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Obituary 1999-2019 – Dalla criogenesi alla vecchia fattoria – Seconda parte di uno speciale che levati!

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“Più che una pausa la definirei criogenesi” – Frank Watkins

Durante il break degli Obituary che va dal 1998 al 2004 si è scritto e chiacchierato parecchio. La band si era sciolta? Si era presa una lunga pausa? Erano morti e sepolti o in eterno attendenti? Possiamo basarci sulle sensazioni di Allen West (e quindi andiamoci cauti). Lui è l’unico che sembra aver trasgredito la linea dicendo la verità, o almeno ciò che lui percepiva come la verità.
“In quegli anni Allen vivevo con una certezza profonda: gli Obituary erano andati per sempre. John ormai si trovava fino al collo nel business dell’informatica, Trevor e Don tiravano ancora avanti con la musica come potevano: il primo con una band piuttosto modesta, i Catastrophic, e l’altro come mercenario per Andrew W.K. E io mi sfondavo di canne e assemblavo Jacuzzi, dopo che anche i Six Feet Under mi erano stati tolti da sotto il culo da “quel figlio di puttana di Chris Barnes”. Sulla questione Barnes/West ci sarebbe da dire qualcosa. Se vi va, ecco un boxino sull’argomento, cliccate qui, altrimenti tirate dritto.

All’inizio del nuovo millennio Donald Tardy era il solo rimasto nel giro che contava. E durante la data dell’Ozzfest in Florida, il frontman esagitato Andrew W.K., pensò di organizzargli una rimpatriata a sorpresa con Don e gli altri Obies. John, Frank Watkins e Trevor Peres salirono sul palco di Ozzy durante lo show di Andrew e il numeroso pubblico floridiano impazzì completamente. Suonarono tre brani e si presero ovazioni su ovazioni. Ecco, fu quella conferma inaspettata che portò il gruppo a pensare seriamente al ritorno sulle scene.

E così Don e Trevor convocarono Allen dal regno delle Jacuzzi e i tre ricominciarono “a jammare e vedere cosa succedeva”.

E cosa volete che succedesse? Successe che gli Obituary tornarono sul serio dai morti.

Dal passato al presente narrativo

Vi spiace se smetto di usare il passato e scrivo al presente? Mi è più agevole. Allora, gli Obituary iniziano il 2004 con un tour in Europa, raccogliendo ottimi riscontri. Nel 2005 registrano e pubblicano Frozen In Time, esaurendo il contratto con la Roadrunner e scendendo finalmente dalla cambusa olezzante della nave di Capitan Monte.

Frozen in Time oggi è forse la prova più convincente di una seconda stagione piuttosto deludente, almeno per certa critica convinta che gli Obituary debbano cavalcare gli anni dieci in modo assai più robusto, elargendo alla plebe decine di nuovi riff intramontabili e confezionando i brani in produzioni “all’altezza” del loro nome. La band invece inizia a rivelare quell’andazzo un po’ indolente e campagnolo che ai tempi di Cause Of Death nessuno gli avrebbe mai attribuito.

The evolution of the retribution

Oggi gli Obies sono i redneck del death metal. E come bravi agricoltori odiano gli sprechi e portano avanti tutto dalla loro fattoria, artigianalmente.

Sì perché dal 2005 la band è ripartita dagli studi storici del Morrisound a mo’ di rimpatriata, e poi è passata a quelli super attrezzati del Red Room, finendo presto per incidere gli album per conto proprio, nell’abitazione di Don Tardy e continuando a masterizzare e mixare in posti sempre diversi, probabilmente più convenienti del Morrisound.

Inevitabile che questo periodo di “apprendistato faidaté” degli Obituary abbia pesato un po’ sulla resa creativa degli album più recenti. Senza un produttore esterno con una certa personalità (con buona pace del bravo Mark Prator, amico e collaboratore della band in studio) è difficile tirar fuori un discone.

Il gruppo, poco dopo la ripartenza di Frozen In Time rinunciare ad Allen West, e ha puntato sul povero Santolla, che nel 2005-2006 sembrava diventato l’Herbert West reanimatore del Death metal!

salvo poi trasformarsi nel topo più puzzolente dalla scena qualche anno dopo, accusato e schifato dai fan perché artefice di una snaturazione sistematica delle storiche band del genere. Ralph per me era un grande e nei Deicide fece ottime cose ma sono anche io d’accordo che la sua collaborazione con gli Obituary non abbia funzionato proprio.

Purtroppo a sua discolpa va detto che è tutto il contesto produttivo di Xecutioner’s Return e Darkest Day a mostrare una discreta carenza di lucidità, salvo rari guizzi qui e là. Donald Tardy e Trevor Peres, hanno serrato i ranghi ma come autori dei pezzi si sono dovuti sgranchire un po’. E forse l’aria casalinga dei Redneck Studios, tra una fumata collettiva e una sbraciata di costolette, immersi nel tepore casalingo e senza pressioni di alcun genere (idealmente come ai bei tempi di Slowly We Rot) sembrano avergli fatto più male che bene. Nessuno dubita del loro entusiasmo creativo ma spesso i riff e le strutture sono più sempliciotte che semplici, anche per gli standard minimali degli Obituary post-disgelo.

A sentire pezzi come Loathe o qualsiasi brano preso a caso da Darkest Day è possibile riscontrare un’autoindulgenza e una fede estrema nell’efficacia perenne del riff mi-sol-mi che non lasciano molte speranze a una vera resurrezione creativa del gruppo. E in effetti il paragone che ha fatto Luca Pessina tra loro e i Metallica sull’incapacità cronica di riguadagnare un contatto con il mondo reale è condivisibile. Però è anche vero che gli Obituary da Frozen in poi sono stati una band che ha attraversato parecchi cambiamenti e ha dovuto ricominciare praticamente da capo.

Per Donald e gli altri, la delusione di non riuscire a vivere di musica, tra il 1993 e il 1994, fu un trauma dolorosissimo che li portò a mettere la band in una cella frigorifera in attesa di decidere dove seppellirla.

Tanti del giro death ai tempi gloriosi, appena capirono che non c’era speranza di fare un mestiere con i rutti e le accordature basse, corsero ai ripari tornando all’università o cercando un lavoro vero. Solo Glen Benton, con quella cazzo di croce rovesciata sulla fronte non poté farsi assumere da Walmart o a una stazione di servizio. E John fu tra quelli che se la filarono. Una volta sistematosi a livello economico con un mestiere sicuro, ha poi finito per riprovarci, dando alla band la dimensione di un part-time stagionale e puntando molto sull’esperienza maturata dal fratello nel music business.

L’evoluzione (o involuzione) stilistica degli Obituary degli ultimi quindici anni, è la prova di come il mercato non permetta più a una band con un nome di mantenere quel livello di inaccessibilità necessario a nutrire la fascinazione di cui ha bisogno il pubblico per godersi quella band dalla giusta prospettiva. Sapete cosa rendeva grandi Rob Halford e o gli Iron Maiden agli occhi dei fan? L’inaccessibilità. E quella costava tanta grana, no? Negli anni 80 i Queensryche o i Manowar si aggiravano su quei palchi dalle scenografie imponenti, con i fumi e il tuono degli amplificatori e la gente laggiù tra le prime file ammirava i propri beniamini soprannaturali. Oggi chi può permettersi tutto quello sfarzo intimidatorio e ammaliante? I Metallica e i Maiden, gli AC/DC e forse i Priest, ma certo non gli Obituary, che già in passato suonavano in locali da mille persone.

Non ci sono più investitori con i soldi nel metal e i guadagni sono tali che a stento bastano a dare uno stipendio striminzito a un membro della band su cinque. E parlo di quelle medio-grandi (Rage, Annihilator, Cannibal Corpse) non i Bloodcheeseburger dell’Ohio. Allo stesso tempo però la tecnologia si è evoluta ed è divenuta più alla portata, al punto che un gruppo può fare ancora dischi e girare in tour, ottimizzando sulle spese inutili, che poi sono quelle dello sfarzo che affascinava la gente. Per dire, che ne dite quando al posto di un gigantesco tour bus, il gruppo arriva al concerto in camper o in quattro su una Waz? Eppure se la band vuole andare avanti e recuperare sui costi dal vivo, dove può deve ridimensionarsi. Ed è inevitabile che perda fascino.

Sapete perché Frozen In Time è così corto nonostante la band avesse in cantiere una quindicina di canzoni fatte e finite? Perché Monte Conner mise a disposizione del gruppo un budget sufficiente a incidere dieci pezzi e non di più. Se il gruppo avesse aggiunto i soldi per gli altri cinque, non avrebbe recuperato con la percentuale sulle vendite, perché da contratto era proporzionata al budget investito dalla Roadrunner per dieci canzoni. La  Roadrunner però avrebbe guadagnato su un disco di quindici canzoni, anziché le dieci pagate. Quindi tra il principio e la taccagneria, gli Obies fecero un album di mezz’ora.

Sapete perché nel 2006, gli Obituary invece di firmare con Century Media, Nuclear Blast o magari ancora la Roadrunner, lo fecero con la Candlelight. Perché fu la sola etichetta con un certo potenziale a voler davvero a scommettere sul gruppo e soprattutto a contribuire economicamente alle spese produttive: ovvero pagare le registrazioni. Purtroppo la Candlelight non riuscì a fare una gran promozione e anche come budget per i dischi non deve averci speso chissà quanto. Ma sulla pubblicità combinò davvero poco. Se escludiamo qualche intervista sul web, tanto per dire, non si trova quasi nulla del passaggio discografico della band dal 2006 al 2012 su questa terra.

Probabilmente anche per la Candlelight, dal 2012 non è stato più possibile investire sugli Obituary e così al termine del contratto con loro li salutò. Pure la Earache, responsabile della resurrezione dei Deicide, non se la passava più tanto bene. Così la band ha avuto solo due opzioni, firmare con la Century Media o la Nuclear Blast, cacciando i soldi per il disco di tasca propria senza recuperarli mai, o giocarsi la carta del crowdfunding, la colletta dei fan e vedere cosa succedeva. Ed è successo che la colletta gli ha fruttato 60000 dollari (o così si dice). E il gruppo entusiasta ha realizzato Inked In Blood, firmando poi con la Relapse, ma specificando al mondo che era solo per la distribuzione e la promozione.

E questi sono i due punti emblematici del nuovo mercato discografico: 1) la necessità di fare dischi anche se non vendono e quindi spingere il pubblico a pagarli prima ancora che esistano e 2) piazzarci sopra un marchio discografico che accompagni l’uscita, pure se non investe sull’album. Credo che la differenza tra gli Obituary di Inked e tutte le altre band che escono con Nuclear Blast o Century Media sia che loro hanno palesato un rapporto esclusivo di distribuzione-promozione mentre gli altri fingono da tanto tempo che ci sia anche dell’altro, quando ormai lo sanno pure i sassi che i gruppi sono decadi e decadi che i dischi devono pagarseli da soli.

L’esperimento comunque riesce. Inked In Blood raggiunge la settantacinquesima posizione nel 200 Billboard, cosa che prima era avvenuta in ambito estremo solo ai Cannibal Corpse con Vile. Curioso però che da lì, il gruppo non se la sia sentita di ripetere il Crowdfunding e che l’album successivo a Inked abbia venduto molto meno.

 

Gli Obituary e il mercato dell’obitorio

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Con quale spirito un gruppo di cinquantenni dovrebbe realizzare il quindicesimo disco della carriera nel mercato necrotizzato di oggi? Si sa, l’album nuovo è solo una scusa per muovere il resto della giostra. Nel 2004 gli Obies faticarono a trovare un’agenzia decente per il loro tour europeo, perché Frozen In Time non era ancora neanche in fase demo e nessuno aveva un serio interesse nel farli suonare da qualche parte senza un album nuovo nei negozi. Funzionava così quando i dischi si vendevano e paradossalmente funziona ancora così oggi, per riflesso necrotico del pubblico, visto che gli album non si vendono più e che poi chi va a sentire il gruppo dal vivo vuole sempre i classici e non i nuovi pezzi.

Quindi album come Xecutioner’s Return o Darkest Day, per gli Obituary di oggi sono stati prodotti divertenti da fare ma più una scusa al fine di ripartire in tour, vendere magliette, godersi il calore dei fan, divertirsi a suonare la propria musica, farsi una vacanza (quasi) spesata in giro per il mondo, coprendo i costi e portandosi a casa qualche spiccio per non sentirsi completamente scemi.

Inoltre, proprio perché il vero lavoro è sul palco, mentre in studio si parla più che altro di volontariato, è inevitabile pensare di non scrivere cose troppo complicate, specie se in fondo non l’hai mai fatto, ma che ti permettano di stare tranquillo dal vivo e goderti l’energia dei fan. Un riffone in palm-mute che fa gium gium giuuuum, sul disco sembra una cosa tanto sciatta ed elementare, ma dal vivo, suonato come riescono ancora a suonare gli Obies, è una infallibile fiammata in grado di incenerirti l’ursume pettorio.

In ogni caso, ho sentito dire che l’ultimo lavoro omonimo, quello uscito nel 2018, non sia malvagio.

Ah, se avete ancora tempo e voglia di scoprire cose sugli Obituary, eccovi un boxino curioso su alcune copertine: Tra furti a Stephen King e litigate con i Sepultura, ne leggerete delle belle, credetemi.

Se invece vi siete persi la prima parte e vi va di recuperarla, cliccate qui.

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