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Il cadavere che cannibalizzò se stesso – I testi dei Cannibal Corpse da Vile in poi

Quando scrivo delle efferatezze di un serial killer, ciò che mi preme è tentare di penetrare nella sua mente per comprendere i meccanismi e gli stati d’animo che lo hanno condotto a compiere tali orrori. Dietro ad azioni come quelle compiute dai serial killer si celano paranoie ed energie negative comuni a buona parte della gente, con la differenza che nel caso degli assassini seriali tali ossessioni vengono spinte all’estremo ed esasperate, fino a implodere dentro di loro ed esplodere in massacri e carneficine. In certi casi credo di essere arrivato a comprendere le motivazioni che hanno spinto questi esseri a commettere gesti così disperati e nefandi. Con questo non voglio dire che giustifico questi individui, semplicemente in parte li capisco. – Alex Webster

Ovviamente l’uscita di Barnes dalla band ha portato a una svolta sul concept dei Corpse. In apparenza magari no, da cento metri la copertina è sempre rossa e i titoli rimandano alle consuete schifezze gore, ma sbirciando i testi più approfonditamente, un cambiamento avviene eccome in modo vistoso a partire da Vile. Per prima cosa Alex e Paul, sostituitisi a Chris come parolieri, cominciano a spingere i propri assassini a rivoltarsi contro se stessi.

Mummified In Barbed Wire parla di un serial killer che compie sul proprio corpo quello che vorrebbe combinare agli altri, massacrandosi con voluttà. Disfigured invece racconta di un uomo che odia così tanto il proprio aspetto da cambiarsi i connotati del viso a rasoiate. Eaten From Inside narra di un tipo che soffre una specie di febbre famelica che lo spinge ad auto-divorarsi.

In un certo senso, il narcisismo, che è la base di ogni efficente attività omicida, conclude forse la sua perfetta parabola ripiegando la furia del soggetto contro la propria stessa immagine, ma credo che sia una tesi un po’ forzata.

E come ciliegina rosso-sangue a questa rinascita espiatoria, sempre su Vile c’è, Orgasm Through Torture dove una donna castra un uomo durante un amplesso. Pari e patta… dei calzoni. I Neo-Corpse ripeteranno il giochetto transgender-gore nel successivo Gallery Of Suicide con Headless, in cui una vittima si rivela un serial killer spietato e letale più del lupo cattivo “masculo”, il quale pensava di aver catturato una Bambi e di farne un boccone e invece zack, decapitato alla faccia sua! Chiaramente questi sono contentini, suggeriscono un bisogno di togliere la sedia da sotto il culo degli accusatori e farsi dimenticare da loro. E ci vuole coraggio per una cosa del genere.

Alex e Paul vogliono dimostrare che, una volta fuori Chris Barnes, sarà sempre la musica la principale cosa di cui parlare e a cui pensare, non le polemiche e gli scandali riguardo copertine e testi. Del resto, se facessero a gara con la mente malata di Barnes perderebbero e lo sanno. Ma non gliene frega. Vogliono che il pubblico la smetta di rompere con le minchiate femministe e si accorga del loro fottuto lavoro di musicisti evoluti e preparati.

In Vile e Gallery Of Suicide la manovra di smantellamento del vecchio regime poetico di Chris è palese, ci manca che il gruppo scriva un pezzo su degli zombi che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada, ma non arrivano a tanto. Diciamo che i morti viventi smettono di avere il cazzo duro e smanie di fecondazione, si limitano a divorare e ciondolare, come vuole lo status quo del perturbante.

Cambiate pure ma restate gli stessi

Il bisogno di staccarsi concettualmente dalle cose di Tomb Of Mutilated e The Bleeding è talmente forte per i Corpse, da fargli un po’ trascurare la macelleria tout court. Con Gallery, la gente inizia a notare che non ci sono più molte frattaglie negli album della band. Inoltre, le musiche sono un po’ troppo “complesse” e inquiete rispetto al solito e la cosa non va mica tanto bene. Il pubblico è anche pronto a tollerare che tu cerchi di migliorarti e sperimentare, ma vuole un contentino. Deve trattarsi di una parentesi limitata in ogni disco e per il resto resti il solito vecchio cazzone di cui si è innamorato. E quindi i Cannibal Corpse hanno recuperato i file di Rotten.com e ci hanno dato dentro con le schifezze. E per le musiche meno elaborate Bloodthirst, inciso a un solo anno dal disco precedente, il gruppo mostra una smania di rimettersi al passo con la violenza e le sconcezze mefitiche (ma si tratta di una parentesi, la vera restaurazione avverrà in Kill, qualche anno dopo).

Secondo me la componente gore, salvo rare eccezioni, dal 1996 in poi, la parte meno convincente della produzione lirica della band. In brani come Dismembered And Molested o Chambers Of Blood, per esempio, ci sono il sangue e la pazzia giusto perché il pubblico li esige, ma non c’è la spinta visionaria e totalmente irresponsabile dei vecchi tempi. Roba come Stapped In The Throat o Skewered from Ear to Eye, Beheading and Burning servono solo a portare avanti l’inventario dei mille modi di morire ammazzati. Tutto qui.

Non si può dire che Alex e Paul si siano limitati a riprodurre il teatrino rosso. Nel corso degli ultimi vent’anni sono stati capaci di inserire, fino a farle diventare parte di una nuova tradizione, tre nuove forme di testo.

-L’invettiva macellara, dove non c’è una storia di violenza ma una specie di monologo in rima basato sul risentimento assoluto e la frustrata sete di vendetta. Una roba tipo: “Se te prendo te stacco le braccia e te le infilo su per il culo e poi te stacco la capoccia e te cago sul collo e dopo prendo un falcetto e te stacco le gambe e te le uso come un’elica per spedirti affanculo nel regno dei morti…” (Kill, Crushing The Despised)

-Poi c’è la POV song, in cui si entra nella mente del carnefice, con un flusso di coscienza tra sensi di colpa e deliri di onnipotenza. Niente frattaglie o vaneggiamenti alla coratella ma solo psicologia spinta. (Bloodlands, Evisceration Plague)

-Oppure c’è l’altro tipo di testo che io definisco “paesaggistico”. Non vi è un soggetto che dichiari cose o una vera narrazione di eventi truci. Si tratta di scenari apocalittici, inferici o da incubo espressionistico, in cui la voce di Giorgione descrive queste dimensioni parallele in stile Carcosa, dominati dal dolore e dall’estinzione regimentata. (Monolith, Centuries Of Torment, When Dead Replaces Life)

Si tratta ormai di topoi usurati quanto gli altri lasciati in eredità dal vecchio Barnes, sia chiaro, ma dimostrano che Alex & Paul, e Jack nei i rari momenti in cui gli si pigliava a scrivere, hanno tentato di ricostruire un’alternativa più aderente alla loro sensibilità, dopo la castrazione e il transgending ragionato di Vile e Gallery.

Ogni tanto poi i due qualche bel colpo da parolieri lo piazzano. Bisogna avere pazienza ma in ogni disco c’è sempre qualcosa di ispirato e più originale. Prendete episodi come la narrazione serrata e allegorica di Mutation Of Cadaver, o quello che secondo me è il vero picco della seconda fase lirica senza Barnes, Hollowed Bodies, stranamente la canzone meno violenta mai scritta dal gruppo. Un’elegia death su tutti quei poveri corpi massacrati e mollati in qualche fosso a imputridire, senza più la speranza di recuperarne l’identità.

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