sfrenate insieme ai Sepultura, mentre il povero Allen se rimaneva a casa, a fare un lavoro di merda e sopportare quella strega di sua moglie? Lui che aveva creato così tanto per loro, cazzo!

Pretesa assurda, ne convengo, ma Allen ha dato prova nel tempo di essere un tipo piuttosto complicato. A un giornalista di Metal Shock, durante il classico terzo grado della rivista, lui disse: “non ingannarti. Io sembro tranquillo ma sono uno che invece si mette sempre nei casini”. Non ci credete? Cliccate qui se vi interessa la carriera criminale di Allen.

Il successo degli Obituary nel biennio 1989-1990, così apparentemente facile, ha illuso la band di poterci campare e ha illuso Monte Conner, pronto a mettere sotto contratto qualsiasi gruppo simile agli Obies, che il death metal fosse il “nu nu thrash” e che quindi tra quelle band potessero spuntare i nu nu Metallica. Ovvio che quei suoni, quel gutturame, la visione nichilista e l’estetica mortifera, già dopo un paio di anni avevano finito per  stancare il pubblico, perché era uno scherzo e il gioco è bello quando dura poco, non si può trasformare in un’epopea sinfonica scorregge sataniche, ritmi a velocità supersoniche, schifezze splatter e rumore ribassato di tono. E poi il pubblico ormai era distratto dai nuovi alfieri dello sputo e del catrame ideologico, autentici folli provenienti dal nord Europa oppure era esaltato dalle ritmiche trascinanti e il nichilismo più laccato e commestibile del nu american metal di Pantera, Machine Head e Fear Factory.

La nave dei folli e il cannone spara carne di Capitan Corner!

Come per i Deicide, nel 1994, anche gli Obituary si trovano quindi superstiti sulla nave della Roadrunner dopo che il capitan uncino Monte Conner ha gettato in pasto agli squali quasi tutti i gruppi death metal che si era preso a bordo in un momento di euforia necrofiliaca.

E come per Benton e gli altri, la convivenza in casa della label, dal 1993 in poi diventa quantomeno problematica e frustrante o alla meglio inesistente. A dire il vero, Monte all’inizio punta molto sugli Obies. Per qualche assurda ragione si mette in testa che anche loro possano esplodere alla maniera dei Sepultura di Chaos A.D. E gli Obituary ci provano a fare quel volo. Vogliono sistemarsi, amano le folle in visibilio e desiderano una posizione nel mondo del rock. Vedono con ammirazione e un pizzico di invidia lo status sociale ed economico raggiunto dai fratelli Cavalera e anche loro, con un po’ di fortuna immaginano di poter sfruttare lo stesso vento e raggiungerli in alto.

Nel 1994, Frank Watkins e Trevor Peres, parlano con gran convinzione e disinvoltura di “evoluzione” e di “crescita” (le solite cose che più o meno tutte le band di allora dicevano ai giornalisti). World Demise è pronto e la band stavolta ha qualcosa da dire. Ci sono pezzi pieni di groove da mandare in giuggiole gli headbangers in fissa con Phil Anselmo e Robb Flynn. E ci sono testi veri con dei messaggi importanti sul mondo che va male e che bisogna cambiare perché siamo tutti figli della foca! Basta splatter e scemenze da cimitero (anche se un pezzo si intitola Splattered). Gli Obituary credono nel potere della musica e vogliono usarlo. Sono così convinti del valore dei pezzi e la genuinità della svolta da pensare addirittura di suonare la scaletta di World Demise per intero!

Pazzesco, no? Ebbene, la Roadrunner lancia gli Obies in aria con lo stesso cannone che ospitò i Cavalera, sperando di vedere i floridiani spiccare il volo come giganteschi rapaci da classifica, ma il gruppo ricade al suolo come i simpatici pollacchioni death metal che sono sempre stati.

World Demise è un buon album ma a distanza di anni mostra dei limiti. C’è una palese volontà di allargare l’audience, assimilando a forza i guizzi “tribal-world” dei Seps. I sample modernisti che affiorano qui e là creano dei momenti di “sepultudine” poco credibili, stando allo stile solido e un po’ ombelicale della band di Tampa. Anche l’attitudine realista ed ecologista convince poco. Basta notare che non sarà più rispolverata, nonostante il disco abbia riscosso un discreto successo e, bisogna ammetterlo, gli ultimi classici della band si possano trovare solo lì.

Se invece di affidarsi ancora all’ormai appestato Scott Burns il gruppo avesse chiesto a Terry Date, magari oggi la frittata ci sarebbe apparsa in tutta la sua evidenza, ma il lavoro dell’ex re mida dei Morrisound è la sola cosa che in qualche modo ha tenuto ancora insieme l’album con il resto della discografia degli Obies.

World Demise mostrava grandi ambizioni e non andò poi così male a livello di vendite ma rimase dietro The End Complete, che ancora oggi è il loro best-seller assoluto. E considerando l’investimento della label, l’obiettivo del milione di copie sperato da Monte Conner è un miraggio che ormai suscita un po’ di pena.

Per di più la scena death nel 1994 è praticamente estinta e sono quattro anni che il gruppo non si ferma un secondo. John Tardy è esaurito, sfiduciato. E vuole una pausa. Una lunga pausa.

Vorrei svegliarci tra cent’anni

Passano tre anni e la band ritorna. Ci sono obblighi contrattuali da rispettare, nonostante la Roadrunner non insista troppo per farglieli adempiere. Restano almeno un paio di album da incidere e il gruppo, dopo essersi riposato ricomincia a sentire la vecchia smania di incidere ancora un disco e farsi un altro giro in giostra. E poi dai… non è possibile che davvero sia tutto finito così. Che è successo mai rispetto a tre anni fa?

Beh, tre anni per l’andamento dello show biz sono tre secoli e gli Obies agli occhi delle label, dei manager, i promoter e i giornalisti inglesi, ormai sono “vecchi e prossimi alla bollitura”. E pur ripresentandosi con un album orgoglioso, pesante e cattivo come forse doveva essere World Demise, è palese la carenza di idee. E la produzione, lontano dai Morrisound, risulta per la prima volta la cosa meno convincente di tutte.

Gli Obituary non sono più il futuro del metal estremo e nemmeno il presente. Back From The Dead diventa presto Back To The Dead. La situazione per il genere è talmente critica che a stento il gruppo riesce a mettere insieme un tour. E durante quei concerti John accusa ancora la stessa stanchezza di tre anni prima. È allo sbando, si rivolge agli altri ragazzi nel tentativo di esprimere le proprie incertezze e trovare un appiglio che lo aiuti a crederci ancora, ma Allen, Peres, Don e Frank vivono in un guscio e cercano di non badare al mondo fuori. Fumano erba, bevono Whiskey & Cola e pensano a portarsi più ragazze possibili nel backstage.

Poi il duro risveglio per tutti quanti: John molla il tour a due settimane dalla fine e torna a casa. Il resto della band è costretta a rispettare gli impegni presi, ma a caro prezzo. Quei concerti non sono un ricordo piacevole. Non essendoci internet la gente va a vederli ma si aspetta John Tardy al microfono, non il pur bravo ma sconosciutissimo Keith DeVito. (continua…)

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